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Full text of "Del "Caffè" : periodico milanese del secolo XVIII"

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Ferrari, Luigi 
Del "Cr.ffè". 



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1900 
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LUIGI FERRARI 



DEL «CAFFÈ» 



PERIODICO MILANESE 



DEL 



SECOLO XVIII 






'\\^o<3'f'^^^°- Suw cce^'iSo Yv VrcàeWi Wv5\V» 



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INTRODUZIONE 



Nella letteratura periodica italiana del sec. XVIII, che fu abbon- 
dantissima e contò numerosi e pregevoli cultori, due forme tennero 
il campo : il giornale erudito ed accademico, che regnò da solo per 
tutta la prima metà del secolo, e, quantunque trasformato dal Ba- 
re tti, continuò ad essere coltivato anche nella seconda, conforme 
il tipo costante del Giornale dei Letterati; ed il periodico di amena 
letteratura e di costumi, imitato dallo Spectator, di cui sono esempio 
l'Osservatore e il Caffè. 

Il giornalismo erudito ha avuto il suo, piiì che storico, cro- 
nista, in Luigi Piccioni ^) ; la Frusta ha trovato in questi ultimi 
tempi diligenti illustratori, come il Canti ^); V Osservatore del Gozzi, 
studiato alla lesta dallo Zanella in raffronto collo Spectator ^), fu 
da poco esaminato nuovamente da G. Zambler ^). Al Caffè invece 



*) n Giornalismo letterario in Italia. Voi. I. Giornalismo Erudito 
Accademico. Torino, Loscher, 1894. Il II Voi. dell'opera, nel quale l'au- 
tore prometteva di trattare della Frusta, deìV Osservatore e del Caffè non 
ha ancora veduto la luce. 

^) G. Canti, La Frusta letteraria. Alessandria, Chiari Romano, 1893. 

^) G. Addison e G. Gozzi in Nuova Antologia, 15 gennaio 1883 : art. 
riprodotto nei Paralleli letterarj, Verona, Mùnster, 1884. 

*) Gaspare Gozzi e i suoi Giornali, in Ateneo Veneto anno XIX (1896) 
Voi. II, p, 285 e segg. e anno XX (1897) Voi. I, p. 218 e segg., p. 385 
e segg., Voi. II, p. 83 e .segg. 



4 L. Ferrari 

mancò chi ne facesse particolare oggetto di studio. Forse non lo 
meritava quanto gli altri? 

Storici e critici non hanno risparmiato al giornale dei Verri 
e del Beccaria lodi amplissime. Il Calvi, ad es., un lombardo, 
avendo riguardo specialmente alla parte filosofica e politica del 
periodico, non esitò a scrivere ^): " Quel razzo incendiario, che 
" guizzò air improvviso sopra un orizzonte in apparenza ancora 
" così tranquillamente sereno, fu una delle imprese più strane 
" e più arrischiate della nostra aristocrazia; senza riscontro pos- 
" sibile negli annali delle altre nazioni. Se 4a pubblicazione del 
" Caffè non produsse uno scoppio istantaneo, fulminante, come 
" quello causato dalla commedia di Beaumarchais, le Noz^e di 
" Figaro, quei fascicoli ci sembrano con V Enciclopedia le prime 
" serie avvisaglie della guerra che stava per impegnarsi fra il 
"mondo feudale e la democrazia dei nuovi tempi,,. L'Ugoni, 
altro lombardo, considerandone il contenuto letterario e critico, 
chiamò il Gaffe, non diversamente dal Conciliatore, " strumento 
" e prova di passi progressivi nelle lettere italiane „ ^). Lo Za- 
nella, che deprime tanto V Osservatore, proclamava il foglio mila- 
nese " uno dei più bei monumenti della nostra letteratura del 
" secolo scorso „ ^). 

Una considerazione più attenta e più equa ed uno studio più 
accurato confermano tali giudizj ? Si trovano veramente degne del 
nome di nuove, certe dottrine letterarie simili a quelle esposte 
nella famigerata Rinuncia avanti Notaio al Vocabolario della Cru- 
sca? Si fecero veramente banditori di libertà politiche e filoso- 
fiche gli autori di un giornale, il cui programma era " di profonda 



*) Il patriziato milanese. Curiosità storiche e diplomatiche del secolo 
XVIII. Milano, Vallardi, 1878, p. 222-3. 

*) Della Ietterai, it. nella 2* rtietà del secolo XVIII. Milano, Bernar- 
doni, 1856-58, Voi. II, pag. 133. 

3) Storia della lett. it. dalla metà del 100 ai giorni nostri. Milano, 
Vallardi, 1880, pag. 56. 



Del « Caffè » , 2)&')'iodico milanese del secolo xvm 5 

" sommissione alle Divine leggi, di perfetto silenzio su i soggetti 
" sacri, di rispetto per ogni Principe, ogni Governo ed ogni 
" Nazione „ : programma, che una volta osservato, come fu os- 
servato, niente conteneva di rivoluzionario o di democratico o di 
avverso alla nobiltà, direbbe il Calvi, feudale? Ma d'altra parte, 
se ai moderni, come afferma il Foscolo ^), il Caffè può sembrare 
nulla più che un tentativo puerile „, studiate le condizioni della 
cultura e dei tempi, non riscontriamo noi nel periodico milanese 
tali pregj di pensiero da assicurargli, avuto riguardo al momento, 
una importanza effettiva nella storia civile e letteraria? Nel tempo 
in che l'Italia settentrionale si faceva promotrice alla intera na- 
zione di una vita nuova, non ebbe parte il Caffè insieme con altri 
fatti storici, politici e letterarj, alla formazione di un centro di 
coltura lombarda, che diresse la rivoluzione ed il risorgimento 
delle lettere in Italia? 

Sono domande, cui cercherà rispondere lo studio presente ; fine 
del quale, come di ogni ricerca, per quanto modesta, è dare all'o- 
pera studiata ciò che merita, assegnandole il posto che le spetta 
nella vita e nella letteratura del tempo. 



^) Art. sulla Letteratura periodica in Saggi di critica storico-lette- 
raria, (Opere edite e 2)ostume. Firenze, Lemonuier, 1859. Voi. X, p. 462). 



I. 

F. Verri e la Società dei Pugni. 



Il Caffè è l'opera di una società di giovani milanesi, stretti 
in amicizia dal desiderio comune di gloria e di sapere e animati 
dall' amore dell' utile cittadino e sociale. Prima di studiare l'opera 
facciamo la conoscenza degli autori, e vediamo quali furono i loro 
studj, quali ragioni li accomunarono negli intenti e nei propositi, 
qual vincolo di speranza e di ideali li tenne uniti e confortò al- 
l'impresa. 

Verso la metà del 700 tutta la vita letteraria di Milano si trovava 
concentrata in un istituto fiorentissimo, l'accademia dei Trasformati, 
la quale, risorta per opera del conte G. M. Imbonati ^) il 6 luglio 
1742 da un'accademia cinquecentistica dello stesso nome, ebbe vita 
per ventisei anni: sino al settembre del '68. Che cosa essa si propo- 
nesse, se avesse qualche scopo ben definito, non sapremmo dir 
bene ^). Statuto non ne aveva, o almeno non ne fu pubblicato alcuno, 



*) V. Orazione di G. Giulini nei Compon. in morte del C. G. M. Imhonati 
ristoratore e conservatore perpetuo dell' accademia dei Trasformati. Milano, 
Galeazzi, 1769. 

') Vedi intorno ad essa l'art, del Carducci, L' Accademia dei Trasformati 
e Giuseppe Parini in N. Aìit. 16 aprile e 1 maggio 1891. 



8 L. Ferrari 

e neppure dei versi e delle prose recitate nelle riunioni pubbliche e pri- 
vate, tenute nel palazzo Imbonati, fu dato alle stampe alcun saggio. A 
nessun fatto, in corpo, diremo così, parteciparono gli accademici, 
se non alla contesa poco gloriosa col P. Branda, e ad alcune raccolte; 
e anche di queste le più note nella letteratura accademica del 700, 
come Le Lagrime in morte di tm gatto e le raccolte iu morte di G. M. 
Lribonati e di Dom. Balestrieri sono, la prima anteriore alla costitu- 
zione della società, le seconde composte quando gli amici milanesi, 
mancato l'Imbonati, non avevano più veste di accademici '). Tuttavia 
e dalle poesie che sappiamo aver recitato i primarj socj nei tratteni- 
menti accademici, e dall'indole delle opere che essi composero, chiaro 
appare qual posto spetti a questo sodalizio nella letteratura ita- 
liana. Autori di poesie burlesche e dicerie cruschevoli i Trasfor- 
mati non si discostano molto dai Granelleschi, e con essi coope- 
rano a mantenere salda la tradizione del toscano popolare contro 
il dilagare della letteratura filosofica, delle composizioni musicali 
e della gonfia poesia frugoniana. Ma, a difi'erenza dei Granel- 
lescìii, presso i quali, eccettuati i Gozzi, l'imitazione classica è 
più che altro di parole, presso i Trasformati, sia per l'ingegno arti- 
stico (che certo non si può negare al Passeroni, al Balestrieri, al 
Parini), sia per l'uso della poesia dialettale, paesana e spontanea, 
la forma si venne liberando dagli impacci convenzionali, e servì più 
agevolmente al concetto : ravvivata da quella gioviale e fine 
malizia, lontana dagli eccessi e nemica del gonfio e del pomposo, 
che è propria dei Lombardi. 

In questa Accademia, accanto al conte G. M. Imbonati^ a Carlo 
Tanzi, a Domenico Balestrieri, al Can. Agudio, al P. Saverio Qua- 
drio, accanto al Villa, al Soresi, al Parini, al Baretti, al Passeroni, 
noi troviamo un altro zelatore di raccolte, scrittore di cicalate, 
versaiolo di martelliani, un giovane ventiduenne, già da quattro 



*) L'ultima adunanza dell'Accademia fu tenuta il 10 sett. 1768 per com- 
memorare la morte del fondatore, l'Imbonati. V. Salveraglio, prefazione 
alle Odi di 0. Parini. Bologna, Zanichelh, 1882 p. IX. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 9 

anni arcade dell'Arcadia romana, Pietro Verri: quegli che sarà 
poi il capo della filosofica compagnia ^). Egli non ha ancora sco- 
perta la propria strada, ma va tentoni per quella additata dai suoi 
maestri e maggiori. 

Il conte Pietro Verri è il primogenito dell'illustre senatore 
Gabriele, dal quale era nato il 12 die. 1728 2). I suoi primi anni 
si compendiano in una peregrinazione continua dalla casa paterna 
al collegio, dal collegio a casa, e di collegio in collegio; prima 
presso i Gesuiti a Monza, poi alle pubbliche scuole di S. Ales- 
sandro dei Barnabiti, quindi al collegio Nazareno di Roma, tenuto 



*) Anche Cesare Beccaria, come si rileva da uua rassegna in versi che dei 
Trasformati inseri Teodoro Villa nella Raccolta di comp.'in morte di G. M Itn- 
bonati, fu ascritto all'Accademia; ma piii tardi, quando il Verri aveva cessato 
di frequentarla ed era partito pel campo. 

2) La fonte comune delle notizie biografiche intorno a P. Verri è l'Elogio 
storico, che ne scrisse l'amico ab. I. Bianchi (Cremona, Manini, 1803), traendo 
profitto delle memorie fornitegli dalla vedova del grande economista, contessa 
Vincenza Melzi, e dei manoscritti di lui. Al Bianchi attinsero Pietro Custodi 
per le sue Notizie di Pietro Verri, che furono premesse ai tre volumi delle 
Opere economiche di lui {Raccolta dei Classici Economisti Italiani. Milano, 1804), 
e riprodotte innanzi alla Storia di Milano (Milano, presso gli editori 1824, 
voi. I, e Milano, Lampato 1840), innanzi alle Opere filosofiche e di economia 
politica di P. V. (Milano, soc. tip. dei classici it. 1835, t. I) e nelle Biografie 
degli italiani i/Zi<s^ri del Tipaldo (Venezia, 1837, IV 39 e segg.); il prof. A- 
DEODATO Ressi per VOrazione in lode del conte P. V. Milanese (Pavia, 1818); 
I'Ugoni, op. cit. (ed. Brescia, Bettoni 1821, II, 268 e segg. e ed. Milano 1856-8, 
II, 35 e segg.); V. Saltagnoli pel Saggio civile premesso alla raccolta di 
Scritti varj del Verri, ordinati da G. Cabcano (Firenze, Lemonnier 1844, 2 
vqI.); ^- Caecano pel Discorso sulla vita e sulle opere di P. V. premesso alla 
Storia di Milano (Firenze, Lemonnier 1851, voi. I); ed Eugène Bouvy, Le 
comte P. Verri, ses idées et son temps (Paris, Hachette 1889). Per gli scritti 
del Verri si consultino i Cataloghi delle opere edite ed inedite uniti dal Bianchi 
al BUG Elogio storico (pp. 289-322) e riprodotti nell'edizione della Storia di 
Milano citata (voi. I, pp. LV-LXXI), e A. Vismara, Bibliografia Verriana, 
in Arch. stor. lomb. An. XI (1884) p. 357 e segg. e in ed. a parte, Milano, 
Bortolotti 1884. 



10 L. Ferrari 

dagli Scolopi, e di nuovo a Milano presso i Gesuiti di Brera: 
infine a Parma nel Collegio dei Nobili. A casa " un'educazione 
umiliante „, priva di confidenza e di dolcezze : in collegio una vita 
da " galera „. Nel 1750 P. Verri è ormai tornato, compiuti defi- 
nitivamente gli studj, in famiglia ^). 

Il padre, custode fermissimo e severissimo di ogni uso antico, 
vuole sia osservata la più rigida disciplina domestica; Pietro, gio- 
vane e bello, ama l'eleganza, i divertimenti, le conversazioni, i tea- 
tri, la libertà, e non è lasciato libero di azione veruna. Di più, 
il padre esige che il proprio primogenito cresca simile a sé, vuol 
farne un giureconsulto al pari di lui, che era un alto impiegato del- 
l'Impero. Il figlio odia le leggi, i codici, il diritto; ed è costretto a 
passare le giornate sui libri del giure. Egli è uscito di collegio, 
se non uomo fatto, letterato; e per amore alla letteratura e per 
un fantasma di gloria poetica, si ostina a disprezzare le leggi e 
la via degli impieghi. A Roma ha ottenuto Tonore di venir ascritto, 
ancor collegiale, all' Arcadia romana col bel nome di Midonte 
Priamideo. A Parma, nel collegio dei Nobili, ha acquistato l'amicizia 
del p. Roberti, che per alquanti anni, scriveva al Goldoni 2), " fu 
" persona dell' ultima sua confidenza non solamente negli afi'ari che 
" aveva con Apollo, ma ancora con quelli che aveva con suo padre 
" senatore „. E a Milano egli trova due sfoghi alle sue velleità let- 
terarie: l'Accademia dei Trasformati e le conversazioni di casa Ser- 
belloui. 



^) Lettere e scritti ined. di Pietro e Alessandro Verri pubblicati da C. Ca- 
sati. Milano, Galli, 1879-81, IV, 290. « Noi fratelli », scriveva noi i804 Ales- 
sandro oramai vecchio, « noi fratelli, quanti siamo e fummo, abbiamo sofferta 
« una umiliante educazione, privi di confidenza e di dolcezza, sempre sotto il 
« rigore e rimproveri, in collegi molto simili a galera. . . . Per un falso giu- 
« dizio, che fossimo cervelli ritrosi e torbidi, siamo stati trattati in modo, che, 
« almeno quanto a me, in ogni luogo viveva meglio che in mia casa, e tutti 
« gli uomini del mondo mi trattavano meglio di quelli che l'abitavano >. 

*) Lettere inedite di illustri italiani che fiorirono dal principio del sec. 
XVIII fino ai nostri tempi. Milano, tip. de' classici italiani, 1835, p. 36(5. 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvni 11 

Dei Trasformati fu per alcuni anni uno dei soci più operosi. Nelle 
loro adunanze recitava anacreontiche sulla Filosofìa alla moda, ver- 
sioni in terza rima di Salmi, cicalate Sul linguaggio delle bestie e 
sonetti e ottave e capitoli ^) e un discorso Sulle maschere " con 
" parole in ordine di battaglia „ ^), come diceva poi, fattosi superiore 
a tali inezie, " e con qualche impostura, poiché erano cose che piace- 
" vano ai Trasformati „. Al pari di tutti i letterati milanesi, il Verri 
fece allora poesie d'occasione; per esempio un'anacreontica per la 
nascita del primogenito di Gr.M. Imbonati (il conservatore perpetuo 
dell'Accademia) 3), di quel Carlo, la cui guarigione dal vaiuolo doveva 
essere cantata in una delle sue più belle odi dal Parini, e la morte 
pianta in un carme dal figlio di Griulia Beccaria, Alessandro Man- 
zoni; e quando il Balestrieri raccolse le rime dell'arcade Puri- 
celli (1750), fu tra gli amici che ne piangevano poetando la 
morte, insieme col Pozzobonelli, col Passeroni, coll'Agudio, col 
Morigia, col Giulini. Anche fece il compilatore di raccolte; e per 
deridere un tal Plodes, che la pretendeva a poeta, una ne pro- 
mosse nel 1751, alla quale prese parte l'intera Accademia"^). 



*) Vedi Catalogo delle Opere edite ed inedite di P. Verri, preniesao all'ediz. 
citata della Storia di Milano. Op. ined. n. I. 31-32, e n. XXiX. 

*) Catalogo cit. Op. ined. n. I. 24. 

3) Ibidem. Op. ined. n. I. 29. 

*) La Borlanda impasticciata con la concia, e la trappola de^ sorci; composta 
per estro, e dedicata per bizzarria alla nobile curiosità di testa salata dell'in- 
cognito d'Eritrea Pedsol, riconosciuta, festosamente raccolta e fatta dare in 
luce dall' abitatore Disabitato Accademico Bontempista ecc. ed accresciuta di 
opportune annotazioni per opera di vari suoi coaccademici. Milano, Agnelli 1751. 

Alle poesie del Plodes commentate burlevolmeute precedono cinquanta 
componimenti di varie lingue, e dialetti e metri: sonetti colla coda e senza, 
quartine, terzine, distici; sonetti in italiano del Giulini, dell'Imbonati, del Pas- 
seroni, di Ang. T. Villa, del Bicetti, nascosti sotto gli armoniosi nomi di 
Calocero Cococero da Colofone, Cocco Biricocco da Biricoccone, Castruccio 
Castracane di Castres, Chalcocefalo Chalcochitone, Crysoglotta da Figine (V. 
la chiave dei nomi in Melzi, Dizionario di opere aìionime ecc. II 325-6): 



12 L. Ferrari 

Nel salotto jìgì della duchessa Maria Vittoria Serbelloni, sa- 
lotto puramente letterario, a differenza di quello scientifico e poli- 
tico, tenuto da Clelia del Grillo-Borromeo, il Verri occupò il 
primo posto; fu il confidente della padrona. * Aveva una memoria 
" eccellente „, lasciò poi scritto il Verri stesso di donna Maria 
Vittoria, " e rendeva buon conto di tutte le produzioni teatrali e 
" di romanzi. Io Pietro Verri che scrivo questa nota ^) vissi fre- 
" quentandola quattro anni, e fu la prima signora che frequentai, 
" e le debbo d'aver conosciuta la bella letteratura fi-ancese„. Le 
raccolte erano allora la letteratura, diremo così, spicciola, come 
il teatro la passione di moda e dei ricchi : e il Verri, che, in fatto di 
lettere, fu, si può dire, sempre un dilettante, anche quando, come 
allora, più se ne curava e piìi sperava da esse, si mutò da poeta di 
raccolte in autore drammatico, e colla Duchessa coltivò l'amore 
pel teatro. Egli tradusse dal francese un componimento drammatico 
del Saintfoix, Y Oracolo, ed abbozzò una commedia in tre atti 2); e 
donna Maria Vittoria, per suo suggerimento, traduceva il teatro 



del Can. Agudio iu veneziano {Momolo del Carbon), del Can. Irico {Franz 
Freunddestvein di Schzivitzer o SandoUo Protopapas de Drisco) in roma- 
nesco, siciliano, tedesco da burla, albanése, spagnuolo; in milanese del Ba- 
lestrieri (Metieghin de Meneghin de Meìieghella), in parmigiano del Fogliazzi : 
poi distici greci di T. Villa e latini del Giulini, sestine inglesi del Morigia, 
francesi del Verri {Abitatore Disabitato), versi in lingua runica con am- 
plissimo commento dell' ab. Quadrio, perfino un carme in ebraico di Ruben 
Rabbino di Rabbata ecc. In tali frivolezze e puerilità gettavano l'opera loro 
scrittori, valenti e per ingegno e per forti studj, come alcuni dei ricordati : 
tanta era la miseria dei tempi. 

*) Nota inedita citata dal Carducci, Storia del giorno. Bologna, Zanichelli, 
i892, pag. 21. 

2) Catalogo delle Opere etc. op. ined. n. XXVIII. L" Oracolo del Saint-Foix 
fu tradotto anche dal Cesarotti, per la Fiorilli-Pellandi. (vedi G. Mazzoni. 
Appunti per la storia de' teatri padovani nella 2.^ metà del sec. XVIII, 
Padova, Randi, 1891). 



Del « Caffè-», periodieo milanese del secolo xvm 13 

del Destouches, che Sfidante Priamkleo le pubblicava, premettendovi 
di suo una prefazione ^). 

Poi vediamo Midonte prender parte alle contese sollevate dalla 
riforma del teatro comico, iniziata coraggiosamente dal Goldoni. 
" Le pére Roberti, Jésuite, aujourd'hui l'abbé Roberti, un des plus 
" illustres poétes de la Sociéf'.é supprimée, „ raccontava il Goldoni 
nelle sue Métnoires ^), " publia un poème en vers blanc, intitulé la 
" Comklie ^) ; dans lequel, parlant de ma réforme, et faisant l'ana- 
" lyse de quelques scènes de mes pièces, il encourage ses compa- 
" triotes et les miens à suivre Texemple, et le système de l'auteur 
" Venitien. Le co. Verri Milanois suivit de près l'abbé Roberti ; il 
" mit pour titre à son ouvrage la VérìtalÀe Comédie ^), fìt des dé- 
" tails de mes pièces qui lui parurenfc les meilleures, et les donna 
** comme des modèles à suivre pour achever la reforme du Théà- 
" tre Italien „. Il Verri ci guadagnò l'amicizia di Gian Rinaldo 
Carli ^), che girava allora l'Italia facendo studj per lo scritto 
suo Delle monete, e la riconoscenza del Goldoni, che gli dedicava 
" il Festino „ ^); una commedia di combattimento, scritta nel car- 



*) Il Teatro comico del sig. Destouches, dell' Accademia francese, novel- 
lamente in nostra favella trasportato. Milano, G. Agnelli 1754. 

2) Parigi, Duchesne 1787, voi. 2, p. 262. Vedi pure Lettera cit.'* del Roberti 
al Goldoni in Lettere d' illustri it. cit. pag. 366. 

^) La Commedia poemetto in Roberti, Opere, Lucca, Berlini 1819, voi. 
XI, pp. 159-176. 

*) La vera Commedia al chiarissimo sig. avv. Carlo Goldoni. Venezia. 
Pitteri 1755. 

5) Lettere e Scr. iìi. cit., I, 138. Il Carli, chiamato pochi anni dopo a Mi- 
lano presidente del Consiglio supremo di Commercio e d'economia pubblica, 
visse il restante della vita in questa città e fu l'amico più autorevole e più 
fido di Pietro. Vedi su lui e sull'amicizia col Verri L. Bossi, Elogio storico di 
Q. R. Carli. Venezia, 1797; Ugoni, op. cit. (1821) II, 125 e segg.; e Tamaro, 
Nel primo centenario della morte di G. R. Carli, Discorso in Atti e Memorie 
della Soc. Istriana di archeologia e di Storia patria, Voi. XI. 

^) Come alla Serbelloni intitolava la Sposa Persiana, pure dell'edizione Pit- 
teri. Dell'occasione, nella quale fu scritto il Festino, che il Goldoni, non senza 



14 L. Ferrari 

nevale del 1754, quando i suoi detrattori per la caduta del Vecchio 
Bizzarro lo credevano avvilito. E da parte di uno dei piti acerbi av- 
versarj del commediografo veneziano, dal Chiari, si tirò addosso 
una epistola di 197 martelliani ^), di quei martelliani che Carlo 
Gozzi fingeva far indigestione al re delle tre Melarancie; alla quale 
Midonte rispondeva stampando un florilegio, compilato coli' aiuto 
del Carli, di tutti gli errori filosofici, di tutte le definizioni sbagliate, 
di tutti i 25assi contraddittorj sparsi nelle Lettere del Chiari. 

Con queste operette doveva il Verri essersi già acquistato un 
certo nome nella società milanese. Quando Mad. Du Boccage nel 
1758 attraversava in trionfo l'Italia ^), a Milano Midonte fu il suo 
cicerone, e presso i " coaccademici „ promosse una traduzione del 
poema della nuova Minerva: la Colombiade^). Oramai Pietro Verri 



ragione, volle dedicato ad uno dei suoi difensori, discorre il Masi nella prefaz. 
alle Lettere dì Carlo Goldoni da lui raccolte (Bologna, Zanichelli, 1880, p. 44). 
*) AlV Eruditissimo Midonte Priamideo milanese pastor arcade di Roma, 
epistola in martelliani premessa a La filosofia per tutti. Lettere scientifiche 
in versi martelliani sopra il buon uso della ragione dell' abate Chiari, Ve- 
nezia e Parma, F. Carmignani 1763. 

2) Dei trionfi e degli onori ricevuti la Du Boccage scrisse da per sé gli annali 
nelle Lettres, in cui racconta i suoi viaggi.- Vedi in generale sul suo soggiorno in 
Italia l'art, di A. D'Ancona in Fanf. della Domenica 1882, n. 28: Mad. Du Boc- 
cage in Italia; e per le accoglienze ricevute nelle varie città, a Roma, Rime 
degli Arcadi (T. XIV [1781] pp. 290-96) e Grosley. Nouveaux Mémoires ou 
observations sur l'Italie et sur les Italiens par deux gentilshommes suédois 
(Londre, Nourse 1764 11,476-7) a Venezia, Goldoni. Mémoires cit. 11. 256: 
a Bologna, Lettere della Du Boccage all' Alg arotti e viceversa, in Algarotti, 
Opere ed. Palese XVI, pp. 413-19. 

3) Anche il Frugoni, che la Du Boccage aveva conosciuto nel suo soggiorno 
a Parma, le aveva promesso per complimento di tradurre la Colombiade ; ma 
si guardò poi bene dal sobbarcarsi all'ingrata fatica. AU'Algarotti, che, pregato 
dalla Du Boccage, lo sollecitava a tenere la promessa, il Frugoni rispondeva 
(lett. all'A. 2 febr. 1759 in Algarotti, Opere, ed. cit. XIII, 97): « Io per vezzo 
promisi a mad. Du Boccage fra il fumoso Sciampagna ed il nettareo Peralta la 
traduzione della sua Colombiade; ma calmati i dolci vapori del vino promisi a 



Del « Caffè •>•>, lìerioàico milmiese del secolo xvni lo 

era noto nella repubblica letteraria italiana. Quando ad un tratto 
addio accademia, addio poesie, addio teatro ; il giovane conte li a 
deciso di imprendere la carriera militare, e parte come ufficiale per la 
guerra che si combatte in Sassonia tra gli alleati e Federico. Egli 
si è ribellato a quella vita di abnegazione della volontà propria 
e di sacrifizj continui, ha scosso la disciplina paterna (nel '52, non 
si sa per quali colpe, il padre aveva minacciato di rinchiuderlo in 
Castello, e lo avrebbe fatto, se non si fossero interposti il sen. 
Aless. Castiglioni, il march. Ant. Litta e lo stesso governatore Pal- 
lavicini ) ; forse ancora si è accorto della futilità e vanità delle sue 
occupazioni: ansioso di progredire e conscio di non tenere la via 
più adatta, ma incapace tuttora a distinguere quale sia destinato 
a percorrere, egli ha voluto intanto togliersi bruscamente a quella 
vita inutile e infruttosa. Infatti vedremo, trascorso poco più di un 
anno, ritornare in patria filosofo, economista, politico chi ne era 
partito poeta di raccolte, autore di cicalate e vagheggino. 

Un caso, diceva il Verri ^), lo aveva gettato nella realtà della 
vita, e un altro caso fece sì, che quell' anno passato al campo più 
giovasse al suo sviluppo intellettuale che otto anni di studj forzati 
delle leggi, di puerili esercizj accademici e di perditempi lette- 
rarj. Al campo, dove il giovane ufficiale, si credeva " di vedere , 
effettuate nella realtà " le descrizioni del Tasso e dell'Ariosto, un 
" unione di eroi che avvampano per la gloria, anime appassionate 
" pel mestiere, avide d'illuminarsi, animate da principij di generosa 
* elevazione „, non trovò che "ipocondria, noja, schiavitù, invidia, 
" rusticità ')„. Tuttavia, in mezzo a soldati " canaglia „ ed ufficiali 



me stesso di farlo giammai ». La traduzione dei milanesi invece fu compita, ed 
uscì nel 1771 (Milano, Marcili). La prefazione è del Frisi; e il primo canto 
fu tradotto da Midonto II Parini, che pose in versi una parte del nono canto, 
sconfessò poi questo suo lavoro poetico, che è ben misera cosa (Vedi Melzi, 
Diz. d'opere anonime cit. I, 221). 

*) Sor. in. cit. I, 136. 

») Scr. in. I, 35. 



16 L. Ferrari 

" cadetti spiantati „ Midonte scorge finalmente un uomo: " Vestigia 
hominum video „ ^) : trova un amico. E chi? Un avventuriere 
inglese, che ha corso la Spagna e l' Italia. Fuggito di patria a Ber- 
lino, di là andato con una ballerina a Venezia, è cavato d' impaccio 
dai Gesuiti, che lo mandano a studiare a Roma. Finiti gli studj, passa 
in Ispagna, ove imprende dapprima la carriera diplomatica, poi 
serve come ufficiale fra gli ingegneri militari. Scoppiata la guerra 
in Alemagna, lascia la Spagna, va a Vienna, ed è fatto tenente del 
più miserabile reggimento dell'armata. Non importa ; egli si farà 
strada col sapere, col coraggio, coU'audacia, fino a salire al grado 
di aiutante del gen. Lascy. Ma non soddisfatto dei compensi avuti 
dall'Austria, passerà alla Prussia: finita la guerra, andrà in Russia 
a combattere contro i Turchi. Poi vagherà di nuovo per l'Italia, la 
Spagna, il Portogallo ^), e disoccupato, per non saper che fare, si 
muterà da soldato in scrittore, e scriverà non solo di guerra, ma di 
politica, di morale (Saggi sulle passioni) e di economia (Saggi sulle 
finanze). 

Tale era Enrico Lloyd, il nuovo compagno del Verri, vero tipo 
dell'avventuriere, uomo di tutti i paesi e di tutte le professioni 
e scrittore di tutte le scienze. Ma la compagnia di quest'uomo pieno 
di coraggio e d' ingegno, conoscitore profondo non solo " dell'arte 
della guerra, ma eruditissimo nella storia „ , è destinata a scuotere 
il Verri e a risvegliarne le riposte energie. Abbandonato l'esercito 
ai primi di gennaio del '60 ^), Pietro Verri torna a Vienna. Lo 
scopo eh' egli si è proposto fermamente è questo : ottenere un 
impiego " non a forza di riverenze e di anticamere, ma coli' oc- 
" cuparsi seriamente di fatti domestici, attinenti alle regalie, al 
" commercio, alla zecca „ *) ; facendosi valere col sapere e colla 



*■) Sor. in. I, 49 Vedi per notizie sul L. Lloyd la nota apposta dal Casati 
a questa lettera del Verri, pp. 53-4. 

2) Il Lloyd, generale, passando nel 1768 per l'Italia, si fermò dall'amico 
a Milano più mesi. Vedi Sor. in. Ili, 5-6, 225. 

3) Sa: in. I, 50. 
*) Sa: in. I, 146. 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvni 17 

dottrina. Cominciano allora, fin dal soggiorno cioè a Vienna ^), 
quegli studj severi, chi*, ristretti dapprima al fine meschino di 
procurarsi " una nicchia , , si allargheranno e svolgeranno in un 
ideale disegno di sapienti riforme, dirette a migliorare non solo 
l'ordine civile e sociale, ma anche il morale. 

Tornato a Milano, il Verri prosegue indefessamente a lavorare. 
Per raggiungere il suo intento molte difficoltà gli si oppongono: il 
disprezzo e le prevenzioni degli esperti verso gli inesperti, la diffidenza 
del governo, la potenza dei fermieri, i pregiudizj di usi inveterati, 
r ignoranza del popolo. Ma egli non è tale da lasciarsi abbattere 
dalle avversità, anzi ne è spronato: e si pone all'opera auda- 
cemente. 

Lo sostengono i consigli del Carli ^) e lo conforta la confi- 
denza dei congiunti : giacché questa volta non è più solo, ma nella 
casa stessa paterna ha chi partecipa alle sue idee ed ai suoi desi- 
derj: il fratello Alessandro, minore di tredici anni, uscito da poco 
tempo dal collegio imperiale dei Barnabiti ^). " Non è un campo 



*) Mentre la sera cerca favori e protezioni nei salotti dei ministri e delle 
dame, la mattina egli studia alla Biblioteca filosofi ed autori di economia politica : 
fa la sua settimana di ciambellano e balla colle arciduchesse, ma non trascura di 
lavorare al tavolino, e compone durante il soggiorno a Vienna un opuscolo 
sui principj essenziali delle scienze sociali, che pubblicherà poi sul Caffè (I. 
n. 3, pp. 24-29). 

2) L'amicizia era stata confermata da una visita fatta al Carli, nel ritorno 
da Vienna, a Capo d'Istria. Vedi Scr. in. I, 139-42. 

3) Citiamo una volta per sempre come fonti e delle notizie biografiche di 
Alessandro Verri la Vita, che di lui scrisse G. A. Maggi, usando per gentilezza 
dal co. Gabriele, nipote di A. e figlio di Pietro, del carteggio tenuto dai due 
fratelli per circa trenta anni; premessa dapprima alle Opere scelte di A. Verri. 
(Milano soc. tip. de' classici it. 1822) e riprodotta nelle Biografie del Tipaldo 
(IV, 39 e segg.) e dinanzi alle Vicende memorabili dal 1789 al 1801 narrate 
da Aless. Verri (Milano, Margheri 1858). Vedi pure Ambrogio Levati, Elogio 
storico in Discorsi Varj del co. A. V. (Milano, Silvestri 1828) e Ugoni, op. cit. 
(1856) II, 129. Per la bibliografia delle Bue opere vedi la Bibliografia Verriana 
cit. del VisMARA pp. 376-87. 

R. Se. Norm. « 



18 L. Ferrari 

• coltivato „ scrive Pietro pochi giorni appena dopo il suo arrivo a 
Milano ^) " ma la, natura ne è feconda assai e inquieta di produrre. 
"Alessandro ha un'anima piena di energia; mi pare spinto a 
" diventare mio amico, come io di lui „. Alessandro non ha ancora 
dato prove del suo ingegno, è inesperto della vita e della scienza; 
ma trovando il fratello maggiore più audace, più intraprendente, 
tutto entusiasta delle nuove idee di libertà, di progresso, di riforme, 
lo fa sua guida, fa proprie le sue dottrine, esagerandole con foga 
di giovane e di proselite; perfino, da principio, ne imita lo stile, 
pur migliorandolo. Anche Alessandro è di indole fierissima, tanto 
da essere chiamato,dal padre, quando era piccolo, * il Neroncino „ '^); 
e, come Pietro, vuol liberarsi dalla servitù domestica, e farsi 
noto collo studio e col sapere; sicché tra i due fratelli comincia 
una calda intimità, che, non disturbata se non da ragioni di inte- 
resse per qualche tempo ^), dovrà durare anche nella loro lonta- 
nanza, costante. 

Due scritture composte da Pieti'O appena arrivato a Milano, una 
sul 'Tributo del sale, l'altra sulla Grandezza e decadenza del Com- 
mercio di Milano *) e da lui presentate al Firmian come saggio del 
proprio valore, sono accolte freddamente. Il Verri si fa ridare il ma- 
noscritto e con una costanza mirabile si pone nuovamente a lavo- 
rarvi intorno : vi aggiungerà una seconda parte, dove studierà lo 
stato presente del commercio, e magari una terza, dove esporrà i 
rimedj alla decadenza presente. Trova il suo consolatore in Ales- 
sandro, il quale alla sua volta riceve dal fratello consigli per gli 
studi di giurisprudenza, a cui attende per volere del padre, e per un 
Saggio di storia d' Italia da Romolo ed 1761; compendio destinato 
a " svellere dalle mani di pochi eruditi la storia nostra e dif- 



i) Scr. in. I, 144-5. 
») Scr. in. II, 55. 

3) Vedi E. Greppi, Recensione al libro cit. del Bouvy in Arch. stor. lomb. 
XVII (1890) p. 471. 
*) Scr. in. I, 153. 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvin 19 

" fonderla nei suoi leggitori ^) „ : uno dei tanti tentativi di volga- 
rizzamento delle cognizioni e della scienza, così comuni a quel 
tempo in Italia 2). 

Ben presto la doppia compagnia si accresce di un nuovo perso- 
naggio, che viene ogni giorno in casa Verri * a studiare con Pietro 
" ed Alessandro nel silenzio della stessa camera. E figlio di famiglia 
" di 25 anni. È un profondo algebrista, buon poeta, testa fatta per 
" tentare strade nuove, se l'inerzia e l'avvilimento non lo soffocano. 
" La fantasia e l' imaginazione vivacissima, unita ad un intenso 
" studio sul cuore umano ne fanno un uomo di merito singolare „ ^). 
Così sono tre gli spostati, come potremmo chiamarli con un 
vocabolo moderno, bene applicato ai nostri filosofi milanesi ^) da 
Aless. Paoli ; spostati nelle loro famiglie e nella classe, cui appar- 
tengono. Giacché anche il nuovo venuto, il march. Cesare Beccaria, 
è in rotta colla sua famiglia ed è disoccupato. Per aver voluto man- 
tenere la parola data a Teresa de Blasco ha sofi^erto sotto il go- 
verno patriarcale la prigione, è stato cacciato di casa per volere del 



') Pref. al Saggio cit. riportata in parte dal Levati, Elogio cit., Milano, 
Silvestri 1818, p. 18. 

^) Quest'opera, frutto di cinque anni di lavoro, già mandata allo stampa- 
tore Aubert a Livorno, fu poi abbandonata da Alessandro, ad onta delle esorta- 
zioni di Pietro, sia per lo stile, « vacillante tra lo stile di Tacito e quello di 
Voltaire», sia per la pubblicazione sopravvenuta frattanto delle Rivoluzioni 
(V Italia del Deniua, sia perchè (ed è questa senza dubbio la ragione capitale) 
Alessandro, stabilitosi a Roma presso la March. Boccapadule, temè, stampando 
quella storia ispirata a sentimenti liberi, di attirarsi « le dicerie di questo 
« paese, gli sgarbi, le accuse, le ricerche, e forse qualcosa di più serio » {Scr. 
in. Ili, 108, 133, 138). Il giudizio, che di questa storia dette nel Conciliatore 
(n. 103, pag. 407) un anonimo, che ne aveva veduto il manoscritto, non ci fa 
dolere che l'opera corresse tale sorte. « Verri, così scrive, non ha metodo, non 
€ precisione, non esattezza e incappa talvolta in errori di fatto e di data sin- 
« golarissimi: a ([uanto mi pare, la sua persona valeva assai più del suo libro ». 

^) Scr. iìi. I, 153-54. 

*) P. Verri e Alessandro Manzoni in N. Ant. s. 3» voi. 57, fas. 12, p. 673. 



20 L. Ferrari 

padre, e perfino pianto per morto ^). Privo cVogni agio, costretto 
a vivere della dote della moglie, avvilito, in questo stato venne 
a conoscerlo il Verri; e per trarlo dalle strettezze, contro cui 
non sapeva lottare, ai genitori, burberi, ma buoni di cuore, imma- 
ginò una sorpresa che riuscì felicemente ^). Ridonata al Beccaria 
la tranquillità così necessaria ad una persona del suo carattere per 
sopportare la fatica del lavoro, il Verri gli trova anche un argo- 
mento di studio: il disordine delle monete nello stato di Milano ^). 
Al Beccaria a poco a poco nell'inverno 1761-62 •*) altri si vanno 
aggiungendo, sinché " una scelta compagnia di giovani di talento „ 
si trova raccolta ogni sera nelle stanze di Pietro Verri. Vi appartiene 
il giovane co. Luigi Lambertenghi, " che ha molte cognizioni di 
" fisica e di geometria „ ■''), e scriverà di economia (Saggi sull'al- 
bergo dei poveri, sugli oziosi e sulle ricchezze del Clero) ; e sarà 
dapprima direttore della Casa di Correzione *'), e poi direttore ge- 



^) V. l'art, di P. Ghinzoni, Cenare Beccaria e il suo pruno matrimonio, 
in Arch. stor. lomb. an. XVIII, 2^ s. fase 31. 

2) Scr. in. I, 164. 

') Sulle relazioni del Beccaria con P. Verri e cogli amici del Ca/fè, intorno 
alle quali non ci sofferoiiarao, vedi ampj ragguagli nella Notizia biografica di 
C. P. Villa premessa alle Opere di C. B. (Milano, Classici, 1821-22), nel Discorso 
del ViLLARi (Opere di C. B. Firenze, Lemonnier, 1854), nel Cantù {Beccaria e il 
diritto penale. Firenze, Barbèra, 1862 p. 100 e segg.), nel IJouvy. (Op. cit. p. 91 
e segg.) e presso Gr. A. Venturi, C. Beccaria e le lettere di P. e A. V., in 
Preludio (Ancona 1882) a. VI, n. 3, 4, 6, 7. 

*) Osserva giustamente il Nevati ( Otto lettere di Tito Pomponio Attico 
(Beccaria) a l'ubilo Cornelio Scipione (Biffi) pubb. da F. Novati, per le nozze 
Renier-Campostrini, Ancona 1887, p. 16) che, sebbene della Società dei Pugili si 
faccia menzione la prima volta solo in una lettera di P. Verri dell'aprile '62, già 
nell'inverno 1761-62 dovevano usare i giovani amici di convenire presso il Verri : 
giacché del Biffi, che lasciò Milano nell'estate del 1762, resta un grosso libro di 
estratti, contenente scritti dei Verri e del Lambertenghi, compilato senza 
dubbio durante le lunghe serate invernali. 

^) Scr. in. I, 155. 

«) Scr. in. Ili, 119. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvni 21 

nerale delle dogane, consigliere del dipartimento d'Italia a Vienna, 
indi membro di uno dei quattro comitati della Repubblica Cisal- 
pina ^), consultore della Repubblica italiana, senatore del regno 
d'Italia ^). Altro compagno indivisibile del Verri e del Beccaria è 
un cremonese, il co. G. B. Biffi, uscito nel 1755 dal collegio dei 
nobili di Milano ^), e, dopo essersi recato a Parma a studiarvi 
legge, ritornato nella capitale lombarda nel 1760, per farvi prati- 
che per la diplomazia. Egli però non si tratterrà a Milano che 
un anno al più, dopo il corainciamento delle riunioni degli amici, 
né avrà molta parte nei lavori della società e non sarà neppure 
degli scrittori del Caffè', come anche non fu di tal numero il march. 
Giuseppe Menafoglio, il quale, appartenuto dapprincipio alla filo- 
sofica compagnia, se ne allontanò quasi subito accasandosi"^). 

Altri soci però entrano via via ad occupare il posto degli uscenti: 
nobili e abati. Il march, ab. Alfonso Lonoro fa lega coi Verri nel 
1763. " Brianzuolo, canonico della collegiata di S. Stefano a Mi- 
lano ,, così ne tesse la vita il Canta ^), " bellissimo dicitore, versato 
" nel diritto pubblico e ecclesiastico, stampò varie operette, la più 
" parte anonime, e attese alle questioni di legislazione e di eco- 
" nomia politica. Scrisse nel Caffè; dimorò a Vienna, poi nelle scuole 
" palatine succedette al Beccaria nella cattedra di economia poli- 
" tica. Era revisore dei libri, poi prefetto della nuova biblioteca di 
" Brera. Nella rivoluzione ebbe posto fra i legislatori; fu dell'Istituto 
" nazionale, e morì il 5 gennaio 1804 „. Amico del Beccaria e del 
Verri seppe nello stesso tempo serbarsi familiarissimo®) del Parini; 
del quale ebbe la modesta severità della vita e la savia moderazione 



1) Scr. in. IV, 247. 

') M. nel 1813. Vedi su lui la breve nota apposta alla lettera di P. V. ad 
A. 6 aprile 1752 dal dott. C. Casati. I, 154. 
3) Scr. in. Ili, 71. 

*) NovATi, Opusc. cit. p. 14. Scr. in. I, 210. II, 75. 
*) Beccaria etc. ed. cit. p. 94. 
«) Vedi le Odi di G. Parini per cura di F. Salveraglio ed. cit. pp. XLI 

e LX. 



22 L. Ferrari 

dei giudizj, come partecipò coi Socj dei Piuini all'amore per la no- 
vella scienza economica e alla venerazione perla letteratui'a filosofica 
di oltr'alpe ^). Nello stesso anno sono ammessi alla società il co. 
Giuseppe Visconti di Saliceto, dei discendenti di Bernabò 2), cugino 
germano del Beccaria, studioso di scienze fisiche; il co. Pietro Secchi 
Comneno ^), futuro segretario e poi consigliere camerale, estensore 
per incarico del governo degli statuti della Società Patriottica *), 
e l'ab. Sebastiano Franci, di cui non conosciamo altro scritto che 
l'opera citata dal Melzi, " La moneta, soggetto istorico, civile e poli- 
tico „ ^). In tutto, nove furono i membri di questa società, della 
quale fin da principio P. Verri, che n' era come capo, presagiva ^): 
" Questa piccola e oscura società di amici, collegati dall'amore 
" dello studio, dalla virtìi, dalla somiglianza della condizione e niente 
" stimata nella opinione pubblica, forse un giorno farà parlare di sé, 
" e farà onore a quella patria che ora la motteggia „. 

La compagnia, in tanta abbondanza e varietà di nomi proprj 
ed improprj, faceti e ridicoli, strani e pazzeschi, quanti contò la 
letteratura accademica italiana, non poteva non avere un nome, e 
si chiamò V Accademia dei Pugni ^). E anche gli accademici pre- 
sero un appellativo, traendolo non da territorj non posseduti, ne 
da simboli presi ad insegna dell'Accademia ; ma da personaggi della 
storia Romana, e ciò per somiglianza di tendenze, di gusto, di 
indole. Pietro Verri, ambizioso, energico, spregiatore del volgo, 
assunse il nome di Lucio Cornelio Siila ^): il Beccaria, epicureo nel- 
r anima, si chiamò Tito Pomponio Attico ; Alessandro Verri per 



*) Il Melzi op. cit. T. l.'', pag. 289, ci informa, che l'ab. Longo fece stam- 
pare a Milano nel 1780, con una breve prefazione, Les devoirs de Mirabeau. 

2) Calvi, Op. cit. p. 223 n. 22. 

3) Sa: in. Ili, 259. Vedi pure Calvi op. cit. p. 494 
*) Bianchi, Elogio cit., p. 181. 

s) Milano, Galeazzi, 1769. 

^) Scr. in. I, 155. 

') Scr. in. I, 284, III, 72. 

*) Come rileva il Novati (opusc. cit., p, 14) dai manoscritti del Biffi. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvni 23 

l'umanità sua, Marco Claudio Marcello ; il Visconti Quinto Ortensio, 
forse per certa abilità oratoria; il Biffi P. Cornelio Scipione: e 
così via. 

A cominciare dall'invernata 1761-62, ogni sera tutti questi 
giovani, accomunati nella fatica dello studio dall'amore del sapere 
e della gloria, si riuniscono nella stanza di P. Verri a discutere, 
a consultarsi, a leggere e a lavorare: vista nuova, se si paragona 
alle radunanze accademiche di vecchi assonnati, convenuti ad udir 
recitare infinito numero di cicalate^ di sonetti, di capitoli sulle piìi 
frivole e scipite materie: spettacolo insolito, per chi era uso ad 
assistere ogni dì ad accademie di dame cincischiate e cascanti e 
di cavalieri serventi scioperati, raccolti a festeggiare o uno stra- 
niero, il primo capitato, o un improvvisatore o un avventuriere. 
E parve spettacolo tale da destar l'estro dell'artista e meritare 
d'esser consegnato alla tela. Il visitatore del nuovo Museo del 
Risorgimento di Milano vede tuttora rappresentati in un quadro, 
riuniti in casa Verri nella via ora Monte Napoleone, alcuni giovani 
uomini intenti, altri a consultar libri, altri a conversare: e sono " gli 
illuminati patrizj fondatori del famoso Caffè „^). 

In queste riunioni del 1761-62 il Verri continua le sue ricerche 
sul commercio di Milano e compone una serie di almanacchi satirici, 
nei quali, tenendo presente l'esempio dello Swift, combatte abusi o 
pregiudizj del tempo, il Beccaria studia sulle monete, e Alessandro 
Verri compila la sua Storia; avviamento ad opere maggiori. Gli al- 
tri, che non hanno alle mani qualche lavoro, lasciati padroni delle 
biblioteche di casa Lambertenghi e Trivulzi 2), leggono in comune, 
e delle letture fanno estratti. Tutta la letteratura in voga, fran- 
cese e inglese, è così studiata, compendiata e ridotta in excerpta ^) ; 



*) Illustrazione ita'inna, a. XXIII, n. 27, p. 315. R. Barbièra, Un giro 
nel museo del Risorgimento. 

2) Scr. iti. TV, 297. 

3) Un grosso volume di e.stratti, « frutti delle letture che si andavano fa- 
cendo in comune», e tutto scritto di pug;no dal Biffi, fu trovato dal Novati 
fra i manoscritti di questo (Optisc. cit p. 10). 



24 L. Ferrari 

dove, accanto a sentenze di autori greci e latini, si ricopiano ar- 
ticoli dello Spettatore, brani dello Shakespeare e del Crebillon, 
dello Swift e del Gresset, dell' Addison e del Montaigne, del Fon- 
tenelle, del Dryden e del Pope, dell' Hume e del Montesquieu, 
del Voltaire, del Rousseau, del D'Alembert ^). Di pochi italiani 
pur troppo si cercano e si leggono le opere; alcuni, eccellenti e 
originali per pensiero e per forma, come il Machiavelli, il Savpi, 
il Galileo: altri di forma e di pensiero piìi affini agli stranieri che 
ai nostri classici, in special modo il Bettinelli e l'Algarotti. E agli 
studj si mischiano gli scherzi (un bel giorno i due Verri, il Bec- 
caria, il Lambertenghi e il Biffi si fanno ciascuno l'epigrafe se- 
polcrale^)), o le occupazioni galanti; " perchè quella società hrW- 
" laute, leggera, spensierata, tutta intrighi e pettegolezzi, della 
" quale essi dicono tanto male, ravvolge anche loro nei suoi vor- 

" tici „ 3). 

Nel '63 aumenta, come abbiamo veduto, il numero dei socj, e 
cresce anche l'operosità. Pietro reca a compimento in quest'anno 
le sue prime opere notevoli: il Discorso sulla felicità e le Con- 
siderazioni sul commercio dello Stato di Milano, che invia al Kau- 
nitz: quello, frutto di un ingegno sorto ed educatosi senza guida, 
ma già maturato nella meditazione e nella ricerca filosofica, e 
testimone insieme di una coscienza profondamente devota all'idea 
del dovere; questo, principio felice di una lotta gloriosa, la lotta 



*) Neil' 82 il Colpani, un amico dei Verri che vedremo scrivere anche nel 
Caffè, stampava un poemetto intitolato Ai miei libri, nel quale enumera i suoi 
autori prediletti. E sono il Buffon, il Pope, il Montesquieu, il Fonteuelle, G. G. 
Rousseau, il Voltaire e un italiano, l'Algarotti ; la cui maniera infatti, come 
diremo più oltre, continuò nelle sue poesie. 

2) NOVATI, Opiisc. cit. p. 19. 

3) Il NovATi (pag. 20) accanto agli epitaffi trovò nel volume del Biffi ri- 
cette per la composizione di sacchetti di odore, per pomate ed « altri elet- 
tuarj misteriosi ». Quanto a P. Verri, come notava il Barbiti {Fntsta, n. XXI), 
« aveva avuto dalla natura un buon paio di calcagna da ballerino ». e ne sa- 
peva usare. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo x\'ni 25 

contro i ferniieri, e inizio della fama e della fortuna del Verri, 
Della qual guerra non istaremo qui a narrar le vicende ; che non 
sarebbe il luogo. Ricorderemo soltanto, che elezione e partecipa- 
zione ai lavori del Supremo Consiglio d'economia, composizione 
del famoso Bilancio del Commercio di Milano^ compilazione di un 
nuovo bilancio per incarico del Governo sui dati ufficiali, ammi- 
nistrazione della ferma mista, come delegato dello Stato ; tutti 
questi lavori erano compiuti dal Verri nel 1764 e nel '65, mentre 
si stampava il Caffè, al quale vedremo prender parte attivissima. 
Tale era l'operosità e la costanza di questi giovani. 

Nell'anno 1764 la Società dei Pugni ci dà per mezzo di Pietro 
nuovi almanacchi satirici, il M(d di Milza e il Collegio delle Ma- 
rionette, volti a deridere, l'uno la boria dei nobili e l'altro la va- 
nità e le frivolezze dell'educazione data nei monasteri alle fanciulle; 
e per opera del Beccaria produce cosa destinata a spanderne il nome 
in tutta Europa e assicurarne la memoria presso i posteri: il pic- 
colo libro sui delitti e sulle pene ^). 

Con questa opera, V Accademia dei Pugni aveva diritto ad essere 
nota a tutta Europa. I suoi lavoi'i di economia avevano fermata 
l'attenzione dei ministri austriaci; due dei suoi membri, il Secchi 
e Pietro Verri, stavano per ottenere l'ufficio desiderato: perfino 
a Milano le condizioni della compagnia ei"ano di assai mutate. I 
Socj dei Pugni, prima " déniés, hérétiques, esprits forts, ennemis 
de la patrie „ ^), comiuciavano a riconciliarsi " avec le genre hu- 
main „; e, mentre un tempo passavano " per novatori, cattivi citta- 
" dini, poco buon cristiani e compagnia pericolosa „ ^), andavano 
ora a poco a poco acquistando la stima universale. Vinta la diffi- 
denza e lo sprezzo dei concittadini, appagata la legittima ambi- 



*) Non oc.orre ricordare quanta parte abbiano avuta i Socj 'lei Pugni, 
e specialmente P. Verri, nel concepimento, nella stesura e nella stampa di 
quell'opera famosa. Vedi su ciò ampj particolari in Bouvy, op. cit. p. 91 e segg. 

») Scr. in. IV, 267. 

3) P. Verri, Scritti varj, ed. cit. voi. Il, p. 253, 



26 L. Feirari 

zione di alcuni socj, era questo il momento opportuno per un'opera 
in comune, la quale raflforzasse la fama ottenuta e preparasse il 
trionfo di quelle idee, alle quali si erano votati. Nulla di più adatto 
a ciò, che un periodico cui tutti potessero cooperare a seconda della 
volontà, delle attitudini e degli studj proprj. 

Un giornale serviva anzitutto a quello, die i Socj dei Pugni 
si erano proposto come scopo ultimo dei loro studj: l'attuazione 
di riforme. In Lombardia l'opposizione a queste veniva, non dal So- 
vrano, né dal Governo austriaco, pronti a proraovere ogni sorta 
di miglioramenti, ma bensì dalle autorità locali, gelose delle loro 
franchigie e devote a forme secolari, e dal popolo ignorante, 
pigro, indifferente. Per ottenere la stima dei magistrati, per 
smuoverli dalle loro tenaci opinioni, per convincerli della necessità 
di cose nuove, occorreva domandarle pubblicamente, e apertamente 
dimostrarne la giustizia e l'utilità. E perchè le riforme potessero 
ottenersi e prosperare, questa ancora era condizione essenziale: che 
l'universale dei cittadini fosse tolto all'indolenza e all'ignoranza 
diffondendo in esso i nuovi principii di illuminata filosofia; che il 
popolo fosse istruito convenientemente delle nuove necessità della 
vita sociale e morale, allargando la cultura, così scarsa allora in 
Milano, che il Beccaria, sia pur esagerando, scriveva " trovarvisi 
" appena una ventina di persone che amino istruirsi e che sacri- 
* fichino alla virtù e alla verità , ') . Soltanto un giornale avrebbe 
potuto combattere abusi e pregi udizj d'ogni specie, dovunque si 
trovassero ; nell' educazione, nelle scienze, nell' amministrazione 
dello Stato, nell' ordinamento sociale ed anche nella letteratura, 
nella quale dai Socj dei Pugni non si volevano lasciar spadroneg- 
giare i Trasformati, come dall'amministrazione dello stato cerca- 
vansi cacciare i curiali. 

" Persuasi , perciò, " che le opere periodiche sono uno dei mi- 
" gliori mezzi per indurre a qualche lettura le menti incapaci di 



*) Lettera del Beccaria all'ab. Morellet riferita in parte e senza data dal 
Cantù, Beccaria ecc., p. 69. 



Del « Caffè », periodico milanese del secolo XTm 27 

" seria applicazione „, i Socj del Pugni decisero di " stampare dei 
" fogli, ad imitazione dello Spettatore, opera che tanto lia con- 
" tribuito nell'Inghilterra ad accrescere la coltura delle menti e i 
" progressi del buon senso „ ^). Far " vivere i proprj concittadini 
" nel secolo XVIII" , doveva essere lo scopo del nuovo giornale. 

II. 
Natura del periodico e suoi estensori. 

Il Giornalismo milanese del '700, prima del Caffè, non conta 
ne molte né importanti pubblicazioni. Non parliamo di giornali 
politici ; che Milano ne ebbe in tutto il secolo uno solo, il quale durò 
per più di cinquant'anni, cambiando nome più volte ^), finche nel 
1769 assumeva il titolo di Gazzetta di Milano col motto " medio 
tutissimus ibis „, attribuito al Parini, che ne ebbe per qualche tempo 
la direzione. Di giornali letterarj, il primo, anch'esso settimanale, 
aveva veduto la luce nel 1756, sotto il nome di Raccolta Milanese: 
ed era infatti una raccolta di scritti di erudizione e di cose inedite, 
tratte negli archivj di famiglie milanesi ^). Seguirono due altre 
Collezioni di Opuscoli e di Nuovi Opuscoli, pure di materie erudite ; 
indi il Caffè: al quale terranno dietro V Estratto della Letteratura 
Europea (dal 1767 al '69) e la Gazzetta Letteraria pubblicata dallo 
stampatore Galeazzi (dal '72 al '76). 



*) C.\NTÙ, ibidem. 

*) V. De Castro, Milano nel 700 giusta le ■poesie, le caricature ecc. Mi- 
lano, Dumolard 1887, pp. 335 e 344. 

3) Il 1.0 voi. edito nei 1756, contiene, fra le altre, scritture del Carli, del 
Gìulini, del Mazzucchelli, di Dom. Maria Manni, dell' ab. Villa, del Muratori; 
e, non prive di importanza, quattro lettere del Bembo inedite, tre del card. 
Federico Borromeo, nove sonetti di Bramante d' Urbino, del Filelfo due lettere 
in greco, de'. Tibaldeo un sonetto e d'altri altre cosette. Meno importante è 
il 2.0 volume, pubblicato nel 1757 del tipografo stesso Agnelli, il quale, es- 
sendosi sciolta la compagnia dei letterati che aveva curata la stampa del 
primo tomo, volle trar profitto del materiale sopravanzato. 



28 L. Ferrari 

Il Caffè comincia il 1^ giugno 1764 e va a tutto maggio 1766. 
Usciva ogni dieci giorni ed era stampato a Brescia (dove abitava 
come vedremo, uno degli scrittori, il Colpani), fuori, cioè, di Stato, 
a scanso di noie ^). 

La forma del Giornale, in special modo nei primi numeri, ri- 
corda quella dello Spectatoì\ ad imitazione del quale, come abbiamo 
visto, e come scriveva il Beccaria al Morellet, egli ed i suoi amici 
avevano voluto si formasse il nuovo periodico ^). Dallo Specta- 
tor, del quale vedemmo uno della Società dei Pugni compilare 
nelle lunghe serate d'inverno ampj estratti, è tolto in realtà 
il concetto direttivo e il criterio nella scelta degli argomenti. 
Scopo degli estensori del Caffè, come espone il Beccaria è in primo 
luogo " fare amabile la virtù e inspirar quel patetico entusiasmo, 
" per cui pare che gli uomini dimentichino per un momento sé 
" stessi per V altrui felicità „ ; e secondariamente " render comuni, 
" familiari, chiare e precise le cognizioni tendenti a migliorare i 
" comodi della vita privata e quelli del pubblico „ ^). Il periodico 
non è quindi un Journal des Savans o un Giornale dei Letterati, 
un giornale cioè d'informazione erudita; ma tratta di tutto ciò, 
che forma la vita familiare e civile: opinioni ed usanze, leggi e cre- 
denze, vizj e virtìi. 

E anche si cerca imitare l'ordine dello Spectator. Lo Spetta- 
tore è un gentiluomo, che ha coi viaggi acquistata 1' abitudine 
di osservare, e di questa sua facoltà, venuto a Londra, fa uso nei 
caffè, al teatro^ per la via, nelle conversazioni. Intorno a lui si 
raccolgono un vecchio celibe, baronetto, che vive sempre in cam- 
pagna, nemico delle donne, delle cerimonie e delle mode; un giu- 
reconsulto studioso e molto dotto di cose letterarie; un mercante 



*) Brescia, Bizzarri 1764-5 voi. 2. Vedi la licenza per la stampa dei Ri- 
formatori dello Studio di Padova, datata li 16 aprile 17 64 e riprodotta ia 
fine al 1." volume. 

2) Anche P. Verri nel programma {Caffè, I, p. 10) ricorda, che il fine pro- 
postosi dagli scrittori è « spargere utili cognizioni fra i nostri cittadini diver- 
tendoli, come già fecero Swift, Addison e Pope ». 

3) Caffè, II, p. 7. 



Del « Caffè » , periodico tnilanese del secolo xvm 29 

instancabile ed espertissimo; un prete buon filosofo e uomo onesto, 
e un bi-avo militare. Si visitano fra loro, riferiscono quanto hanno 
veduto, discutono, giudicano di quelle materie di cui più si inten- 
dono ; sicché ogni aspetto della vita è toccato nelle loro discus- 
sioni. Non diversamente nel Caffè, per dare unità ad articoli varj 
e slegati, si immagina che nella bottega di caffè ^) di Demetrio, 
uomo franco, onesto, indipendente, convengano " alcuni uomini, 
" altri ragionevoli, altri irragionevoli; si discorra, si parli, si 
" scherzi , ; e si finge, che i discorsi pubblicati nel giornale non 
siano se non trascrizioni delle discussioni colà avvenute ^). 

Sin qui le somiglianze; ma non mancano anche le differenze. 
Anzitutto i Socj dei Pugni non sanno conservare a lungo questa 
finzione; e privi dell'ingegno artistico dei moralisti inglesi, che 
del giornale fecero opera di fantasia e di stile, pur continuando 
a togliere dallo Spectator qualche argomento e ad imitarne alcuni 
artifizj 3), finiscono col dare alla materia una forma puramente di- 



*) La Bottega del Caffè per la 2« metà del 600 e pel 700 è quello che 
il club nel secolo nostro. Sino dalla fine del 600 essa aveva avuto il suo 
cantore in Quinto Settano, di cui la Satyra quinta è del Ridotto del Caffè. 
(Q. Sectani, Satyrae nunc primum in lucem editae. Apud Trifonem Bibliopolam 
in foro Palladio, 1701). Anche il Gozzi faceva l'elogio delle botteghe del caffè 
nelVOssei-vatore (Bergamo, Fantozzi, 1825, voi. Ili, pp. 36-42). 

^) « Una bottega del Caffè », scrive il Verri (I. 285), « è una vera enci- 
« clopedia all'occasione, tanto è universalissima la serie delle cose sulle quali 
«accade di ragionare: né v'è pericolo che manchi giammai la materia a chi 
« stiavi spettatore con qualche accorgimento ». 

3) Il discorso dello Spettatore, De la cause clii rive et de ce qui l'excite 
dans les hons et Ics petits esprits, (trad. francese Le Spectateiir ou Le Socrate 
Moderne, Amsterdam, Wetsteins et Smith, 1744, t. I, p. 239 discorso XXXV), 
svolge la dottrina dell'Hobbes, che la passione, la quale ci eccita al riso, non 
è se non la vanagloria e l'amor di sé stesso; e la stessa dottrina svolge l'art. 
del Verri, Sìd ridicolo, nella sua prima parte {Caffè II, n. 15, pp. 110-15). Molto 
simili sono i discorsi. Le caractire d'un liomme qui est agréàble en compagnie 
et son oppose, e Pour ohtenir les bonnes graces des hommes, il n'y a qu'à les 
prendrepar leur faille (XXV del voi. IV, pp. 149-53 e XXXII del voi. I pp. 193-8), 



30 L. Ferrari 

dattica e scientifica. Poi agli apologhi, ai sogni, alle allegorie, spe- 
dienti comuni e classici di ammaestramenti morali, che l'Addison 
come il Gozzi, aveva prediletti, ma che agli scrittori del Caffè 
parevano avere " qualcosa di duro e di inverosimile „ ^), e al dia- 
logo, che avrebbe richiesta troppa arte, essi preferirono serj ra- 
gionamenti, " che invitino alla virtù, non per i motivi del dovere, 
"ma per quelli dell'utile „. Mentre gli estensori dello Spectator 
trattano di preferenza problemi di moralità pubblica e privata 
o rappresentano artisticamente costumi, passioni e sentimenti 
umani, i Socj dei Pugni curano assai una seconda parte tradi- 
zionale nel giornalismo italiano, cioè la letteraria; e anche -più 
una terza suggerita dai bisogni locali, dagli studj e dalle occupa- 



e quello di Alessandro: SiilVuomo amabile. I piaceri dell'imaginazione for- 
mano soggetto di varj discorsi dell' Addison (segnato 0, discorsi XLII, L, LI 
del voi. IV, p. 253 e segg., p. 307 e segg., p. 312 e segg.), e d'uno del 
Beccaria, sebbene la trattazione sia fatta da un aspetto molto difterente 
{Caffè, II, n. 7, pp. 51-54). L'Exercice de Véventail (XI del voi. II, pp. 63-8), 
riprodotto dal Gozzi sul suo Esercizio militare detta tabacchiera {Osservatore 
in Opere, Padova, Seminario 1819, VIII, p. 11), diventa nel Gafè con lontana 
imitazione lo Scherzo sulle Riverenze (I, n 6-7, pp. 53-56). Cfr. anche il di- 
scorso, Mauvaise economie des Gentilshommes Anglais qui vivetit à la cam- 
pagne (XIX del voi. II, p. 112 e segg.), coll'art. del Verri Sulla spensieratezza 
della privata economia : e i due articoli, uno dell' Addison (XXIV del t. II, 
p. 48, e segg.), Réflexions sur Ics gros livres et les feuilles volantes, e l'altro 
del Beccaria, Sullo scopo dei fogli periodici {Caffè II, n. 1, p. 4-8). Cinesi 
e Indiani entrano tanto nel giornale inglese, quanto nel milanese (v. ad es. 
disc. XVIII del t. VI, p. 113 e segg. Conte Chinois fait avatit le déluge e 
disc. XXXVII del T. I, p. 253 e segg. Observations faites à Londre par 4 Rois 
Indiens e gli articoli del Caffè: Badi, novella indiana, II, n. 12 pp. 91-94 e 
Viaggio d'un selvaggio del Canada a Pekino, I, n. 36, p. 280 e segg.) ; come 
del resto appaiono nella più parte delle scritture satiriche del 700 : ad es. nei 
pamphlets del Voltaire. I cittadini, soggetti alla censura, prendono veste di 
forestieri per censurare a lor volta impunemente le instituzioni vigenti; e, 
partecipi della civiltà, si camuffano da barbari per rilevare ingenuamente le 
incongruenze e le ingiustizie dei popoli civili nel secolo illuminato. 
*) Art. cit. del Beccaria. II, 7. 



Del « Caffè-», j)er iodico milanese del secolo xvin 31 

zioni del maggior numero degli scriventi : quella economica e sociale. 
In questa un nuovo criterio di scelta è suggerito dalle necessità 
del momento, e dalle condizioni della società, nella quale gli scrit- 
tori del Caffè erano cresciuti. Conviene cioè trattare di " cose di- 
sparatissime „, purché siano " dirette alla pubblica utilità „, purché 
* diano " delle viste e dei lumi che facciano pensare e fermentar 
" ridea di chi legge „; e alle cognizioni positive preferire le " ne- 
gative „, adatte " a distruggere i pregiudizj e le opinioni anticipate, 
' che formano l'imbarazzo a ogni scienza „ ^). N'esce così non un vero 
giornale di costumi, come è lo Spectator ; ma un periodico, didattico 
nella forma, per facilità e chiarezza di stile e per piana e popo- 
lare esposizione, e, nella materia, scientifico-letterario e vera- 
mente enciclopedico : nel quale si dà luogo non soltanto alla varia 
Letteratura, ma all'Economia politica, all'Agronomia, alla Storia 
naturale, alla Metereologia e persino alla scienza medica. Una serie 
sola di argomenti ne è esclusa, i religiosi e quelli che volgar- 
mente si dicono politici. Il programma promette " profonda sommis- 
" sione alle divine leggi, perfetto silenzio sui soggetti sacri, rispetto 
'^ per ogni Principe, ogni governo ed ogni nazione „: e la promessa 
è mantenuta fedelmente in tutto il corso del giornale, nel quale 
nulla troviamo di politico, se non qualche parola di ossequio tribu- 
tata alla imperiai Padrona ^), e nessuna considerazione intorno 



*) Art. cit. del Beccaria. II, 7. 

*) Il Secchi ia un articolo intitolato: Alcune ragioni della mediocrità del 
nostro Teatro, rilevando i danni sofferti dalla commedia italiana per l'esilio 
del Goldoni e studiandone i rimodj, esprime la speranza, riferendosi senza 
dubbio alla fortuna incontrata dal melodramma presso la corte Parmense 
(v. E. Bertana, Intorno al Frugoni in Giorn. stor. d. leti. ita. XXIV, 337-79), 
che la commedia goldoniana trovi i suoi protettori contro quella dell'arte 
nei principi, « che l'Italia conta nel suo seno e che può chiamare oramai ita- 
liani » {Caffè, II, 230). E Alessandro Verri scriveva {Di Cameade e di Qrozio 
II. 225) : « Noi viviamo in moderati governi ne' quali ciò che dobbiamo abbor- 
« rire e temer sono le sole rivoluzioni. Non c'è memoria che le dolcezze del 
« governo e le idee di giustizia sicuo state più universali e rispettate in Europa... 



32 L. Ferrari 

alle cose pubbliche e italiane, che oltrepassi le opinioni comuni 
del tempo. 

V è tuttavia un articolo, quello Sidìa Patria degli Italiani^ che 
si dice composto da P. Verri, e sembra fare eccezione a quanto 
abbiamo asserito intorno alla natura del nostro giornale. Sulla 
supposizione che questo discorso fosse opera del Verri il Bouvy 
intessè un capitolo del suo libro, nel quale volle fare di lui un 
precursore dell'Alfieri^); e molti, come il Carducci, asserirono 
" ch'egli [P. Verri] rimuginasse a quando a quando un concetto 
vago di patria italiana „ ^), o, come il Calvi ^), videro nel Caffè 
un foglio anche politico. Ora, come dimostreremo digredendo 
brevemente, né lo scritto Sulla Patria degli Italiani è tale, da 
attribuire al Caffè un colore politico, né è opera di Pietro Verri ; 
anzi le opinioni in esso espresse, opposte ai sentimenti suoi e degli 
altri Socj dei Pugni, furono da lui e da quelli disapprovate, e non 
ebbero nel giornale alcun seguito. 

Prima di tutto esaminiamo il contenuto dell'articolo ^). Nella 
bottega di Demetrio compare un incognito e siede chiedendo un 
caffè. Un giovane, che gli si trova vicino, dopo averlo fissato con 
aria arrogante, gli domanda se è forestiero : al che l' altro risponde 
di no. E dunque milanese? riprende il primo. No, signore, non 
sono milanese, risponde lo sconosciuto con gran meraviglia del- 
l'interrogante, che afferma di non capire. Sono italiano, grida 
l'incognito, e un italiano in Italia non è mai forestiere, come un 
francese non è forestiere in Francia, un inglese in Inghilterra, un 
olandese in Olanda. Questo pregiudizio, egli continua, rende gli 



« Dico che i buoni cittadini osservano le Leggi del loro paese, rispettano la 
«sua forma di governo, abborriscono ogni idea di sedizione; dico che non 
« conosce la Storia chi non sa quanti danni seco traggono le rivoluzioni ». 

*) Op. cit. p. 199 e segg, 

*) Storia del Giorno cit. p. 227. 

^) Il patriziato milanese ecc. 1. cit. 

<) Caffè, II, n. 2 pp. 12-17. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 33 

italiani inospitali e nemici di lor medesimi; è impedimento for- 
tissimo alla gloria nazionale, è causa " d'arenamento delle arti e 
delle scienze „ ; giacché gli uomini d'ingegno in Italia non sono 
apprezzati degnamente, e non si ha coraggio di lodare una ma- 
nifattura, una scoperta, un libro d'Italia. Eppure siamo nati tutti 
in quello spazio 

che Appeuniu parte, il mar circonda e l'Alpe, 

e siamo tutti figli di uno stesso popolo, simili tutti in origine. 
Al tempo dei Romani, dal Varo all'Arsa eravamo tutto un po- 
polo, partecipe degli onori di Roma; i barbari ci divisero. Poi " la 
" distanza degli Imperatori, la loro debolezza e la gara fra i con- 
" correnti all'Impero diede comodo agli italiani di risvegliare e 
" porre in moto i sopiti spiriti di libertà. E felice l'Italia, se c^ue- 
" sto comune genio di libertà fosse stato diretto ad un solo fine 
" cioè all'universale bene della nazione! ,. Ma, ridestiamoci alla fine, 
per nostro bene : e, come siamo un sol popolo, formiamo una sola 
civiltà. "Come nel sistema planetario nel fuoco dell' elissi sta il 
" sole, e i pianeti si aggirano attorno a lui nel tempo stesso che 
" si aggirano sui propri assi, così, noi pure restando divisi in do- 
" mini diversi e obbedendo a diversi sovrani, formiamo una volta 
" per i progressi delle scienze e delle arti un solo sistema. Diven- 
" ghiamo pertanto tutti di nuovo italiani per non cessare d'essere 
" uomini j,. 

L'articolo, che il Bouvy non senza esagerazione trova degno 
di Dante, del Petrarca e del Machiavelli ^), non svolge, è vero, 
alcun principio politico, ma è tuttavia notevole. Esso non pro- 
clama certamente il principio d'indipendenza, il torsi cioè dall'Au- 
stria e far da sé {cosa, che né passava per la mente di alcuno, né, 
pensata, sarebbesi espressa pubblicamente), ma efficacemente propu- 
gna una unione fraterna degli ingegni italiani, afferma vigorosa- 
mente il senso della comune patria, allora si scarso da non albergare 



') Op. cit. p. 203. 
R. Se. Norm» 



34 L. Ferrari 

neppure negli spinti più puri ed elevati. Ne dà esempio il Pa- 
ri ni, che obbedendo appunto al pregiudizio combattuto in questo 
articolo, chiamava la ligure Amoretti straniera agli ospiti in- 
subri ^), Ma perchè in tutto il Caffè è questa l'unica affermazione di 
sentimenti italiani r* Perchè 1" articolo Sulla Patria degli Italiaìii 
rimane soletto in mezzo a lodi prodigate a stranieri, in mezzo ad 
improperi lanciati alle cose più care al patriota, come la lingua, 
frammisto a quadri foschi del carattere italiano? 

L'articolo non porta segnatura: ma già il Bianchi ^) dando 
l'elenco dei discorsi pubblicati da Pietro Verri nel Caffè (un elenco 
così inesatto da mancare di alcuni articoli segnati colla sigla P., 
e comprenderne altri di diversi, come quelli sul Faraone e Sui fofjli 
2)eriodicl, che sono del Beccaria, e il Dialogo dell'agricoltura, lavoro 
del Franci), l'aveva annoverato fra gli scritti di lui, ritenendolo 
suo " per lo spirito con che era dettato „. La congettui'a del Bianchi 
accettata dall'Ugoni ^), dal Carcano ^), dal Vismara ^j e ripetuta, pre- 
stando fede a questi, da critici e storici della letteratura ''), trovò 
fede anche presso l'ultimo e diligente illustratore della vita e delle 
opere del Verri, il Bouvy. Egli non tenne conto, forse perchè non 
ne veniva recata alcuna prova, che il Bossi nel suo copioso Elogio 



*) Vedi Odi del Parini ed. curata dal prof. D'Ancoxa. Firenze, Lemonnier, 
1893, p. 73: 

luaubria, onde romore 
va per mense ospitali ed atti amici 
sa gli straniei-i ancor render felici, vv. 165-8. 

2) Eloffio di P. Verri cit. p. 293. 

•^) Op. cit., ed. 1856. II, 112. Nell'ediz. del 1820 invece, attingendo all'elo- 
gista del Carli, il cav. Luigi Bossi, l'Ugoni, nell'art, dedicato a G. R. Carli, aveva 
ricordato il Discorso Sulla Patria degli Italiani fra le opere di questo (II 156). 

•*) Cat. cit. premesso alla Storia di Milano, p. LX. 

^) Bibliografia cit. p 364. 

^) Fra gli altri dal Carducci {Storia del Giorno ì. cit.) e dai professori 
D'Ancona e Bacci {Mammle della letteratura italiana. Firenze. Barbèra 1894 
IV, 511). 



Del « Caffè », periodico milanese del secolo xvm 35 

storico del Carli ^) e TUgoni nella prima edizione della sua opera ^) 
avevano affermato, che il Carli aveva cooperato al Caffè, e gli aveano 
attribuito l'articolo Sulla Patria dei/li Italiani. Eppure egli co- 
nosceva quel passo di una lettera di Pietro al fratello Alessandro, 
in cui gli scrive in confidenza: " egli (il Morellet) trova bello il 
" pezzo sulla Patria ed io no. Tradidit munduni disputationibus ^) „-, 
e cercò darne una qualche spiegazione, dicendo: " Verri semble 
" méme avoir craint un moment d'étre alle trop loin, et laissé 
" échapper un regret „ . 

Ma al Bouvy è sfuggita una lettera di Alessandro Verri, edita in 
un altro Caffè, giornale politico milanese del 1884, ora dimenticato: 
nella quale abbiamo testimonianza esplicita, che la Patria degli Ita- 
liani è opera d'altra persona e non di Pietro Verri ^). La lettera dava 
il nome del co. G. R. Casati. Ma poiché la famiglia Casati non 
ebbe nel '700, come si rileva dal Calvi ^), alcun membro che si 



*) Tedi il passo riferito anche dall' Ugoni ed. 1820, II. pp. 156 e 160. 

*) II. 156. Il Tamaro {Nel lìrimo centenario della morte di G. Carli 
cit. p. 516) nomina anch'esso, senz'altro, l'articolo fra le opere dell'istriano. 

••') Scr. in. I, 277. 

'') Anno I, n. 12. 2o-27 maggio 1884. La lettera, inviata al giornale dal- 
l' on. co. Codronchi, ad un antenato del quale, che non si nomina, era diretta, 
ha la data di Roma 13 febr 1798. Alessandro, richiesto di notizie sugli 
scrittori del CatJ'c, risponde brevemente fidandosi alla memoria, perchè sono 
passati venti anni da che ebbe parte u-.-ir opera e non ha potuto trovare a 
Roma un Caffè. « La lettera C, scrive, è del mar. Ce.sare Beccaria del quale 
« sono i discorsi .sugli odori, e sui piaceri della imaginazione. La lettera P. 
« è del co. Pietro Verri mio fratello: la lettera A. è mia. Il co. G. R. Casati 
« ha fatto il discorso sulla Patria degli italiani e non ho presente la sua 
« lettera che potrà scoprire a pie del suddetto. Il march. Alfonso Longo, 
«attuale Bibliotecari) e Censore regio ha fatto il dis orso sopra T Orologio 
« oltramontano parag^rato coli' Italiano, ci ivi si potrà riconoscere la sua let- 
« tera II p. dottor V. Frisi ha fatto il discordo sugli influssi lunari. Il consi- 
« gliere e segretario di S. M. Giu-eppe II, D. Luigi Limb^rtenghi ha fatto 
« il discorso sopra i ciarlatani, e le sepolture ... ». 

2) TI patriziato milanese cit. Vedi ivi Elenco delle attuali tobili famiglie pa- 
trizie Milanesi in esecuzione dell'editto di Governo del di 20 ncv. 1769, p. 



36 L. Ferrari 

chiamasse Gian Rinaldo, e di Casati non si parla mai nelle lettere 
dei fratelli Verri, né si ha memoria, che un Casati appartenesse 
alla Società dei Pugili, tutto induceva a credere, che la parola 
Casati non fosse che un errore di trascrizione o di stampa, e 
r autore dell' articolo designato nella lettera fosse il Carli, conte 
e Gian Rinaldo. Il che fu confermato da una lettera di Pietro Verri 
al Carli, data non è molto alla luce ^). 

Nel Carli tali sentimenti di italianità e un tale sfogo ardente 
e coraggioso non possono meravigliare, chi ne ricordi i fatti della 
vita e ne conosca le opere. Nato in Istria e dimorato ora in un 
luogo ora in un altro d'Italia, a Padova, a Torino, a Milano, in 
Toscana, dalle vicende stesse della vita era stato tratto a deporre 
i pregiudizi di regione e di campanile ; forse piìi volte gli era oc- 
corso il caso, di cui come di cosa provata, dette una viva imagine 
in quello scritto. Ci-esciuto poi alla scuola del Muratori, del Maffei, 
del Vallisnieri, scienziati ed eruditi veramente enciclopedici, ma 
sinceramente italiani, non alla lettura del Voltaire, dell' Hélvetius, 
dell' Hohbes, e profondo conoscitore della storia della nostra cultura, 
che i giovani scolari dei fVancesi trascuravano aifatto, il Carli era 
stato educato a sentire italianamente. E a sensi patriotici in- 
formò le opere sue, delle cpuili non poche troviamo esser state 
composte per difendere o vendicare all'Italia qualche gloria di- 
sconosciuta o negata: come la Geografìa lìrimitiva, diretta ad assi- 
curare agli italiani le prime piìi esatte determinazioni di latitudine 



394, e segg. e T Elenco generale dei cavalieri e dame che godono l'accesso alla 
R. duca! Corte ecc. p. 46S e segg. 

^) Bass. hihì. della hit. it. IV, n. 1, p. 2G. Comunicazione di Fr. Novati: I mn- 
noscrilti d'alcune hibliofeche del Belgio e dell'Olanda. La lettera è tratta dalla 
collezione di autografi Diederichs della biblioteca di Amsterdam. la essa il Verri, 
pregando l'amico di coopcrazione « al nostro foglio », gli dice d' aver «letto 
« il proseguimento dell'Italiano » La lettera ha la data del 17 aprile 1765, e 
l'articolo apparve nel 2." numero della nuova annata del Caffè, cioè il 10 
giugno '65, non vi è dubbio dun(iue che si tratta dtUa Patria degli Italiani 
e di G. Fi. Carli. 



Del « Caffè -^ , periodiro ìiiilanese del secolo xvm 37 

e longitudine, attribuite dagli stranieri al Vavenio; le Osservazioni 
sulla )nusi('a a rivendicare ali" Italia il vanto dell' invenzione del 
clavicembalo; la Dissertazioìie delle Triremi o. dimostrare, contro 
l'opinione del Deslandes, anteriore l'uso dell'alfabeto marino in 
Venezia che in Inghilterra; le Antichità italiche a ricordare ai fran- 
cesi "Italia madre e datrice delle lettere „ ^). Egli era ben lon- 
tano dal dividere cogli amici dei Pugni le nuove idee cosmopo- 
lite; ed essi, come testimoniano più lettere dei Verri, né appro- 
vavano né partecipavano quei sensi e quell'entusiasmo patriottico. 
^ei convegni del giovedì in casa Carli, narra Alessandro in una 
lettera scritta a G. Rinaldo da Parigi "), nacque una volta tra i due 
amici una disputa sulle qualità morali degli italiani, degli inglesi e 
dei francesi. Alessandro levava al cielo gli stranieri, deprimendo gli 
italiani, mentre il Carli stava per questi. Alessandro, che non aveva 
saputo accordarsi col suo oppositore, riprendeva per lettera la di- 
scussione, ripetendo le lodi dei francesi, da lui ora avvicinati, e dipin- 
gendo coi colori più foschi " il carattere dell'italiano maldicente, 
" inquieto, tumultuante fra la miseria di piccole passioni, costante 
" nell'odio, vendicativo, maligno, povero, abbietto, furbo „. L'Italia 
sola, egli diceva, ha prodotto un Machiavelli e la sua " antimo- 
rale „: l'Italia sola non ha né " genio di libertà „ come l'Inghil- 
terra, né " pieghevolezza al dispotismo , come la Francia ^). E 
terminava facendo questo complimento agli italiani, per farne 
uno al Carli: " Voi, che fate tanto l'italiano, ho l'onore di dirvi 
" che non lo siete punto: l' entusiasmo vostro per la virtù e la 
" limpidezza del vostro cuore non sono roba italiana „. In altra 
lettera, Alessandro, giudicando di un amico scriveva ^) : " Il fondo 
" non é cattivo, ma vi é dell'inquietudine, della vanità, del falso 
" spirito, della bassezza, e perfino è italiano e semigesuita „: quasi 



*) Bossi, Elog. stor. cit., p. 224. 

2) Lettera 20 giugno 1767. Scr., in. II, 265. 

3) Sor. in., II, 372-3. 
*) Sa: in., Ili, 85. 



38 L. Ferrari 

nutrire spiriti italiani fosse un obbrobrio, e chiamare alcuno col 
nome d'italiano, un insulto da far il paio con quello di gesuita. 
EPietro? Egli, le cui opinioni si accordavano allora con 
quelle del fratello così perfettamente, da chiamarlo il " mio 
unisono „ ^), non la pensava diversamente da lui neppure in questo 
riguardo. Nella lettera citata egli scriveva al Carli: " Ho letto 
" il proseguimento dell' Italiano, bello veramente ; non vorrei però 
' che sembrasse che l'amor della Patria ci pregiudicasse nelF im- 
" parzialità di buoni Cosmopoliti; vi esporrò le mie obiezioni con 
" comodo e voi ne giudicherete „. Il suo pensiero dunque, al tempo 
della pubblicazione del Caffè, cui ci riferiamo, non che essersi 
sollevato a quell'altezza, che raggiunse poi nella Decadenza del 
papato e nel Dialogo fra Giuseppe 11 e nn filosofo, non era ancor 
giunto a maturità, non aveva ancora preso consistenza. Quel sen- 
timento profondo del basso stato d' Italia e della inferiorità sua di 
fronte alle altre nazioni 'j, che si notava in Pietro Verri e dal 
quale pure trarranno origine le dottrine sue dell'avvenire, non 
trovava in lui, come in nessun altro degli Accademici dei Pugni, 
un contrappeso nello studio e nella conoscenza di un nostro passato 
glorioso, che convenisse tentar di rinnovare. Egli anteponeva senza 
discussione e senza rimessione ai p.roprj connazionali ipopoli d'ol- 
tramonte, già di troppo avanzati al nostro confronto ; e credeva 
che la coltura italiana non avrebbe potuto risollevarsi, se non 
imitando ed emulando la straniera. Non era insomma che un 
seguace del cosmopolitismo filosofico; effetto del quale sono, ad 
esem[)io, le dottrine che vedremo professate su la lingua. Come 
conciliare invero simili teorie con affermazioni di nazionalità, con 
invito ad esser italiani, se la storia della lingua non può a meno 
di non apparire storia della nazione? ^) Qual patriotismo meglio 



1) Sor. in. Ili, 195. 

») Cfr. Scr. in. I, 115 

3) Il Bou vy (p. 21 4). scrive che il Verri ri onobbe questa verità, quando volendo 
Giuseppe II imporre ai Milanesi uu nuovo gergo anuniuistrativo, levò la voce 
contro tale barbarie {Scr. vnr. II, p. 15, n. 1"). Sfa a ciò egli era mosso allora dal- 
l'avversione concepita contro Giuseppe II, per le sue precipitose innovazioni. 



Del « Caffè » , periodico milcmese del secolo xvm 39 

inteso che parlare e scrivere, in buon italiano? Ma Pietro Verri 
era conseguente nelle sue idee: come disprezzava il carattere degli 
Italiani, come sentiva profondamente, e anche troppo, la decadenza 
della patria, così ne vilipendeva la lingua e ne dimenticava le tradi- 
zioni. Amava e lodava troppo il presente perchè desidei-asse di rin- 
novare un passato ch'egli non conosceva, e aveva troppo cattiva 
stima degli Italiani per esortarli ad esser Italiani. 

Posta così in chiaro l'opposizione, che era tra il patriottismo 
nazionale del Carli e le dottrine cosmopolite accettate dai Socj del 
Piic/nl, facile è intendere, perchè l'articolo sulla Patria degli Italiani 
resti nel Caffè unico testimonio di italianità di sentire e solo ri- 
chiamo alla storia e al nome avito. Né meno facilmente riusciamo 
a comprendere, perchè nulla si ritrovi nel rimanente del giornale, 
che lasci intravedere la più lontana aspirazione ad un rinnovamento 
politico. 

Il Verri (a questo risultato riescono gli studj recenti intorno 
al grande economista e alle riforme attuate nella Lombardia nella 
2* metà del secolo XVIII che il Bouvy raccoglie nel suo libro), il 
Verri, al pari degli amici milanesi filosofi, fu un discepolo in scienze 
economiche della scuola fisiocratica, della cjuale uno dei canoni 
era che la monarchia, o piuttosto il dispotismo, dovesse conside- 
rarsi come sola forma capace di assicurare la libertà e la proprietà. 
Che tale principio egli accettasse teoricamente dà prova un articolo 
del Caffè, SidU interpretazione delle leggi, che svolge appunto quelle 
dottrine i); e che praticamente ad esso si conformasse, è testi- 
mone tutta la vita spesa a servire la monarchia austriaca. Alla 
quale gli uomini amanti delle riforme e del progresso tanto piìi 
dovevano essere devoti, in quanto ad ottenere le migliorie, im- 
pedite dall'ostinazione dei poteri paesani e dall'ignoranza e in- 
dolenza del popolo, questo solo mezzo si offriva: concentrare nelle 



1) Caffè ir, n. 28, pp, 209-216. II Verri iu questo articolo, come nota 
il Bouvy (p. 216), svolge la tesi, accettata comuuemente dagli economisti, che 
debba ammettersi la distinzione posta dal Montesquieu fra giudice e legislatore, 
ma rigettarsi invece quella, da lui pure propugnata, fra potere legislativo ed 
esecutivo. 



40 L. Ferrari 

mani del signore o ministro illuminato e dispotico le autorità divise 
fra quelle potestà e le facoltà competenti ai cittadini. Per ciò, quando 
il Verri parla di patriottismo ^), egli non intende significare con 
questo vocabolo se non una specie di filantropia, quella per la 
quale si migliorano le condizioni sociali ed amministrative di un 
paese; e per questo i Socj del Pugni, i quali non avrebbero potuto 
porre le speranze di quella restaurazione del popolo italiano che 
pure aff^rettavano, se non nello straniero, nulla sentirono e nulla 
espressero che permetta di considerarli anche in politica come 
novatori. 

Delle dottrine letterarie, morali e sociali, contenute nel Caffè, 
parleremo esaminandole nel loro complesso senza distinzione degli 
scrittori: i quali ora nominiamo ricordandone le note principali; 
se pure nei minori qualità tali possiamo riscontrare da distinguerli 
gli uni dagli altri, e per tutti non sia piuttosto a dire la stessa 
cosa: " Voltaire est passe par là „. In tutti infatti la lingua è impura, 
e lo stile pieno di vivacità satirica e infarcito di antitesi ; in tutti 
si scorge la stessa ricerca dell' utile, le stesse tendenze alle riforme, 
la stessa venerazione d'ogni cosa oltremontana. Pietro Verri è a 
capo del drappello. Egli espone il programma del giornale, collega, 
almeno da principio, i varj articoli dando loro unità d' assieme, e 
compone il numero maggiore di discorsi 2): egli è direttore del 
Caffè, se è lecito dare nomi nuovi a cose antiche. Con uno stile 
piano e chiaro, se non elegante, scorrevole se non variato, talora 
efficace e forte, egli scrive di tutto: novelle satiriche e studj sul 
Commercio, sul Lusso, sulle Leggi, note sulla Medicina ed osser- 
vazioni sulla Musica, critiche letterarie e notizie sulle Stufe e sul 
Cacao, saggi d'Aritmetica politica e invettive contro i pedanti e i 
parolai. Di tutto discorre con dottrina varia piìi che profonda, 
con vivacità più che con grazia. 



1) Scritti vnrj, ed. cit. Il, 367 e 372. 

2) Del Caffi- citeremo l'ed. di Milano (Silvestri 1804, voi. 2, in 4o). Pietro vi 
gerisse trentotto articoli; dei quali uno soltanto intitolato Alcuni pensieri sul- 
l'origine degli errori non fu riprodotto, come gii altri, nel II voi. degli Scritti 
varj (ed. cit.). Si segna colla sigla P. 



Del « Caffè » , 7?e?"? orfico milanese del secolo xvm 41 

Segue Alessandro '), calcando le orme del fratello: del quale, 
inesperto come è, accetta le idee esagerandole giovanilmente. 
Tratta di morale non senza cadere in paradossi e non senza 
affettare una misantropia irragionevole; con gran dottrina scrive 
lunghi articoli di cose giuridiche, e detta i discorsi più violenti 
contro i pedanti. 

Non trascorsi ancora due anni Alessandro stesso, rinsavito dal 
soggiorno di Roma, lamentava che " passioni „ particolari gli aves- 
sero ispirate le critiche dei pedanti, e le domestiche angustie "sparso 
di fiele lo stile „ ^); e confessava "che avrebbe cancellato volen- 
" tieri la maggior parte di quanto aveva scritto nel Caffè „. In 
seguito, come a poco a poco si venne staccando dai fautori delle 
novità francesi e dai liberali sino a toccar l'estremo opposto colle 
Vicende memorabili dal 1789 al 1801, così egli, fiero denigratore del 
Casa, del Castiglione e del Gelli,e autore della Rimmzia alla Crusca, 
ritornò al culto dei classici, e lo predicò agli altri gridando contro 
" quello strano dialetto composto delle dae lingue sorelle, che non 
" solo si parla, ma si scrive , ^). Tuttavia, anche quando pro- 
pugnerà l'ossequio ai classici, Alessandro non saprà vincere i tristi 
effetti di una educazione letteraria affrettata e cattiva. All' ec- 
cessiva spezzatura e acrimonia delle prime scritture sostituirà 
una soverchia cura dell'armonia e della gravità, che torrà vi- 
gore e chiarezza al suo stile; e di cattivo gusto darà nuova 
prova col rimaneggiamento deW Iliade: sicché rileggendo nel 1800 
dopo tanto tempo i suoi scritti giovanili, egli vi troverà " una tal 
" qual freschezza e semplicità, unita a cognizioni, che non si ricor- 
" dava più fossero allora nel suo cervello di 25 anni „. Facilità 



*) Compose trentuno articoli; dei quali undici riprodotti dal Silvestri (Di- 
scorsi varj del co. A. V. pubblicati nel Gioitale letterario intitolato il Caffè. 
Milano, 1818). La sua sigla è A. 

2) Scr. in, lì, 310-11: lettera al fratello 29 die. 1767. 

^) A. Veni agli Amatoìi dell'Italiana letteratura, pref. premessa alla tra- 
duzione dei Detti Memorabili di Socrate, opera di M. Axg. Giacomelli. Milano 
Bettoni 1827, voi. I. p. 8. 



42 L. Ferrari 

infatti e chiarezza di eloquio, unite ad una copia di notizie che diffi- 
cihnente si riscontrano in un giovane, sono i pregi di questi discorsi. 

Gli articoli del Beccaria ^) sono svariati anch'essi, e notevoli, 
parte per importanza d'argomento (come quelli Sullo Stile e Sui 
fogli periodici), parte per novità di trattazione, sebbene talora pa- 
radossale (come quello dei Piaceri dell' imaginazione). E tutti hanno 
i caratteri delle cose del Beccaria; un tono cioè sentenzioso e così 
solenne da diventar talora declamatorio, e spesso luoghi difficili ed 
oscuri per troppa profondità e involuzione del pensiero; ma qua 
e là vi sono degli sprazzi di viva luce, che bastano a rivelare un 
ingegno poderoso. 

Dopo questi, scrivono d'ordinario, segnandosi ciascuno con una 
sigla tutti i Socj dei Pugni, salvo il Biffi : cioè l'ab. march. Al- 
fonso Longo ^), il co. Giuseppe Visconti ^), il co. Pietro Secchi ^) 
r ab. Sebastiano Franci ^), il co. Luigi Lambertenghi ^) ; sui quali 
sono da fare poche osservazioni. Il Visconti si occupa di metereo- 
logia e di igiene, il Secchi scrive d'agricoltura e insieme di critica 



') Scr. in., IV, 286-7. 

^) Scrisse due art. nel l*' voi.: Osservazioni sui fidecommessi (n. 10-11-12 
pp. 82-93) e Dissertazione sujìi orologi (n. 32-35 pp. 251-75). 

^) Non co. Francesco, come dice il Bouvy (Op. cit. p. 17): sigla G. Ab- 
biamo di lui due art. nel 1" voi.: Lettera sul dima milanese (n. 7-10, 
pp. 57-60, 59-74, 76-81) e Lodi della campagna (u. 21, pp 171-3), e un art. 
nel II voi. : Della maniera di conservare robusta la sanità, (n. 9-12, pp. 67-91). 

^) E non Sacchi, come dice il Bouvy (p. 17): sigla S. Sono opera sua i seguenti 
articoli: Coltivazione del tabacco (I, n. 5, pp. 11-13). — Aneddoto chinese (I, n. 30, 
pp. 236-39) — Contraddi zioni morali (II, n. 6, pp. 42-8) — Del teatro (II, n. 20, 
pp. 155-161) — Causa della mediocrità del teatro italiano (II, 30, pp. 228-30). 

^) Sigla F., art. cinque: Dell'agricoltura. Dialogo fra Afranio e Cresippo 
(I, n. 5-6, pp. 44-53J — Alcuni pensieri -politici (I, n. 12, jìp. 101-6) — Del 
lusso delle manifatture d'oro e d'argento (II, n. 8, pp. 64-67) — Se il com- 
mercio corrompa i costumi (II n. 24, p. 183-87) — Della precauzione contro 
le opinioni (II, u. 25, pp. 192-96), 

6) Sigla N. N., 2 art.: Sulle Poste (I, n. 27, pp. 212-220) — SulVorigine 
e sul luogo delle sepolture (II, n. 7, pp. 54-59). 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvra 43 

e di morale, il Franci d'agricultur.a o di economia politica, come il 
Lambertenglii d'istituzioni sociali, non senza dare, come notava Ales- 
sandro Verri ^), * troppa importanza al suo soggetto ed essere pa- 
negirista del suo santo „. Notevoli sono gli articoli di economia, 
del Longo specialmente quello sui Fedecommessi. Due scritti, l'uno 
volto a combattere il pregiudizio scientifico delle influenze mete- 
reologiche della luna, l' altro a ricordare una gloria italiana di- 
menticata o calunniata, il Galileo, pubblica nel Caffè il celebre ma- 
tematico e astronomo barnabita, Paolo Frisi, amico di scuola di 
Pietro Verri, tornato in quell'anno di Toscana a Milano ad in- 
segnarvi matematiche alle scuole palatine ^). Anche Gius. Colpani 
bresciano, versiscioltaio dei più fecondi e non dei peggiori ^), dà 
nel Caffè un saggio dei suoi Dkdojhi dei morti *), nei quali si di- 



1) So: in. Ili, 129. 

2) Sigla X, 2 art.: Degli influssi lunari (I, n. 26, pp. 206 10). Saggio sul 
Galileo (II, n. 3-4, pp. 19-29). Per notizie biografiche intorno al Frisi vedi Fa- 
BRONi, Vitae Italorum, voi. I, e P. Verri, Memorie appartenenti agli studi del 
signor P. Frisi (Milano, Morelli, 1787. Seguono alcune poesie in onore delFr.), 
riprodotte negli Scritti varj del Verri (ed. cit. II, 303) e in Raccolta di prose 
e lettere del secolo XVIII {Elof/i, voi. I, Milano, Classici, 1829), e premesse 
alle Operette scelte del Frisi (Milano, Silvestri, 1825). 

^) Sigla G. C. Dialogin dei morti (I, n. 20 pp. 158-66). Continuatore del- 
l'Algarotti nelle Epistole filosofiche (il Commercio, il Gusto, l'Emilia o l'Edu- 
cazione delle donne ec^) e nei poemetti ga'auti (la Toletta, l'Amore), il Colpani 
fu poeta dei più noti nella seconda metà del sec XVIII. I suoi versi sciolti 
(ScioHi del cav. 6. Colpani, di Brescia. Lucca, Bonsignori 1780. L' intestazione 
« quae legat ipsa Lycoris » è presa a prestito dal Newtonianismo dell'Algarotti) 
non sono privi di pregio, specialmente per gli esenipj che ci offrono di poesia 
descrittiva {L'Appennino, i Bagni di Lucca). Ricordiamo anche una sua Epi- 
stola al sig. di Voltaire (p. 231 e segg.), imitata, nell'ordine, da quella dell'Al- 
garotti al sig di Ferney. Il C. vi cauta una visita fatta al Voltaire, e « ancor 
pien del suo nome » lo torna « ne' Toschi versi a salutar da lunge ». Vedi sul 
Colpani il Carducci, Storia del Glorilo cit. pp. 202-3, e Gnoli, Questioni Pa- 
riniane io" N. Anf. s. 2^, voi. 17, 1879 pp. 415-421. 

"•) Lucca 1765 La citazione è tratta dalle Novelle letterarie fiorentine, 
t. XXVIII, col. 444. 



44 L. Ferrari 

battono le idee dei novatori: assai ben fatti quanto al concetto, 
poiché tra i personaggi e' è vero contrasto, ma poveri e sco- 
loriti, se si confrontino con quelli classici del Gozzi. Il p. Ruggero 
Boscovich, professore allora all'Università di Pavia, dà nel Caffè 
il benvenuto al Lalande, che veniva allora in Italia ^J, con un 
estratto delle opere di quest'astronomo 2), che egli aveva conosciuto 
in un viaggio compiuto per la Francia e l' Inghilterra nel 1760 ^): 
e infine il co. Gian Rinaldo Carli è autore, come abbiamo veduto, 
dell'articolo Sulla Patria degli Italiani^). 



III. 
Dottrine e polemiche letterarie. 

Trenta articoli circa, opera in massima parte di Pietro e Ales- 
sandro Verri e del Beccaria (neppure un terzo dei due volumi), 
formano la parte letteraria del giornale: i piìi di critica e di pole- 
mica, alcuni di " varia letteratura „. 

Di questi, che, per la natura loro espositiva, non hanno, per lo 
più, uè molta novità né grandi pregj, poco diremo. Ricordiamo il 
Saggio sul Galileo del Frisi, breve, ma sicura esposizione della vita 
e deir opera del grande scienziato ; il discorso del Beccaria Sui 
fogli periodici, già citato; un articolo di P. Verri, // Tu^ Voi e Lei ''), 



^) Il Lalande dette poi per il primo nel suo Voyage. d'un fran^ois en Italie 
fait dans les années 1765 et 1766 (2.« ediz. Yverdon, 1769) l'eleaco degli scrit- 
tori, del Caffè, e delle sigle da essi usate. 

2) L'estratto è senza sigla, ma al Boscovich l'attribuisce il Bianchi, Elogio 
cit., p. 157. Caffè, I, n. 3, pp. 45-8. 

3) Ugoni, op., cit. ed. 1820, 1, 32. Vedi sul B. oltre quest'articolo dell'Ugoni, 
YElogio scrittone dal Fabroni e pubblicato nelle Memorie della Società Ita- 
liana, Verona, 1788. 

*) Caffè, II, n. 2, pp. 12-17. 
5) II. n. 2, pp. 17-19. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xrni 45 

che ricorda in molti luoghi quel brano del Baretti ^), che da tanti 
anni, collo stesso titolo, fa il giro delle antologie, e fu dapprima da 
lui premesso alla scelta di Lettere familiari fatte per uso degli stu- 
diosi inglesi di lingua italiana ^). L'articolo del Verri non si discosta 
dall'intento grammaticale di cotesta prefazione, se non in quanto, 
imitando il Voltaire nel suo pamphelet Dei titoli, tocca leggermente 
le leggi e il costume ^). Qualche importanza hanno anche tre scritti 
riferentisi al Teatro: uno di P. Verri, che, seguendo il Riccoboni, 
studia r origine delle Maschere della Commedia italiana '^), e due di 
P. Secchi. Nel primo, intitolato Del Teatro ^), il Secchi, spiegate le 
ragioni del nuovo genere drammatico, già discusso in Francia dal 
Lachaussée e dal Diderot, fra i primi in Italia si fa sostenitore della 
tragedia borghese *'); nel secondo, esaminando Alcune cagioni della 
mediocrità del nostro Teatro "'), il Secchi stesso ci dà notevole testi- 
monianza degli ostacoli, che attraversarono la via al Goldoni, e 



1) Dell'Ella, del Voi e del Tu. in Baretti So: in., I, 291-7. 

2) Londra, Nourse, 1779. 

^) Simile è ad es. il principio dell'articolo e del pamphelet. Il VoUaire 
così incomincia il suo scritto ( Opere scelte per la prima volta dalla lingua 
francese nelV italiana trasportate, Londra, Milocco, 1760 1. 1, p. 39): « Kileggendo 
« Orazio, notai quel verso in un'epistola a Mecenate; Te, du'cis amice, revisam. 
« Questo Mecenate era la seconda persona dell' Impero Romano, cioè a dire 
« un uomo più potente del più grande monarca che sia in Europa ». E il Verri 
(p. 17): « Gli antichi Italiani ne' tempi, ne' quali da Roma si spediva i decreti 
«all'Inghilterra e alla Siria, parlandosi l'un l'altro, usavano la seconda per- 
« sona singolare, e così scrivendo Orazio ad Augusto diceva : 

Godi piuttosto un nobile trionfo 
Ed udirti acclamar principe e padre 
Né inulto cavalcar reggasi il Parto 
Te duce Augusto. 

*) I, n. 55, pp. 275-7. 
^) li, n. 20, pp. 155-61. 

°) Solo dieci anni più tardi la Camincr pubblicava la sua raccolta di Pièces 
larmoyahles tradotte {Composizioni teatrali, Venezia, 1772-74-76 t. 20). 
') II, n. 30, pp. 228-30. 



4G L. Ferrari 

ci attesta quali fossero le condizioni del nostro teatro, dopoché fu 
abbandonato dal suo riformatore ^). 

Anche l'articolo del Beccaria, Sullo stile 2), va compreso fra quelli 
di varia letteratura, ed ha uno speciale valore per ciò, che, quan- 
tunque non sia se non un frammento, racchiude già tutte le dot- 
trine che saranno svolte nell'opera Dello stile ^). E noto come in 
questo lavoro, che negli scritti del Beccaria formerà, insieme col- 
r opera Dei Delitti e delle pene e colle Lezioni di Economia poli- 
tica, come un' armonica triade rappresentante le scienze dell'onesto, 
dell'utile e del bello, il Beccaria tentò per lo stile ciò che, seguendo 
gli esempi del Locke, del Condillac e del Dumarsais, il Cesarotti 
compì poi per la lingua; sottoporne cioè l'analisi e lo studio a leggi 
filosofiche. Fondando la scienza dello stile sulla psicologia e muo- 
vendo dalle teoriche del Condillac, il Beccaria svolse queste dot- 
trine: "Ogni differenza di stile consiste o nella diversità delle 
* idee nella diversa e meccanica successione dei suoni rappresen- 



^) Partito il Goldoni, scrive il Secchi, senza aver condotta la riforma fin 
dove il « suo genio regolare e fecondo l'avrebbe estesa in tempi migliori ■», 
da una parte il cattivo gusto del popolo costringe i comici a ritornare alla 
commedia dell'arte, dall'altra l'introduzione della commedia francese «rompe 
«il corso del teatro nazionale e ne ritarda l'avanzamento». Il teatro è di- 
ventato un « luogo di ridotto, di conversazione, di gioco, di visite»; le per- 
sone di una certa istruzione si mostrano indifferenti, il popolo, lasciato giudice, 
applaude piuttosto alla commedia dell'arte; e i comici pel proprio vantaggio 
e comodo lo accontentano. Quindi di nuovo « il punto principale di una com- 
« pagnia è quello di scegliere un buon Arlecchino, un buon Brighella, un buon 
« Dottore, poco importando che i soggetti sieno capaci a coprire i personaggi 
«di carattere, che seco porta laverà commedia». In tale stato di cose, per- 
chè vengano affatto proscritte le maschere, un uuico mezzo si offre : ed è che 
i principi, anziché chiamare, come fauno, compagnie francesi (e qui senza dub- 
bio si allude alla corte parmense, che scritturò pivi volte compagnie drammatiche 
francesi; v. Dejob, Études sur la Tragèdie, Parigi, Colin, p. 181), si impegnino 
a sostenere il nostro teatro. 

«) Caffè, I, n. 25, pp. 197-201. 

3) Ricerche intorno alla natura dello Stile, Milano, Galeazzi, 1770. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 47 

" tatori , . Le idee, alle quali è da concedersi la preferenza, sono 
principali o accessorie. Ora " la diversità dello stile non può con- 
" sistere nella diversità delle idee principali, ma delle accessorie, 
" se per diversità di stile intendasi l'arte di esprimere in diversa 
" maniera la stessa cosa„. Quindi lo stile consiste "nelle idee o 
" sentimenti accessorii che si aggiungono ai principali in ogni di- 
" scorso „ ; o meglio, poiché " tutte le nostre idee e sentimenti „ , 
egli dice " in ultima analisi si possono considerare come derivanti 
" dalle sensazioni,., lo stile consiste nelle sensazioni accessorie che 
" si aggiungono alle principali „. Studiare lo stile è dunque studiare 
quali sensazioni o idee accessorie, fisiche o morali, debbano aggiun- 
gersi alla sensazione principale, in che ordine possano meglio esser 
disposte, quando debbano essere espresse, e quando semplicemente 
suggerite o poste in contrasto. Di qui i primi cinque capitoli del- 
l' opera : Delle Idee espresse e delle idee semplicemente suggerite, 
Delle idee di cose psiche e delle idee morali^ Dei contrasti e Di 
un altro genere di contrasti; ai quali tengono dietro quelli Degli 
aggiunti, Delle figure, Delle dicerse specie di Stili, Dei difetti dello 
Stile e così via, che non starò a dire come si facciano dipendere 
dalle esposte dottrine. Questa è la prima parte del libro : e di essa 
le linee principali, l' esposizione del principio generale, era già 
quasi per intero contenuta nell' articolo del Caffé. 

Dal quale pure già si scorgono i difetti, che furono poi rim- 
proverati, e non ingiustamente, all'intero libro: di trattar dello stile 
con pessimo stile; d' esser scarso di esenipj ed oscuro talora a tal 
segno, da confessare l'ab. Moreilet d'aver tradotto non inten- 
dendo ^), di sviluppare dottrine aprioristiche in modo incompiuto 
e troppo rigido, così da riuscire a conseguenze speciose ed errate ^). 
Il merito dell'opera consiste nel concetto che l'anima 3); quel con- 
cetto, che trasformò la critica da un complesso disordinato di regole 

*) Vedi le critiche, che muove al libro del Beccaria il Bonghi {Perchè la 
letteratura it. non sia popolare in Italia. Lettere critiche a Celestino Bian- 
chi, Milano, T. Colombo, 1856, p. 54). 

-) Avviso premesso alla trad. frane, Parigi, Molini, 1771. 

3) Vedi YiLLARi, Discorso premesso alle Opere del Beccaria, ed. cit., p. XXIX. 



48 L. Ferrari 

empiriche ed artificiali e di osservazioni comuni o cervellotiche, in 
una vera scienza, connessa e soggetta alla scienza dello spirito 
umano, e regolata da principj razionali e da norme costanti. Que- 
sto concetto noi lo vediamo formato nella mente del Beccaria sin 
dal 1765, in mezzo ai giovani Socj del Pugni; mentre dal più il- 
lustre dei Trasformati, si detteranno dalla cattedra ai giovani, 
ansiosi di apprendere le ragioni dell'arte, regole di pura pratica; 
e si ripeterà, pur partendo dalle teorie psicologiche del Condillac, 
che il bello è l'unità nella varietà, e a conseguirlo bastano pro- 
porzione, ordine, chiarezza, facilità, convenevolezza. Tanto è vero, 
che neppure dagli stessi, che sono signori dell'arte, si riesce a 
sottoporla ad esame; e, spesso, meno da essi che da altri è dato 
apprenderne il magistero. 

Ma, più che gli articoli di varia letteratura, importano a noi 
ed hanno valore i discorsi, nei quali si svolgono dottrine critiche 
originali : dottrine incomposte e legate ad un particolar momento 
del passato, ma appunto perciò non trascui abili nella storia della 
critica italiana. 

Varcata la metà del secolo XVIII, quando l' ingegno italiano, 
riscossosi dal lungo torpore, combatte per sottrarsi alle istituzioni 
politiche spagnuole, all'educazione gesuitica, airx4rcadia e all'Ac- 
cademia, e da ogni parte scoppiano segni di vita nuova, anche la 
critica, che nel primo cinquantennio del secolo era stata o pedante- 
sca e retorica col Crescimbeni e col Quadrio, o accademica ed eru- 
dita col Muratori e col Maffei, o filosofica e metafisica col Gra- 
vina e col Conti, si trasforma, ed assume uno spirito nuovo. Sorta 
e diffusasi, colla coscienza dell'inferiorità della nostra coltura, la 
speranza di un rinnovamento, essa deve, in servigio di questa re- 
staurazione lontana ed incerta, additare i difetti della letteratura 
presente, indicare le cause di decadimento, le lacune da riempire, 
gli abusi da togliere, i pregiudizj da vincere. E poiché questi, cre- 
sciuti e prosperati da più che due secoli, nel campo della nostra 
vecchia letteratura hanno tutto invaso e corrotto, la critica è lo 
strumento, col quale si dibosca e ripulisce il terreno, e si prepara 
a renderlo fruttifero nell' avvenire. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvni 49 

Danno le mosse quelli, che non ingiustamente sono designati nella 
storia letteraria col nome poco onorevole di Italo-galli ^); ma nei 
quali a torto si disconoscei'ebbe, come fu disconosciuto per lungo 
tempo, un senso acuto della modernità, una percezione chiara 
delle mancanze e dei bisogni della letteratura nostra e un amore 
attivo e vivace pel suo avanzamento. Primo a tracciare a questi 
la via fu PAlofarotti, che alcuno continua tuttora a chiamare con 
disprezzo un " irrequieto commesso viaggiatore di letteratura e di 
" gusto straniero in Italia ^) „, e che invece, non solo serbò un pro- 
fondo rispetto per le tradizioni nazionali, rintuzzando piìi volte la 
superbia francese ^), ma nutrì sensi così sinceramente italiani da 
indicare come causa del basso stato d'Italia la piccolezza e la divi- 
sione degli stati, e, gridando necessaria alla gloria delle lettere 
quella delle armi '^), augurare unite le " disperse membra ^) „ della 



*) Gioberti, Pensieri e giudizi stilla letteratura italiana e straniera, rac- 
colti da Filippo Ugolini, Firenze, Barbèra, 1867, p. 93. 

2) V. Gian, Italia e Spagna nel sec. XVIII. G. B. Conti e alcune rela- 
zioni letterarie fra l'Italia e la Spagna nella 2^ metà del 700. Studi e ri- 
cerche, Torino, Loescher, 1896, p. 21 e pp. 104-5. 

') L'Algarotti fu sempre pronto ad alzare la voce, quando fosse necessario 
confutare qualche opinione iudecorosa all'Italia. Come nelle Lettere militari 
rivendicò il Machiavelli dalle accuse del francese Folard, e nel Saggio sopra 
Cartesio difese il Galilei contro i partigiani del filosofo francese, provandone 
l'importanza delle scoperte e delle dottrine; così agli oltramontani, che ne- 
gavano reverenza alle glorie italiane, rispose col Saggio sopra l'Accademia 
di Francia che è in Roma, e con due lettere notevoli, e per dottrina e per 
concetto, l'una Sopra i plagi dei Francesi e l'altra Sopra le cose che i Fran- 
cesi hanno imparato dagli Italiani, indirizzate al Frugoni, che viveva a corte 
di Francesi {Opere, ed. Palese, voi. IX [Lettere Varie], lettere 15 ottobre 1752, 
pp. 226-32, e 17 nov. 1752, pp. 242-52). 

*) Sopra la ricchezza della lingua italiana in termini militari, in Discorsi 
militari, V. 194 (ed. cit.). Anche in una lettera al De Bernis l'Algarotti scri- 
veva (lett. 24 aprile 1755, XVI, 346): « Le plus grand mal pour la pauvre 
« Italie, comrae nous l'avons dit souvent ensemble, c'est qu'elle est partagée 
« et esclave. La gioire des lettrcs est ordinairement jointe à celle des armos; et 
« rarement l'on estime la piume d'une nation, dont on ne craint point l'épée». 

^) Lo Sciolto al Voltaire {Opere, ed. cit., I, 40-44), nel quale si lamenta poe- 

R. Se. Norm. a. 



50 L. Ferrari 

patria. In certe sue Lettere rarie, composte dal 1740 al '50 e nei 
Pensieri, cavati per la maggior parte da queste, egli esprimeva 
intorno allo stato attuale delle lettere in Italia giudizj notevoli, 
dei eguali molte opinioni del Baretti non sembrano essere che ri- 
petizioni. Egli vi toccava dei problemi maggiori, che afiPaticheranno 
in seguito la nostra critica: la mancanza di una prosa viva ^) e 
di libri utili all'universale ^), V insufficienza della riforma operata 
dall'Arcadia, che ha mutato i poeti da idropici in tisici ^), la con- 
tinuazione di certe forme e maniere non rispondenti ai bisogni 
dell'arte moderna, quale il Petrarchismo^), e i dannosi effetti degli 
esercizj accademici e dell'imitazione dei cinquecentisti °). Queste 
considerazioni dell'acuto critico veneziano ricomparivano, esage- 
rate, nelle Lettere Virgiliane del Bettinelli. Il quale sotto nome di 



ticamente la miseria dell' Italia di allora, « neghittosa, serva e divisa », si 
chiude cou questo augurio: 

Ohi sieno ancora, Italia mia, le belle 

E disperse tue membra in uno accolte, 

Ne l'itala virtù sia cosa antica 

Ma il quando, ch'il vedrà? Forse il vedranno 

Anche un giorno i nepoti. 

Il concetto dell' unità, come si vede, appare distinto dinnanzi alla mente del- 
l'Algarotti, assiduo lettore del Machiavelli e amico di più figli della libera 
Albione; come manifesta gli sembra la difficoltà dell'impresa. Tuttavia, teme 
ma non dispera ; e quel timore stesso è prova di sincerità e di fiducia se- 
rena. Come si vede, non soltanto dal ricorso delle tradizioni antiche doveva 
nascere ed essere favorito il sentimento della nazionalità, ma ancora dal 
contatto cogli stranieri, per quanto nocivo alla purezza della lingua e dello 
stilo. 

^) Vedi la Dedica al Fontanelle della prima edizione dei Dialoghi sopra 
V Ottica Newtoniana, in Lettere Varie, Vili, 10-20. 

2) Pensieri, VII, 35 e 178. 

3) Lettera a Giuseppe Tartini, 22 feb. 1754 (IX, 269). 
*) Pensieri, VIII, 269. 

s) Lettera al sig. barone N. N. 10 maggio 1752 (IX, 212), e lettera sulle 
Api del Rucellai ad Eustachio Zanetti (IX, 121-25). 



Del « Caffè •!> , periodico milanc-se del secolo xvin 51 

combattere " il genio dell' imitazione „ , peste delle nostre lettere, 
segnava la condanna della parte maggiore della letteratura italiana 
antica, da Dante ai petrarchisti cinquecentistici, dai berneschi al 
Cliiabrera; mentre un ingegno non meno subitaneo e appassionato, 
ma assai piìi colto, il Baretti, istruito dei nostri difetti dalla co- 
noscenza delle letterature straniere, assaliva impetuosamente tutta 
la letteratura italiana contemporanea, ponendone a nudo la vanità 
e le frivolezze. All'Algarotti poi e al Bettinelli tennero dietro, 
col Rezzonico e col Cesarotti , numerosi seguaci, combattendo 
perchè all'esempio degli antichi, legge inviolabile in materia di 
critica è di gusto, si sostituissero principj scientifici fondati sulla 
conoscenza dello spirito umano, e impugnando ogni sorta di auto- 
rità, non senza trascendere nella reazione, non senza confondere 
il sano col guasto e trascorrere in opinioni avventate o erronee. 
Di questa schiera sono i SocJ dei Pugni. Anch'essi, scrivendo 
il Caffè, fanno opera di combattimento, e si propongono di sba- 
razzare il campo e da pastori arcadi e da cicalatori accademici 
e da imitatori cinquecentisti e da grammatici cruscanti e da re- 
torici parolai. Profondo è il senso, che in loro si riscontra, della 
nostra decadenza, e sommo il disprezzo per la gloriosa lettera- 
tura italiana antica; intorno alla quale fanno proprj i giudizj del- 
l' autore delle Lettere di Virgilio. " Un Addison, un Swift, un Hume, 
" un Montesquieu non possono paragonarsi „ , essi dicono ^), " senza 
" un grande spirito di partito ai Boccacci^ ai Firenzuola, ai Casa, 
" ai Bembi, ai Castiglioni, ai Giambullari, ai Borghini, ai Gelli, 
" oscurissimi scrittori, dei quali l'Europa colta non legge nep- 
" pur uno solo , . Nella repubblica letteraria, pensano, deve re- 
gnare la più ampia libertà di giudizio e di azione. " La troppa dol- 
" cezza del carattere di noi Italiani ci ha fatti con somma facilità 
" piegare l'un dopo l'altro al giudizio di alcuni pochi, i quali ci 
" hanno voluto porre in ceppi, dirò così, l'anima, e ce ne hanno 



*) Vedi Tart. Dei Difetti della letteratura, e di alcune loro cagioni {Caffè, 
11,98), e l'art. Sullo spirito della letteratxira {Caffè, I, 157). 



52 L. Ferrari 

" pedanteggiate le facoltà. Tempo è ormai che in una materia 
" libera, quaP è quella delle Lettere, sia dato ad ognuno il sentire 
•^ con proprio sentimento, e il rendere le proprie idee quali si rice- 
" vono dai sensi ; et aperto vivere voto ^) „ . Non è autorità, che gli 
scrittori del Caffè non disconoscano; sia grammaticale sia retorica, 
d'Arcadia o di Crusca. Gridino pure i cruscanti; ma essi intanto 
rinunziano alla " pretesa purezza della lingua italiana „ ^), e pro- 
pugnano questi principj, " che la ragione suggerisce a chiunque la 
" consulti „; che, cioè, * ogni parola che sia intesa da tutti gli abi- 
" tanti d'Italia è una parola italiana „, e che, " qualora uno scrit- 
" tore dica cose ragionevoli, interessanti, e le dica in una lingua 
" che sia intesa da tutti gì' Italiani, e le scriva con tal arte d'esser 
" letto senza noia, quell'autore deve dirsi un buono scrittore ita- 
" liano ^) „ . "Se italianizzando le parole francesi „, jiichiara Ales- 
sandro Verri ^) , " tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, schia- 
" vone noi potremmo (sic) rendere meglio le nostre idee, noi non 
" ci asterremo di farlo per timore o del Casa o del Crescimbeni 
" o del Villani „ . Regole e precetti sono, a giudizio dei SocJ del 
Pugni, del tutto inutili e dannose ^) . Tutte le retoriche, " tutti 
" quei libri, che imitarono le Istituzioni di Quintiliano, e le imi- 



i) I, 206. 

2) Vedi la Rinunzia avanti Noàaro al Vocabolario della Crusca (Caffè, I, 
n. 4, pp. 31-7). Non contenti di questo scritto i Socj dei Pxigni tornarono sul- 
l'ara^omento con una Lettera agli amici in risposta alla rinunzia (Caffè, I, 
n. 9, pp. 175-6), nella quale il Beccaria motteggiava con fine ironia gli av- 
versar], e con un Promemoria che serve a maggior spiegazione alla rinuncia 
al Vocabolario della Crusca (Caffè, I, n. 13, pp. 173-4), in cui Alessandro ri- 
peteva il già detto, a dispetto dei pedanti. 

3) Su i Parolai, II, 51. 
*) I, 36. 

^) Il V articolo del Saqgio di Legislazione sul Pedantismo {Caffè, II, 96) 
suona così: « Dovrassi dalla studiosa gioventù prima d'ogni cosa dar buon 
« ordine alle proprie idee, avvezzarsi a far uso della ragione, ed a sentire 
« la verità a preferenza della autorità d' opinione, e poi sarà loro concesso 
« di seriamente occuparsi, se il vogliono, della ortografia, e della lingua » . 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 53 

" tarono male, sono da riporsi fra gl'inutili. ,,; perchè le passioni 
" non s'ispirano, non si raffinano colla S'niecdoche, colla Amplia- 
' zione, colla Enumerazione delle parti, o con simili inezie, e non 
" è un affare d'industria, non di meccaniche dottrine il senso 
" squisito del cuoi-e, il linguaggio delle passioni, la robusta, la 
" libera immaginazione ^) „ . Affermazioni ardite di ribellione, che 
vorremmo vedere accompagnate da una serie ordinata di dottrine 
innovatrici, e non sono seguite, al contrario, che da violente in- 
vettive contro i letterati devoti all'autorità e alla tradizione; nel 
che consistono tutti i principj critici espressi nel Caffè dai suoi 
scrittori. 

Dei non molti articoli di critica letteraria una buona parte 
sono rivolti contro i pedanti; come il Saggio di Legislazioìie sul 
Pedantisnìo ^), il Dialogo fra un i^edante e un Ottentoto ^), e i Voti 
sinceri agli onesti letterati *) di Alessandro Verri, V Avviso ai gio- 
vani d' ingegno che temono i pedanti ^) e il discorso Su i Parolai 
di Pietro ^) . Nei pedanti i Socj dei Pugni combattono insieme, e 
il pedagogo ottuso di mente e inumano, armato del tradizionale 
staffile ■'), e l'educatore del secolo XVIII, personificato nel gesuita, 
che, sol curante della lettera e delle formule, cerca rinfarcire di 
precetti la memoria giovanile, lasciando vuoto l'intelletto e la co- 
scienza ^), e il retore, che " insegna a sostenere a spese della lo- 



') Caffè, II, 112. 

2) Caffè, n. 12, pp. 95-99. 

3) Caffè, II, n. 5, pp. 35-40. 
<) Caffè, II, n. 15, pp. 115-8. 
5) Cafè, I, n. 35, pp. 278-80. 
«) Cafè, II, n. 6, pp. 48-51. 

■') A. Verri punge in uno dei migliori suoi articoli (il Dialogo fra un 
pedante e un Ottentoto citato), sparso di fine ironia, 1' uso inumano di per- 
cuotere gli alunni. 

^) « La sapienza », dispone giudiziosamente lo stesso Alessandro nel Codice 
del pedantisnìo (Caffè, I, 97), « non consisterà più nella sola memoria; né 
« più dirassi scire est reminisci, ma bensì scire est ratiocinari: dovrassi dalla 



54 L. Ferrari 

" gica qualunque tesi „ *) , e il tenace adoratore dalla parola, " clie 
" fissa tutti i suoi sguardi sul conio della moneta senza mai valu- 
" tare la borita intrinseca del metallo „ 2) , e l' imitatore degli 
antichi,, che " non s' induce mai a giudicar buona o cattiva 
" una cosa qualunque, percbè provi un' emozione aggradevole, 
" disgustosa; ma chiama buono quel che somiglia a un tal 
" modello, che si è prefisso per il modello del buono, chiama 
" cattivo tutto ciò che da questo si allontana „ ^) . " Non badate a 
" que' sgherri „, grida P, Verri ai giovani di talento "^), " non ba- 
" date a quegli assassini della Letteratura, eh' io chiamo Pedanti, 
" seguite franchi il buon genio che vi guida, e sia questo costan- 
" temente l' intimo sentimento. Essi co' loro rigidi precetti im- 
" piccoliscono ed estinguono il genio de' giovani nell'età appunto 
" più atta a svilupparsi; essi colle eterne loro dicerie intimori- 
" scono talmente i loro disgraziati alunni, che in vece di solle- 
" varsi con un felice ardimento a quell' altezza, a cui giunger 
" possono le loro forze, con mano tremante servilmente si piegano 
" alla scrupolosa imitazione di chi fa testo di lingua. Non arros- 
" site di far degli errori; le più belle cose degli uomini ne hanno; 
" le sole mediocri possono non averne, perchè le mediocri sole 
" son fatte a sangue freddo; lasciate ai meccanici temer gli er- 

* rori, voi temete i precetti de' pedanti, e contenti di quella ve- 
" nustà che danno sempre le buone idee allo stile, scrivete, e at- 
" traverso del gracchiare di que' Pedanti, che cercarono d' avvi- 
" lire Orazio, che giunsero a far impazzire il troppo compiacente 

* Torquato Tasso, seguite tranquillamente la vostra carriera , . 

JSelle accuse, che si fanno dagli scrittori del Caffè a cotesti 



« studiosa gioventù prima d'ogni cosa dar buon ordine alle proprie idee, av- 
« vezzarci a far uso della ragione, ed a sentire la verità a preferenza del- 
< l'autorità di opinione». 

1) Caffé, I, 98. 

*) Caffè, l, 255. 

3) Caffè, I, 281. 

*) Cap, I, 282. 



Del « Caffè», periodico milanese del seeolo xvm 55 

" aristotelici della letteratura „ (che così sono detti gli ossequenti 
alla tradizione, preudendo l'epiteto dall' Algarotti *)), ricompaiono 
ingrandite tutte le critiche, che questi e il Bettinelli avevano mosso 
sino allora ai classicisti e, per essi, alla letteratura italiana. Prima 
fra tutte quella, in che convenivano il Baretti ^) e il Bettinelli ^), 
che il pedantismo aveva fatto di essa " la cosa più inutile e son- 
" nifera del mondo ^) „ . " Chi ci vien di questi eruditi ad op- 
" primere con grossi volumi „ , scrive Alessandro Verri, " chi con 
" largamente stemprate dissertazioni, chi con medaglie, iscrizioni, 
" pergamene ci addormenta; in somma la maggior parte vendonci 
" al caro prezzo di eterna noia molte parole, e poche cose ^). Nelle 
* scienze e nelle lettere, in ogni umana cognizione perfine, vi ab- 
" bisogna ogni sorta di moneta, grande, minuta, d'oro e d'argento: 
" chi non può spendere la dobla, spenda il paolo „ . Perciò porti 

') Opere, ed. cit., IX, 125, lett. cit. ad Eustachio Zanetti: «Ma ciò riman- 
« gasi, come vi dissi, tra noi. Quella divozione, che era una volta nelle classi 
« di filosofia verso Aristotile, pare che sia presentemente passata nelle classi 
« di grammatica e retorica verso i ciu(iiiecentisti ». 

2) Frusta, ed. di Napoli, Rossi-Romano, 1856, II, 30-1. 

^) « Non posso, scriveva il Bettinelli per bocca di un Lord immaginario 
(Lettere inglesi ed. cit., XII, 157), « dissimulare che di tutte le nazioni, quanto 
< a letteratura, mi ha la vostra annoiato pili di nessuna ». E altrove (XII, 201): 
« Io feci uua volta il coiupendio di tutta quella farragine che i torchj veneti 
« mandan fuori dentro il corso d'alcuni mesi, e v'assicuro, che se gl'italiani 
« fosser capaci di disinganno, questo solo bastar dovrebbe ad aprir gli occhi 
« alla vostra nazione. In pia di cento opere differenti non trovai altro che un 
« tomo della storia de' viaggi tradotto, il qual meritasse almen pel titolo 

« qualche considerazione (p. 202). Quante critiche, quante risposte, repliche 

« e controrepliche in ogni materia! XuUa dirò delle poesie, nulla delle reto- 
«riche e dei quaresimali — Quanti tomi dogmatici o scolastici, che danno 
« i loro dogmi, e vogliono le loro scuole per infallibiH ! . . . Oh qual torto fatto 
« alla patria, alla famiglia, alla società, che da noi esigono tanti uffizj e ser- 
« vigj più necessari! ». 

*) Caffè, I, 95. 

^) II disprezzo de2;li eruditi e degli antiquari è anch'esso comune al Ba- 
retti {Frusta, I, 39-40), ail'Algarotti (Pensieri, VII, 91) e al Bettinelli (Lettere 
inglesi, XII, 201). 



56 L. Ferrari 

il Codice del Pedantismo quest'articolo: "Non si chiameranno 
" più superficiali quegli uomini insigni, clie sapendo la difficil' arte 
" di mescolare l'utile al dolce resero comuni e piacevoli le lettere 
" che in prima erano ispide di pedantismo „ ^): come per es., l' Al- 
garotti ed il Cocchi '^) . 

Le lettere italiane, prive di tali scrittori, continuano i SocJ dei 
Pugni, sono divenute insopportabili al bel sesso. Ma quando " ci 
" saremo spogliati di questo austero pedantismo „, essi si augurano, 
" perfino le delicate madamigelle alle loro toilette e le tenere spose 
" fra i soavi profumi d'un solitario gabinetto ^) „ parteciperanno e 
godranno della nuova letteratura ; desiderio legittimo, espresso ad 
un tempo da conservatori e da novatori, dal frustatore Baretti^) 
e dal frustato Denina ^); e che sarà comune nella critica italiana dal 
Bettinelli ^) al Bonghi ^). Né tacciono di un altro vizio dei let- 



Caffè, I, p. 96. 

2) Caffè, I, p. 153. 

3) Caffè, II, 96. 

'') Frusta, II. 25-9. 

^) In un capitolo, che il Denina dedica alla Letteratura donnesca (vedi Pen- 
sieri diversi, uniti al Discorso sopra le vicende della letteratura, Berlino, 1875, 
voi. 20, pp. 211-12), egli scrive: « Se l'Italia e la Spagna sono rimaste inferiori 
« alle altre nazioni in alcune spezie di bella letteratura la vera cagione è l'igno- 
« ranza della massima parte delle donne. — Non c'è domanda che dia maggior 
« impaccio ad un letterato italiano che quando una donna gli chiede qualche 
«libro di pura lingua nazionale ». 

^) Questa dello scriver libri che servissero alle donne d'amena lettura 
fu una preoccupazione costante di molti letterati del 700 : dall'Algarotti, che 
componeva il suo Newtonianismo per le Dame, all' .Albergati, che pubblicava 
più volumi di Lettere capricciose, varie e piacevoli; iaì Roberti, che fu perciò 
appunto accetto ai contemporanei, al Bettinelli, che dando esempio della 
«erudizione color di rosa» da lui propugnata (vedi ades. Risorgimento, IX, 82), 
compose più che mezza dozzina di opere donnesche. Vedine 1' elenco, fattone 
dall'autore stesso, in Lettere di una dama ad una sua amica sìdle belle arti, 
XIII, 220. 

') Lettere critiche cit. I vizi, che il Bonghi nella prima di queste let- 
tere rinfaccia alla letteratura italiana della prima metà del nostro secolo, 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvin 57 

terati italiani, quello delle contese : comunissimo nel settecento, se 
si pensi alle calunnie lanciate contro il Muratori, alle brighe avute 
dal Maffei, alle lotte sostenute dallo Zaccaria e dal Baretti, alle 
guerre fra i Branda e i Trasformati, tra i Granellescìd e il Goldoni, 
il Gozzi ed il Chiari, Alessandro Verri poi, che dedica ai Difetti 
della letteratura italiana un articolo speciale ^), scorge un nuovo 
e non minor ostacolo allo svolgimento di una letteratura viva 
neir imitazione dello stile e dei generi stabiliti dai cinquecentisti 2), 
tiranneggiante le lettere italiane per opera delle accademie. Le 
accademie, che professano le scienze, dice Alessandro, distinguendo 
opportunamente, sono utilissime; mentre quelle, che coltivano le 
arti belle, hanno molteplici inconvenienti. Giacché, se qualche 
volta, istituite a tempo debito, servono a richiamare le buone 
tradizioni (come per es. , " passato il metaforico ed ampolloso regno 
" della secentista letteratura, fu proficuo il restaurare e richiamare 
" ai suoi principj il buon gusto naufragato „ ^) ), per lo più, né 
possono durar lungo tempo a produrre buoni effetti, né ravvivano 
il corso della letteratura, ma lo ritardano. " Succede infatti che 
" questi corpi acquistano di mano in mano uno spirito parziale, 
* che si oppone all' universale libertà della repubblica degli in- 
" gegni: e generalmente questo spirito di corpo è quello della pas- 
" sata generazione, più che della presente „. 



sono si può dir, quegli stessi, che i letterati settecentistici riscontravano nella 
letteratura del loro tempo (pp. 1-13): che cioè i libri italiani hanno troppo 
scarsa diffusione, che non sono letti da donne, che i letterati fanno parte da 
sé e trattano soggetti inutili all' universale, ecc. 

1) Caffi-, II, n. 13, pp. 96-110. 

2) Non la pensava diversamente l'Algarotti, che chiamava i cinquecentisti 
«autori sinonimi» e «paglia» (lettera al sig. barone N. N., 16 marzo 1752, 
in Lettere varie, IX, 112-3), né il Bettinelli {Lettere Virgiliane, XII, 78-84), 
né il Baretti, che si avvicinò d'assai ai due eccellenti nei suoi giudizj intorno 
agli autori cinquecentistici più lodati ed imitati: per es. ilBonfadio {Frusta, II, 
52-58), il Casa (1,266) e il Bembo (11,203-9). 

3) Caffè, II, p. 106. 



58 L. Ferrari 

Queste sono le critiche, che dai Socj dei Pugni si muovono 
alla letteratura italiana. Dopo averle enumerate vieu fatto di do- 
mandarci: e ai vizj, che in essa si riscontrano ^), quali rimedi si pro- 
pongono come più efficaci? Le lettere italiane si dicono poco po- 
polari, poco diffuse, una cosa rimorta. Come ravvivarle e diffonderle? 
Si lamentano gli svantaggi dell'imitazione degli antichi, delle ac- 
cademie, della retorica: ma si può cassare con un tratto di penna 
ciò che ha fondamento nella natura stessa umana, la quale, 
per apprendere, ha bisogno di precetti, per produrre, di imitare? 
Se a bisogni nuovi e veramente sentiti mal si può soddisfare tenendo 
la via vecchia, quale sarà la nuova da imprendere? Gli scrittori 
del Caffè, con grave loro demerito, né hanno curato di rivolgersi 
tali domande, né vi hanno lasciato risposta. Conformandosi a ciò 
che dei fogli periodici aveva scritto il Beccaria ^), essi hanno pre- 
ferito alle notizie e alle dottrine " positive, le negative, adatte a 
" distruggere i pregiudizj e le opinioni anticipate, che formano V im- 
" barazzo d' ogni scienza „ , e si sono accontentati di " travagliare 
" più a distruggere, che ad edificare , . La luro critica è stata in 
ogni sua parte negativa. 

Noi non troviamo nel Caffè alcuno di quei concetti di restaura- 
zione, sia pur vaghi e paradossali, chei critici del 700, non soddisfatti 
del solo esame dei mali delle nostre lettere, cercarono innestare 
alle loro teoriche, anch'esse per massima parte negative. I Socj 
dei Pugni non ripeterono ad es. la dottrina, già espressa dall' Al- 
garotti e dal Bettinelli, della necessità di un " centro „, di una me- 
tropoli, dalla quale quegli si attendeva un teatro, " una satira pun- 
" gente con mollezza, e filosoficamente scherzosa, un'arte del 
" conversare, una lingua ricca e pura ^) „^ e 1' altro si ripro- 



') Art. cit. Sui fogli periodici, II, 7. 

2) « Le accademie nostre di oggigiorno », scriveva l' Algarotti al Voltaire 
(lett.» 10 die. 1746, IX, 84-86), « ognuna si crede depositaria del buon gusto 
« in poesia — Tutte però paiono convenire in questo, che non si abbia in so- 
« stanza se non a ripetere quello che è stato mille volte detto, e sentenziano 
« come ribelle qualunque si attenti di dir cosa, di cui non ci sia l' eseaipio 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xnn 59 

metteva la fine delle raccolte ^), delle contèse ^) e dei pedanti 3), 
nonché lo stabilimento di quella " letteratura italiana „ '^), ch'egli 
negava esistere realmente: utopia destinata allora a ravvivare il 
senso della comune patria, e ad incitare ad un' unione letteraria, 
prodromo della politica, e tuttora di tratto in tratto risorgente e 
col Bonghi ^) e coll'Ojetti ''). Ne ebbero fede in quella A.ccademia 



« negli autori che scrissero nei secoli i meno illuminati. . . Tali sono gli ef- 
« fetti della piccolezza e divisione degli stati, ignoranza e presunàone, fri- 
« volezza. La vera accademia è una capitale, dove i piaceri, la fortuna vi 
« richiaraino da ogni provincia il fiore di ogni nazione, dove otto in nove- 
« centomiia persone si elettrizzino insieme. Allora si avrà un teatro o sia 
« scuola di costumi, una satira pungente con mollezza, e filosoficamente scher- 
« zosa. Ci sarà allora un'arte della conversazione, si scriveranno lettere con 
« disinvoltura e con grazia, la lingua diverrà ricca senza eterogeneità, e pura 
« senza affettazione E dalla società si sbandiranno i sonetti, come da un pa- 
« lagio di gran Signori le mosche » . Dei vantaggi di una capitale si fa parola 
dali'Algarotti anche nel Saggio sopra la questione perchè i grandi ingegni a 
certi tempi sorgano tutti ad un tratto e finiscano insieme (IV, 229-30). 
*) Lettere inglesi, XII, 189. 

2) Lettere inglesi, XII, 190. 

3) Lettere inglesi, XII, 159, 

■*) « In Italia, scrive il Bettinelli {Lettere inglesi, XII, 157), ogni provincia 
« ha un Parnaso, uno stile, un gusto, e secondo il genio del clima, un par- 
« tito, una lega, un giudizio separato dalle altre. Napoli, Roma, Firenze, 
« Venezia, Bologna, Milano, Torino e Genova sono tante capitali di tante 
«letterature... Ciascuno di questi gusti è l'ottimo, e l'unico e vero di quella 
« città, dove esso regna, la qual disprezza e deride la sua vicina, e tutte le 

« altre con tutti i lor gusti (XII, 195) Dunque, dico io, non v' è lette- 

« ratura italiana, né gusto italiano. De' gusti romani, de' napoletani, de' si- 
« ciliani, ecc. ne troverete forse, seppure alla porta del Popolo non troviamo 
« diverso gusto da quello di porta Pia in Roma stessa » . Altrove ( Lettere 
a Lesbia Cidonia, XXI. 89) il Bettinelli magnificava 1' efficacia, che il grande 
centro parigino esercitava sopra l'intera Francia; come degli effetti della divi- 
sione politica degli Italiani riparlò a lungo neU! Entusiasmo (IV, pp. 337-39). 

^) Lettere critiche citate, pp. 17-22. 

") L' avvenire della letteratura in Italia, in La Vita Italiana, n. s. a. 1° 
(1896), pp 113-125. In questo discorso l'Ojetti, svolgendo dottrine già accen- 



60 L. Ferrari 

unica, disegnata sull'esempio àeW Arcadia àd\ Muratori^), e va- 
gheggiata come restauratrice e direttrice delle lettere italiane da 
più letterati del 700: dal Bettinelli stesso -), dal Cesarotti 3), dal 
Pindemonte ■^), dall' Arteaga ^); e attuata veramente colla fonda- 



nate nel libro Alla scoperta dei letterati (Milano, Bocca-Duinolard 1895), af- 
ferma che manca «un'anima italiana» (ogni secolo ha le sue parole predi- 
lette; il Bettinelli per indicare lo stesso fatto aveva detto mancare « un gusto 
italiano ») : e vede di ciò le cagioni nella « insufficiente fusione etnica e po- 
« litica delle varie regioni d'Italia», e nella « mancanza di un centro letterario ». 

') Nei suoi Primi disegni della liepiibblica letteraria d' Italia (1703), in 
Raccolta delle Opere minori di Lud. Ant. Muratori, Napoli, G. Ponzelli, 
1757, voi. 1°, p. 1 e segg. 

2) Bettinelli, Entusiasmo, in Opere, ed. cit., IV, 342-3. II Bettinelli ideava 
una società, divisa in due classi, sacra e profana, la quale avrebbe pubblicato 
« due giornali corrispondenti alle due classi » e dato notizia di « quanti libri 
« vedesser la luce in tuttala Italia». Dall'intiera penisola dovevano «esser 
« presi gli accademici, e socj pensionati, oppure onorar), i quali avessero pen- 
« siero di notificare e mandar a Koma l' opere nuove o le notizie più belle 
« ed importanti in ogni maniera di scienze e di lettere » . 

^) Il Cesarotti invece {Opere, ed. Capurro, XVfl, 16, Riflessmii sui doveri 
accademici lette all'Accademia di Padova il 1780) proponeva una federazione 
fra le accademie italiane. 

^) Il Pindemonte in uua Dissertazione, presentata all' Accademia di Man- 
tova {Dissertazione del sig march. I. Pindemonte, cav. Gerosolimitano sul 
quesito Qual sia presentemente il gusto delle Belle Lettere in Italia e come possa 
restituirsi, se in parte depravato, Milano, Gius. Marelli, 1783), propone la crea- 
zione di una nuova e generale accademia, che diriga il corso del gusto e curi 
lo studio della lingua (p. 22). Ufficio ad essa assegnato sarebbe di pro- 
muovere la conoscenza degli antichi e l'imitazione dei migliori con « nuove 
edizioni e versioni » , specialmente « d' ogni buon libro francese che venisse 
prodotto in luce », e con « un' edizione nuova del nostro vocabolario ». L'ac- 
cademia, che, così istituita, « farebbe le veci di quello spirito nazionale 
« che mancar dee necessariamente all'Italia, divisa in tante provincie varie, 
« esser dovrebbe per ogni buon motivo nella 'capitale della Toscana; ma 
« quando non fosse a ciò luogo, io credo, che ancora in qualche altra 
« ingegnosa e eulta città venir potesse instituita, ove il Principe di quella 
« volesse farla : poiché certamente senza la mano del Principe non s' inalza 
« una tal fabbrica (pp. 24-5) » . 

^) L' Arteaga, nelle Osservazioni aggiunte alla Dissertazione di M. Borsa 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvm GÌ 

zione ò.eW Accademia Italiana di scienze, lettere ed arti di Siena 
(1798) e àdV Istituto nazionale italiano (1802). E tanto meno gli 
scrittori del Caffè domandarono come panacea dei mali delle no- 
stre lettere una nuova edizione del vocabolario della Crusca, rifatto 
ed accresciuto, e un " consiglio italico „ a ciò deputato ^). Neppure 
quel cosmopolitismo letterario, che era la loro aspirazione e pel 
quale si ribellavano ad ogni autorità, seppero svolgere in una dot- 
trina precisa, particolareggiata e positiva. 

Per ciò le dottrine letterarie sostenute dal Caffè né, considerate 
rispetto ai bisogni dei tempi, hanno il pregio della compiutezza; 
né, studiate per sé stesse, meritano del tutto la lode della novità. 
La guerra mossa dai Socj dei Pugni ai pedanti, assai comune allora 
presso gli enciclopedisti francesi ^), è condotta per buona parte sulla 
scorta dell' Algarotti e del Bettinelli ^). Lo stesso libertinaggio della 



{Il gusto presente in letteratura italiana, s. n. t [Venezia 1788], p. 143). si 
unisce al Pindemonte nel propugnare tale accademia come adatto riparo alla 
corruzione del gusto. 

*) Come il Cesarotti (Saggio sulla filosofia della lingua, in Opere, ed. cit., 
I, 215), il Pindemonte e l'Arteaga (vedi la nota precedente). 

*) Vedi il libro del Rocafort, Les doctrines Uttéraìres de V Enciclopédie 
oxi le romantisme des encyclopédistes, Paris, Hachette, 1890, passim. 

3) Le osservazioni degli scrittori del Caffè riproducono cosi perfettamente 
i pensamenti comuni a tutti gli italogalli, che noi le ritroviamo, quasi a bella 
posta, riunite in una lettera del Cesarotti al Vannetti (lett.'» s. d., in Opere 
ed. Molini e Laudi, XXXVI, 215). — «La servile imitazione», scrive il Cesa- 
rotti, « la superstizione della lingua, la scarsezza delle idee, la timidezza ec- 
« cessiva dello stile, l' abborrimento a tutto ciò che sente di novità o d'ar- 
ac ditezza anche la più felice, sono i caratteri dominanti dell'italianismo, e 
« se volessi citar dei nomi, Venezia, Padova, Verona, per non estendermi 
« più oltre, potrebbe soramiaistrarmi più d' un esempio ... La cieca adorazione 
« dei Latini e dei Greci, l' erudizione grammaticale, la critica senza filosofia 
« e senza gusto, la ridicola fedeltà delle traduzioni sono i difetti comunis- 
« simi della corrente dei maestri e dei dotti . . . L' educazione della gioventù 
« è in mano di pedanti e di scrittori mediocri che diffondono il pregiudizio, 
« e lo avvalorano per loro proprio interesse. Gli oltramontani, che hanno il 
« doppio peccato d' essere moderni e stranieri, non hanno un credito cosi ra- 



62 L. Ferrari 

lingua, codificato con pochi tratti di penna, mossi da inconsulta 
veemenza, non è che un frutto dello sprezzo dei letterati settecen- 
tisti per la Crusca, e delle dottrine propugnate dagli oppositori di 
questa istituzione, a cominciare dal Tassoni sino al Cesarotti ed al 
Monti. 

Da Fr. M. Zanotti ^), che protestava di scrivere italiano, e non 
toscano, al Bettinelli che non credeva la Crusca neppur degna 
dei suoi colpi, e " alla Crusca o al fuoco „ voleva " consegnati 
" tutti gl'antichi o contemporanei di Dante „ ^), la maggior parte 
dei letterati del 700 non parlarono dell'Accademia fiorentina che 
per vituperarla o per negarle rispetto. I Trasformati e il Parini, 
che saranno i difensori delle tradizioni classiche contro questi 
stessi Verri, non esitavano, nella contesa avuta col p. Branda, 
ad imprecare ai cruscanti ^) : 

alla malora, stolidi cniscauti, 
altro non fate che imbrogliar gli astanti 
e siete in odio al mondo, a Cristo, ai Santi, 

e chiamavano la Crusca 

un malefizio 
che offusca l'intelletto e copre il vizio. 

Il Baretti ^), che menerà tanto scalpore per la Binuncia degli scrit- 
tori del Caffè avanti nodaro, frustava a sangue l'Accademia nella 
Diceria da recitarsi all'Accademia della Crusca il dì die sarà rice- 



vi, dicato che basti ad imporre all'universale. ... laddove gli antichi e i prin- 
« cipali italiani hanno per loro il fanatismo dell' antichità, la fazione autore- 
< vole degli eruditi, la prevenzione del patriottismo » . 

^) Fa. M. Zanotti, Paradossi, in Opere, Bologna, S. Tommaso d 'Aquino, 
1790, V. 271-72. 

2) Lettere Virgiliane, XII, 105. 

^) la componim. mas. della Braidense cit. dal De Castro, Milano nel 
700 giusta ecc., p. 219. 

*) Frusta, H, 195. 



Del « Caifè » , periodico milanese del secolo xvni 



63 



rido accademico ^). E il popolo? Il popolo italiano non soltanto 
aveva rinunziato in allora alla Crusca, ma alla lingua italiana; sicché 
molti degli autori componevano in vernacolo o in francese, e si 
stampavano gazzette in francese sul suolo italiano 2), e la lingua 
gallica era divenuta V usuale nella corrispondenza e nelle conversa- 
zioni presso i più, specialmente nell'Italia settentrionale ^). La ri- 
nunzia era già fatta in realtà: e i Socj dei Pugni vollero compierla 
anche a parole. Ma essi dimenticarono che ignoranza di lingua e 
non altra era allora e fu sempre la ragione, che si credesse la lingua 
italiana insufficiente alle scienze e ai bisogni del pensiero moderno; 
né posero mente, che il miglior mezzo per far cessare gli scritti vuoti 
dei parolai era quello, di contrapporre loro cose fortemente pen- 
sate, ma espresse italianamente. Questi risultamenti dava nel Caffè, 
portato alle ultime conseguenze, il principio " cose e non parole ,, 
con che i novatori avevano iniziato quel movimento d'idee, di- 
retto a dar nuova vita alla letteratura italiana, innestando nel 
sangue dell'anemica lo spirito filosofico e lo spirito scientifico; 
né l'uno ne l'altro, a dir vero, effettori di arte. 

Dottrine così ardite, quali sono quelle da noi esaminate, non 
potevano non trovare opposizione presso i letterati obbedienti alla 
tradizione classica e nazionale, ed anzitutto presso i Trasformati 
milanesi. 

Dello stato della coltura milanese nella 2." metà del sec. XVIIP 
si ebbero per lungo tempo notizie così scarse ed incerte, che il 
Desanctis, trovando che due dei socj dei Pugni avevano appar- 
tenuto un tempo all'accademia, potè confondere quest'istituto 
e la società del Caff'è^ fantasticando, che " nei Trasformati era pe- 



1) Frusta, II, 197. 

2) Il Piccioni (op. cit., p. 171) ricorda un giornale, la Gazzetta Univer- 
sale di Letteratura, che si stampava nel 1770, a Firenze, in francese. 

3) Nella maggior parte delle case milanesi (Vedi Alfieri, Vita, ed. cit., 
I, 91) si parlava francese: e questa lingua era usata spesso dai Socj dei 
Pugni nelle loro lettere (vedi le Otto lettere di Pompoìiio Tito Attico cit.), e 
da P. Verri nel comporre. 



64 L. Ferrari 

" netrata l'Enciclopedia, e dominava sotto tutti gli aspetti lo 
" spirito nuovo. Si chiamavano Trasformati e si può dire, che fi- 
" losofia e legislazione, economia politica, morale, tutto lo scibile 
" era già trasformato nelle loro menti ^) „ . E Paolo Ferrari nella 
sua commedia. La Satira e Parini, faceva di questo uno scrittore 
del Caffè "): come il Guerzoni, dimenticando gli accenni fatti 
dall' Tigoni ^) alle " note gare „ , che esercitarono economisti 
e accademici, disse il Parini " confortato, spronato, aiutato „ nella 
composizione del suo poema dal Verri e da Paolo Frisi, " orgo- 
" gliosi del Mattino come di cosa propria ^) „ . 

Ma un articolo dello Gnoli ^) e le Lettere inedite dei fratelli Verri 
hanno messo in chiaro cjuali relazioni passarono veramente tra i due 
maggiori, P. Verri e il Parini, e in quanti modi la Società dei Pugni 
e i Trasformati si avversarono ed osteggiarono. Le due società 
differivano profondamente tra loro : da una parte stavano uomini 
di età avanzata e lodatori dell' antico, dall' altra giovani e amanti 
del nuovo; di qua poeti e grammatici ed encomiatori dei classici, 
di là partigiani del filosofismo enciclopedico e cultori di scienze 
utili; da un lato conservatori avversi a qualunque cambiamento 
e riforma, e dall' altro i novatori '^) . Troppo gravi erano le ra- 



*) Letteratura italiana, Napoli, Morano, 1873, voi. II, p. 374. 

2) Torino. Gareffi, p. 96 e p. 120. 

3) Ediz. 1856, voi. I, p. 365. 

*) Il terzo rinascimento, Verona, Driicker e Tedeschi, 1876, p. 240. 

^) Questioni Pariniane cit.e, p, 401 e segg. Ai luoghi di autori contem- 
poranei recati dallo Gnoli a testimoniare delle inimicizie dei Socj dei Pugni 
contro i Trasformati, possiamo aggiungere quanto ne ha lasciato scritto il 
Lalande {Yoyage cit.°, I, 224). 

^) Cito ad esempio questo fatto: P. Verri fu il primo a svelare l'iniquo 
procedimento, usato nel processo degli untori del 1630 in un'opera sulla tor- 
tura, che lasciò inedita, per non contraddire apertamente al padre; il quale, 
nel collegio dei giudici criminali, ove sedeva, si era opposto all'abolizione 
della tortura, quando da Giuseppe II fu proposta al Senato milanese. Al con- 
trario l'avv. Francesco Fogliazzi, amico intimo del Parini, leggendo di quei 
fatti all'Accademia dei Trasformati, accettò la testimonianza della Colonna 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xnn G5 

gioni di dissenso, perchè questo, come suole avvenire in una 
stessa città, non degenerasse in una guerra continua di dispetti, 
di ripicchi, di ingiurie. 

I violenti scritti contro i pedanti, dei quali abbonda, come ab- 
biamo veduto, il Caffè., se si rivolgono a tutti i seguaci della 
tradizione classica, sono particolarmente diretti, come confesssava 
A. Verri stesso, contro " al Parini e ai suoi compagni, cioè ai 
" Trasformati . ^) ; nei quali i SocJ dei Pur/ni non scorgevano se non 
meschini verseggiatori ed imitatori pedanteschi degli antichi. La 
punta, è vero, è per lo più coperta, e l'oflFesa nascosta; perchè 
gli scrittori del Caffè si attengono fedelmente all'art. XII di 
quella Legislazione, che essi volevano imporre al Pedantismo. Il 
quale suonava così : " Dovranno tutti li seguaci della ragione 
" guardarsi bene dall' insultare o deridere personalmente i pedanti ; 
" poiché egli è da uomo ragionevole il tollerare gli errori ed i 
" difetti degli animali della nostra specie. Onde non sarà per- 
" messo che di burlarsi del pedantismo, ma non mai personalmente 
" dei suoi professori ; i quali, tutt' al piti, possono essere compresi 
" nel numero degli uomini, che hanno una particolare pazzia ^) „ . 
Ma qua e là è qualche allusione palese ai puristi lombardi, 
come nella RiìiunrAa alla Crusca, ove gli scrittori del Caffè, fa- 
cendo infinite scuse per aver " consagrato il prezioso tempo al- 
" l'acquisto delle idee, e posto nel numero delle secondarie co- 
" gnizioni la pura favella „ , dicono volerne far " amende hono- 
" rable avanti a tutti gli amatori di riboboli noiosissimi dell' in- 
" finitamente noioso Malmantile, i quali, sparsi qua e là come 
" gioielli nelle lombarde cicalate, sono proprio il grottesco delle 



infame, e levò al cielo la previdenza degli avi; come, esaltando la sapienza 
di questi, il Parini cantava quella coIoana in un poemetto, di cui non ci resta 
se non un frammento (già pubblicato in nota alla Girusahm>ne liberata tra- 
vestita in lingua milanese da Domenico Balestrieri, o riprodotto in Parini, 
Opere, ed. Reina, Milano, Classici, 1801, voi I, p. 239). 

1) Scr. in., n, 311. 

«) Cap, I, 99. 

B. Se. Nornt. % 



66 L. Ferrari 

" belle lettere ^) „ . Al che il Beccaria nella Lettera, ironica, agli 
amici in risposta alla rinunzia, scriveva di ricambio ^) : " perchè avere 
* l'inumanità di togliere l'unico pregio al bene, all'unica sostanza 
" di tanti uomini dabbene, che si beano al leggere i loro madri- 
" gaietti, sonetti, poemetti tutti lindi, tutti melati, tutti tessuti 
"di ricamo fiorentino su di un buon fondo lombardo?,. 

Chi più degli altri, fra i Socj dei Pugni, credeva doversi do- 
lere dei Trasformati, e in particolar modo del Parini, era P. Verri. 
Dopo avere appartenuto all'accademia, e dopo aver partecipato 
largamente, come abbiamo visto, ai suoi lavori, il Verri se ne era 
staccato al suo ritorno da Vienna; ed ora, tutto infervorato nelle 
nuove idee, non doveva ricordarsi di quei suoi esercizj accademici, 
se non come di un tempo sciupato in occupazioni inutili, frivole 
e degne dell' inesperienza di un principiante. Troppo lontano 
era ormai dai Trasformati, quanto a opinioni, ed anche quanto 
a fortuna. Egli, così bramoso di farsi notare, aveva dovuto 
deporre qualunque speranza di gloria letteraria, e volgersi, se 
volle sollevarsi sopra il comune, agli studj utili; dei quali faceva 
ora gran pompa, ostentando un superbo disprezzo della forma e 
dell'arte; mentre alcuni compagni suoi dell'Accademia si erano 
resi illustri nelle lettere : per es. quel contadino del Parini. 

Il Verri, oltre che presso i Trasformati, l'aveva conosciuto in 
casa Serbelloni, dove 1' abate precettore era venuto a contrastare 
il primato al giovane e bel conte con quel fascino, che suole in 
qualche modo accompagnare un poeta. L'abatino era ancor rustico 
e rozzo, si era segnalato soltanto per zelo e violenza nelle con- 
tese contro il Branda ed il Bandiera, che poi compianse e scon- 
fessò, poteva perciò giudicarsi iroso e silvatico: e tale parve senza 
dubbio al Verri, che sin d'allora sentì per lui una forte avversione. 
Crebbe il maltalento, quando 1' abate plebeo osò porre a nudo i 
vizj della nobiltà e descrivere 1' abbiezione della casta, alla quale 

*) Caffè, l, 37. 
2) Caffè, I, 75. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 67 

gli economisti milanesi, per quanto nemici dell'ozio nobilesco, si 
sentivano intimamente legati e per idee e per sangue; e quando piii 
volte l'accademico Trasformato manifestò una venerazione al pas- 
sato, del tutto opposta alle opinioni dei filosofi. E durò a lungo l' ini- 
micizia, che non fu soltanto di Pietro e dei suoi amici dei Pugni, 
ma del Pariui ancora ; che il Reina racconta esser stato solito 
raccomandare ai giovani: " fuggite gli scrittorelli lombardi ^) „, non 
senza designare gli scrittori improvvisati del Caffè. Poi, costretti 
ad avvicinarsi in pubblici ufficj, ad es. nel '76 nella Società Pa- 
triottica -), i due impararono a conoscersi e a stimarsi; e per 
opera, come è facile supporre, di amici comuni, quali il Frisi ed il 
Longo ^), deposero l'antico rancore. Finirono coli' amarsi, quando, 
concordi nell' amore della patria e della libertà e nella fede del 
trionfo della giustizia, si trovarono un'ultima volta uniti a com- 
piere i doveri di cittadino e a patrocinare gli interessi della loro 
Milano, nel terzo comitato della Repubblica Cisalpina. 

Ma al tempo della pubblicazione del Caffè, quando era ap- 
pena uscito il Mattino e stava per stamparsi il Mezzogiorno, Pietro 
Verri non s'era ancora ricreduto sul conto del Parini, né era vi- 
cino a ricredersi ^) : ed al poeta del Giorno non risparmiò nel 



') Parixi, Opere, ed Reina, voi. I", p. LUI. 

^) Verso quel tempo il Verri doveva essersi rappacato coi Trasformati 
superstiti, se, richiesto dal Carcauo, 1' ultimo segretario dell'Accademia, non 
negò per una raccolta in morte del Balestrieri (Milano, 1780) i proprj versi ; 
i quali comparvero accanto a quelli del Passeroni, del Corniani. del Bicetti, 
del Parini, del Villa, come già nei bei tempi giovanili. Il Balestrieri aveva 
dedicato al Verri (Bianchi, Elogio di P. Verri cit , p. 283) il tomo 4° delle 
sue Rime toscane e milanesi [i779]. 

') Giorn. stor. d. lett. it., I, 124. Recensione di F. [rancesco] N. [ovati] 
alla edizione delle Odi del Parini, curata dal Salveraglio. 

■*) Dei Socj dei Pugni alcuni furono impenitenti e negarono il loro omag- 
gio al Parini, anche negli anni della maggiore sua gloria. Nel Carli ad es., 
del quale abbiamo avuta occasione di esaminare il carteggio tenuto col Bet- 
tinelli e posseduto dalla Comunale di Mantova (sono 64 lettere e vanno dal 
1792 al '95), l'avversione durò, sembra, sino agli ultimi anni della vita. Il Carli, 



68 L. Ferrari 

Caffè gli strali della critica e dello scherno. Fu già notato dal- 
l' Tigoni ') e ripetuto dallo Gnoli ^), che al Mattino si alludeva 
in un articolo Sai Ridicolo ^), nel quale il Verri svolgendo la teo- 
rica dell' Hobbes, che il riso non è eccitato in noi, se non da un sen- 
timento di vanagloria e di compiacimento per l'inferiorità altrui, 
mosse una critica altrettanto grave quanto ingiusta all'opera pa- 
riniana, della quale pretendeva dimostrar errato il concetto fon- 
damentale. " Dico, scriveva, che colui che per questa strada prende 
" a maneggiare il ridicolo, manca di giudizio per ben maneg- 
" giarlo: poiché nessuno, facendo il confronto di sé medesimo 
" colla pittura di quel ganimede, potrà mai sinceramente sentire 



che in quelle lettere grida perpetuamente contro le novità dei giacobini, e scopre 
in ogni cosa una offesa alla religione e alla monarchia, così giudica nella let- 
tera 22 aprile 1793 del sonetto del Parini « Viva o Signor, viva in eterno, 
« viva », scritto in quei dì Per un Te Deum comandato dagli Austriaci alla 
città di Milano in occasione di vittoria [Opera, ed. cit., I, 30) : « Non si 
« penta Ella, uè si disdica di Parini per aver veduto un sonetto fatto per 
«insinuazione o per forza; e che ben esaminato, non rappresenta altro che 
«un'ironia. Si celobran forse le vittorie? Si detestano forse i nemici? Si 
«augurano felici successi alle armi? si, lodano finalmente le ragioni, per le 
« quali i sovrani si sono determinati a vendicar un Regicidio, e le insidie 
«ordite da quei scellerati contro di loro e contro la quiete dell'Europa? 
« Nulla di questo. Si accenna con occulta malignità la felicità che godiamo, 
« e che diciamo di godere senza suparbia etc. ; e con affettata ipocrisia si 
«augura da Dio il bene all'augusta Famiglia; a guisa, come Ella benissimo 
« osserva, d'un Inno Ecclesiastio, cantato però da uno, che non ha uè reli- 

« gione, né giudizio ». E nella lettera sagiieate (24 aprile), prendendo 

argomento dalla notizia datagli dal Bettinelli della scoperta di una « macchina 
« parlante », il Carli scrive ribattendo il chiodo: «... Ora si è arrivato a far 
« articolare le macchine, e a farle suonare i clavicembali, a farle giuocare agli 
« scacchi. E chi sa che non si arrivi a farle mangiare, bere e digerire? Io 
« credo più facile una tale operazione di quella di raddrizzare il giudizio 
« ai francesi, e al Parini . . . » . 
*) Op. cit., ed. 1856, II, p. 110. 

2) Art. cit., pp. 41011. 

3) Ca/fè, n, n. 15, pp. 110-15. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xywl 69 

* la superiorità propria sopra di esso, né ridere di cuore per con- 
" seguenza. Il solo seutinietito che da pitture sì bene espresse 
" può nascere, è il desiderio di poter fare altrettanto „. Critica 
del tutto opposta a quella del Foscolo ^), pur soverchiamente severa; 
che un tal personaggio, " destituito affatto d'ogni merito perso- 

* naie „, non eccita se non disprezzo: ' e questo ne toglie per con- 
" seguenza tutto l'interesse „. Mostravano dunque i giovani filoso- 
fanti, di non aver compreso^ o di non aver voluto comprendere 
l'intento morale e sociale dell'opera: ma v'entrava forse in gran 
parte il dispetto. 

L'articolo Sul ridicolo comparve nel n. 15 della seconda annata 
del Caffè, che è del 20 ottobre; e fu pubblicato, come è proba- 
bile, qualche tempo dopo del Mezzogiorno, ^ di cui fu permessa 
" la stampa ai 24 luglio del '65 „, e " che usciva indi a poco dai tipi 
" del Galeazzi „ ^). Nel Mezzogiorno tutti ricordano, come fra i 
convitati, raccolti a mensa, intorno al " giovin signore „ ed alla 
sua dama, appaia il fautore delle nuove dottrine economiche, 
che grida " all' altro lato della mensa , . . con fanatica voce : Com- 

* mercio, Commercio „, e sfoggia, 

tra il fragoi'e 
D' un peregrino d' eloquenza fiume 

pensieri " brillantati „ e " forme 

Di bella novità stampate al conio ') . 

Dopo la pubblicazione delle opere economiche di Pietro e dei 
suoi compagni, dopo gli articoli del Caffè, dir lodatore del com- 



*) Saggi di critica storico-letteraria, in Opere, ed. cit., voi. IX", p 220. 

*) Storia del Giorno, ed. cit., p. 8. L'eminente critico (op. cit., p. 14) crede 
l'aiticolo pubblicato nell'estate del '65, « pochi giorni avanti che uscisse il Mez- 
zogiorno ». Ma, cominciando l'annata del CaftP dal 1" di giugno, il n. 15 è 
del 20 ottobre. 

') Il Meriggio, vv. 558-564, in Cantù, L'abate Parini ecc., p. 380. 



70 L. Ferrari 

mercio, a Milano, era dire Verri o, per lo meno, alcuno della so- 
cietà del Pugni. Qual supposizione più verisimile di questa; che 
il Verri, che la piìi parte dei crit'ci, cominciando dall' Tigoni ^) e 
venendo allo Gnoli ^) e al Carducci ^j, hanno riconosciuto nell'apo- 
stolo del commercio satireggiato, vedendosi deriso, cercasse pren- 
dersi quella vendetta, che poteva, scrivendo l'articolo Sul ridicolo?^). 
Un altro luogo del Caffè, ove appare evidente il fine di con- 
trastare al Parini, fu già notato dallo Gnoli, ed è pure di Pietro 
Verri ^); al quale si può aggiungere l'art, di Alessandro (Voti 



«) Ed. i856, II, 38. 

2) Art. cit, p. 412. 

3) Storia del Giorno cit., p. 86. 

*) Sino allora dagli scrittori del Caffè non si era mai offeso apertamente 
il poeta del Giorno; anzi Alessandro Verri, nel Saggio di legislazione sul 
Pedantesimo (I, n. 12, pag. 99), aveva recato a sostegno delle proprie asserzioni 
i noti versi del Mattino, ove con pochi tratti felici si dà un'imagine delle 
scuole del tempo (vv. 26-30), chiamandoli opera di « eccellente poeta » . 

^) Art. cit., p. 403. — Il Parini in un suo sermone, letto all'Accademia dei 
Trasformati, lo Studio {Opere, ed. cit., pp 200-203), si era lamentato del poco 
onore concesso ai suoi tempi alle lettere ed ai letterati ; querela che era 
un luogo comune dei conservatori (vedi Gozzi, Osservatore, ed. cit., HI, pp. 
28-32). Nel n. 25 del 1° anno del Caffè (pp. 201-4) si finge, che agli scrit- 
tori del giornale si proponga la questione seguente: « Perchè mai gli uo- 
« mini di lettere erano onorati ne' tempi addietro, e lo sono sì poco ne' 
«tempi nostri?». Ed essi per bocci, di P. Verri rispondono, che «chi f* 
« questo quesito dev' essere sicuramente professore di sonetti e canzoni, 
« ovvero grammatico squisito, se mai però non fisie qualche valente anti- 
« quario »: perchè altrimenti dovrebbe riconoscere, che « ora ogni autore che 
« sappia scrivere, cioè scriva delle cose che paghino della fatica di leggere, 
«è sicuro di ottenere tosto o tarli la st'ma del pubb'ico... Ma viene uno, 
« e vi scarabocchia egloghe, sonetti, eterne inezie in rima, le quali partono 
« da un animo vuoto d'idee; e non lasciano al lettore che il rimorso d'avere 
«malamente speèo il suo tempo; e con qual titolo pretende alla stima dei 
* contemporanei? ». In questo, veramente, il Verri si trovava d'accordo col Ba- 
retti, che nella Frusta (I, 239) scriveva: « Molti dei nostri poetanti avrai cs- 
« servati, che nuU'altro sanno fare col lor malanno, che un sonetto o una can- 
« zone alla petrarchesca, e .che poi gridano con quanta voce hinno nella 
« strozza coLtro la scarEe7za dei mecenati, e contro la cecità del trasandato 
« secolo » . 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvui 71 

sinceri agli onesti letterati), che sembra ripieno di note personali ^). 
E un saggio ancora delle punture, che si celano ad ogni tratto 
nelle opere dei contendenti, possono darci un terzo discorso del 
Caffè ed un frammento del Parini, fra i quali scorgiamo una qual- 
che corrispondenza. Alessandro in certi suoi Pensieri scritti da 
un buon uomo per istruzione di un buon giovane, nei quali si ab- 
bandona a considerazioni misantropiche e paradossali, venuto a 
parlare della timidità dei giovani e dell' " indiscrezione di taluni 
" vecchi che esigono dai giovani una ingiusta schiavitìi per le 
" loro opinioni „, scriveva: " i vecchi decaduti nel corpo e per- 
" duti quei diritti che solo competono alla gioventù, sono ge- 
" losissimi del rispetto loro dovuto: e questo è quasi l'ultimo 
" steccato in cui si racchiudono in mancanza d'altro alimento al 
" loro amor proprio. In fatti, se perdendo la gioventìi e tanti 
* beni, che l'accompagnano, non si supplisse a sì amara perdita 
" con altri piaceri d' opinione, la vecchiezza sarebbe insopporta- 
" bile „ 2). E il Parini, sfogandosi in un Sermone col Passeroni, 
usciva in queste amare parole, nelle quali ci sembra scorgere 
un'allusione ai Verri ed ai loro compagni : 

I detti nostri 

Beffa insolente il giovin che pur ieri 
Scappò via dalle scuole, e che provvisto 
Di giornali e di vasti dizionari 
E d' un po' di francese, oggi fa in piazza 
Il letterato, e ciurma una gran turba 



*) Dove si lamenta (1,114), che « quanto talvolta s'elevano dal volgo al- 
« cuni de' letterati colla fjrza dell'ingegno,... altrettanto manchino dalla 
« parte della moderazione », e dove si dice, che la vendetta di tali letterati è 
« fatta colla satira » . In un terzo luogo si parla di chi, « ottenuta la gloria 
«di poeta, si veste de' publici applausi, e diviene in Pindo impertinente, into- 
* lerando ancora come uomo, che si vendica di quella oscurità, in cui giacque >: 
e così via. 

2) Caffè, I, n. 17, pp. 133-39. 



72 L. Ferrari 

Di sciocchi eguali a lui. Odi ch'ei dice: 
vecchierelli miei, troppo è già nota 
L'usanza vostra: disprezzar vi giova 
L'età presente, ed esaltar l'etade 
Che voi vide sbarbati. E qual vi resta 
In questi dì cadenti altro conforto 
Fuorché la dolce vanità con molte 
Vane querele lusingar tossendo?*). 

Che " il Parini, sollécito d'ogni cosa clie potesse tornare a 
" vantaggio della sua Milano, fosse assiduo lettore del Caffè „, 
affermò già lo Grnoii ^) ; e, quantunque non ne recasse alcuna 
prova di fatto, disse " non parergli possibile dubitarne „ . Il raf- 
fronto di questi due passi, al quale possiamo aggiungere un altro 
indizio, assai tenue, ma non trascurabile ^), conferma tale sup- 
posizione. Il che non è senza importanza, se .si abbia riguardo ad 
un altro fatto, rilevato dallo Gnoli; ad una continua rispondenza 
cioè d'argomenti e di idee, che intercede fra le odi del Parini e gli 
articoli del giornale milanese. Simile è il concetto fondamentale, 
al quale così i Socj dei Pugni come il Parini fanno servire l'opera 
loro ; la ricerca cioè di ogni cosa utile alla moralità, al sapere, al 
vivere sociale e privato, sia pure la più umile e la più negletta: e 
simile è più di un argomento. Mentre il Parini nella prima ode loda 
La vita rustica, il Visconti descrive in una lettera agli amici ìe De- 



') Opere, ed. cit., Frammento d' un sermone, voi. Ili, pp. 180-81. 
2) Art. cit, p. 421. 

^) È noto, come il Parini nei concieri inediti del suo poema, al v. 140 del 
Mattino 

€ Ove abbronzato | fuma et arde il legume, a te d'Aleppò ] giunto ecc., 

abbia sostituito l'altro: 

« Arde e fumica il grano a te d'Aleppo ecc. »; 

evidentemente per togliere l'errore d'aver fatto del caffè un legume. Sarà 
un caso, ma nella Storia naturale del Caffè (I, n. 1, p. li) P. Verri si era fatto 
premura di avvisare, « che il Caffè non è altrimenti una fava o un legume, 
« come 6i crede » 



Del « Caffè-», periodico milanese del secolo xvin 73 

lizie delia Campagna ; nella Salubrità dell'aria il poeta rappresenta, 
con tratti da verista anticipato, le sozzure che corrompono il clima 
milanese, già viziato da risaie, e gli stessi lamenti compaiono 
in due scritti del Visconti e di Alessandro; l'ode ^) suìV Impo- 
stura è architettata in modo molto simile al Tempio deW Igno- 
ranza di P. Verri ^); in quella le sferzate all'ipocrita Cluvieno, 
nel Caffè gli scritti di P. Verri contro i " polsisti „ ed i " pseu- 
domedici „ ^) ; suir innesto del Vaiuolo il Parini scrive un'ode, e 
Pietro l'ultimo discorso dell'anno secondo '^). Che cosa ci dicono 
tutte queste concordanze? 

A noi sembra, che nuli' altro possano né vogliano significare, 
se non una stessa cura delle cose locali, uno stesso desiderio di 
utili e assennate riforme, una stessa condanna di dannosi e igno- 
bili pregiudizj, una stessa filantropia: argomento di lode pei Verri, 
e di lode anche maggiore pel Parini, il quale vediamo ritrarre 
da artista ogni aspetto della vita, per umile che sia, e conciliare 
mirabilmente l'amore dell'utile e " il vanto di lusinghevol canto „, 
L' ode Della vita rustica infatti e quella Sulla salubrità dell'aria, 
la cui composizione cade all'incirca negli anni 1758 e '59, sono di 
troppo anteriori al Caffè, perchè si possano dire ispirate dalla 
lettura di questo; quella delV Innesto del Vaiuolo, scritta, come 
è noto, nel 1765 per lodare le esperienze del dott. Bicetti, è an- 
teriore anch'essa all'articolo, e composta per un'occasione certa. 
Per eguaglianza di studj e di aspirazioni si trovavano dunque a 
scrivere intorno allo stesso argomento discorsi ricchi di cose. 



') Nel Frammento sugli Odori (I, n. 4, pp. 29-35) A. scrive (p. 30): «do- 
« vunqiie io volga gli occhi nou veggo che latrine aperte, né si pensa a ripa- 
« rare la puzza che 

« Aequo pulsai pede pauperum tabernas 
« Règumque turres ». 

2) I, n. 2, pp. 21-23. 

3) I, n. 18, pp. 141-8 {La Medicina) e I, n. 31, pp. 248-49 {Dei lucri 
dei medici). 

*) II, n.' 34-38, pp. 252-85. 



74 L. Ferrari 

se non eleganti, i Socj dei Pugili, ed odi di classica forma e di 
concetto moderno l'ab. Parini; come per affinità di parentela e di 
amicizia questi e Pietro Verri cantavano, Tuno la nascita di Carlo 
Imbonati, l'altro la guarigione, e tutti e due la morte del Ba- 
lestrieri. 

Resta tuttavia 1' ode V Impostura, la quale offre veramente una 
certa rassomiglianza col discorso del V^erri, il Tempio dell' Igno- 
ranza ^), in qualche particolare^), e specialmente nel disegno; 
poiché nell'uno e nell'altro componimento lo scrittore, per de- 
scrivere la natura e gli effetti di un vizio e rappresentare gli usi 
e gli accorgimenti dei suoi seguaci, ricorre alla figurazione di un 
tempio, nel quale, intorno al simulacro di quel vizio deificato, si 
fingono raccolti in follagli adoratori. L'articolo del Caffè apparve nel 
2." numero della prima annata, cioè il 10 giugno 1764; mentre 
della data dell'ode pariniana nulla altro sappiamo, se non ciò che ne 
lasciò scritto il Gambarelli nel 1791: " recitata in una pubblica 
' adunanza dei Trasformati circa un trent'anni fa 3) „. G. Maz- 
zoni, rilevando acutamente le somiglianze che passano fra i due 
scritti, e trovando un'allusione al Parini in un poscritto all'arti- 
colo, che però, considerato unitamente al prologo, ci sembra privo di 
tale punta *), congetturò che l'ode del Parini fosse stata scritta ap- 



1) Caffè, I, n. 2, pp. 13-15 

2) Nel tratto ove è toccato dell'affollarsi della gente intorno alla statua 
della Dea e nella descrizione del simulacro. Nel Tempio dell' Ignoranza « stassi 
« la possente Dea rappresentata in una colossale statua di sughero, a cui 
« servono di base una prodigiosa mole di libri disposta in forma di cono»; 
in quello àtW Impostura il colosso, nel quale è rappresentato il nume in modo 
non meno strano e barocco, posa, come su propria base, sul « dosso del Vero- 
simile » . 

^) cit. dal Salveraglio, in Odi del Parini, ed. cit., p. 197. 

*) All'articolo del Caffè segue il poscritto seguente, segnato P. : «Se 
«l'armonia del verso servisse ad abbellire sì fatti pensieri, forse il numero 
« de' poeti non sarebbe sì grande, né la professione di poeta sì poco onore- 
« vole». Queste parole, nelle quali il Mazzoni scorse una punta al Parini, non 



Del « Caffè » , j^er iodico milanese del secolo xvni 75 

pena letto V articolo del giornale il Cciffè, cioè nel giugno 
1764 1). 

Senonchè fra il Tempio dell' Ignoranza e V Impostura pariniana 
le somiglianze non sono forse di tal fatta, da ammettere una 
reminiscenza. La personificazione di un ente astratto, la rappre- 
sentazione degli attributi, degli effetti, delle vicende di esso sotto 
forma di simbolo o di persona, e la descrizione del luogo, ove 
abita o è venerato, sono vecchj spedienti della poesia epico-narrativa 
italiana; già usati dall'Ariosto nella bellissima descrizione della 
casa del Silenzio, e trasmessi, a traverso gli esempj datine da 
stranieri, specialmente dal Voltaire e dal Pope nei loro famosi 
Templi del Gusto e della Fama, alla poesia narrativa settecentistica. 
Tali descrizioni sono frequentissime nei poemetti del Roberti 2), 



si riferiscono se non al prologo, premesso dallo stesa d Verri, al Tempio dell' Igno- 
ranza per serbare la fiazioae, che gli articoli del Caffè ripetessero discorsi 
fatti nella bottega di Demetrio. « Ebbirao nel Caffè, così scrive il Verri, gran 
« soggetto di ridere, e ce lo somministrò un magro Poetuzzo, il qual venne a 
« sfoderarci un Coronale di Sonetti Petrarcheschi tanto dolci, tanto armoniosi, 
« tanto esangui, e vuoti di pensieri, che avrebber fatta la lor comparsa na- 
« turale in una bottega di droghiere fra l'oppio, e il sugo de' papaveri. Son 
« già mille, e quasi ottocent' anni dacché al nostro buon amico Orazio non 
« piacevano veìsus inopes rerum nugaeque canorae, eppure certi poverelli si 
« provano anche al dì d'oggi di carpire la stima e l'onore de' loro cittadini 
« con canore inezie. Fatto sta che sbadigliammo tutti quanti ben bene al- 
« r onore, e gloria del Coronale, e per destarci dal sopore Petrarchesco in 
« cui eravamo, un tale si cavò di tasca un pezio di carta, e ci pregò di ascol- 
« tare un pezzo di sua Poesia in prvsa; essa ci piacque, la richiesi, la ot- 
« tenni; ed eccovi cosa contiene ». In questo esordio, come ci sembra, è un'al- 
lusione generale ai meschini verseggiatori del tempo, non un'offesa al Parinij 
al quale sconviene d'altra parte ciò che vi si dice del « Coronale di Sonetti 
Petrarcheschi », delli dolcezza ed armonia di essi, e così via. 

') L'Impostura Pariniana, in Vita Nuova, a. II (18jO), n. 5. 

2) Vedi nel poemetto ia Moda {Opere, ed. cit., voi. XI, e. I, ottava 31 
e segg.) la descrizione della casa della Moda. 



76 L. Ferrari 

del Bettinelli \), del Bondi ^), e di altri 2); e sono condotte se- 
condo un disegno, di cui il Tempio dell' I(j)ioranza non è che una 
copia ; come possiamo scorgere dal confronto, ad esempio colle de- 
scrizioni, che dei soggiorni di Cacoete, della Sofistica e della 
Pedanteria fece il Bettinelli nel suo poemetto delle Raccolte *) . 
Il Tempio dell'Ignoranza " trovasi in una spaziosissima valle 
" di cui il facile pendìo invita gli uomini a scendere fino alla fine „ ; 
e, non diversamente, alla casa della Pedanteria guidano " molti e 
larghi sentieri „ , e " agevole è l' entrata in quel ricetto ^) . "La 
" struttura del vasto tempio è gotica „ , cioè barbara e barocca, 
come la porta dell' abitazione della Pedanteria " gotico ha Y ai*co, 
" e tutto il marmo è finto „ *'). Nel Tempio dell'Ignoranza le pareti 
sono coperte di " stravaganti arnesi, manaje e lacci, eculei e tor- 
" ture d'ogni sorta „: e nella spelonca della Sofistica 

Tesi e couclusion veston le mura 
De l'araba magiou fumose e rotte"). 



*) Vedi nel Parnaso Veneziano la descrizione del tempio costruito da 
Apollo alla poesia nelle lagune (ottava 16 e segg), nelle Raccolte quelle delle 
case di Cacoete (e. I, ott.''^ 27 e segg ), della Solìstica (e. II, ott.'^ 34 e segg.), e 
della Pedanteria (e. Ili, ott.*» 8), e della sede del giuoco nel Giuoco delle Carte 
(e. II, ott « 18). 

') Il secondo cauto della Felicità del Bondi è tutto una enumerazione 
di vizj personificati, i quali abitano la casa dell' Errore (vedi Poemetti e Rime 
varie di Cu B. Venezia, Storti, 1778, p. 28 e segg.). 

3) Ricordiamo il poemetto intitolato la Gloria del co. Vincenzo Marenco, nel 
quale si descrive il tempio di questa, passandone in rassegna gl'illustri abitatori 
{Poemetti italiani, Torino, Società letteraria di Torino presso M. A. Morano, 
vv. 221-34), e il Tempio della Follia, poemetto del co. Ottavio Girolamini 
(Poemetti cit., VII, 121-61 ). 

■*) Le Raccolte canti IV al nobilissimo sig. Andrea Cornaro. In Venezia, 
1751: riprodotte nelle Ojyere (ed. Zatta, 1789-82 e Cesare, 1799-1800), a e, parte, 
a Milano (Gius. Marelli, 1752) e a Venezia (s. tip., 1758). 

^) Le Raccolte, e. Ili, ottava H. 

6) » » e. Ili, ott."^ 16. 

') » » e. II, ott.« 35. 



Del « Caffè >->, ^jer iodico milanese del secolo xviu 77 

Alla statua ilell' Ignoranza è base " una prodigiosa mole di libri „ . 
" Oh quanti, esclama P. Verri, oh quanti libri venerati da noi e 
" rilegati splendidamente nelle nostre Biblioteche servono ivi a 
" questo ministero! „. E anche nella dimora di Cacoete 

Ammonticchiati e posti lì alla cieca, 
Con sopravi di polve più d' un dito 
Bastanti ad una gran biblioteca 
V era di libri un numero infinito ') : 

opere di filosofi, trattatisti, grammatici, eruditi ^); come eruditi, 
grammatici, trattatistici, filosofi sono i settatori dell'Ignoranza, che 
P. Verri rinchiude in " una spaziosa caverna sotterranea „, aperta 
a pie dell' ara della dea. 

Ora, se neW Impostura pariniana compaiono alcuni particolari, 
che si ritrovano anche nel Tempio delV Ignoranza, è perciò detto 
che tali somiglianze siano da attribuirsi ad una reminiscenza del- 
l'articolo del Verri, o non piuttosto ad una ripetizione di luoghi 
comuni della poesia narrativa d'allora, dalla quale l'ode pariniana, 
come si conviene ad uno dei primi componimenti del nostro lirico, 
avrebbe derivato il motivo principale? 

Ma passiamo ad un altro e più acerbo oppositore del Caffè, amico 
dei Trasformati e perciò nemico dei Socj dei Pugni: Giuseppe Ba- 
retti. Da antica data il Baretti era amico dei milanesi; sin da 
quando, reduce da Venezia, ove era stato ascritto ai Granelleschi 
col nome di Severo fuggitivo^ capitò nel 1740 ^) a Milano, ed ebbe 
accesso alle conversazioni in casa Bicetti. In mezzo a quell'accolta 
di letterati tutti dediti alle poesie d'occasione il Baretti che do- 



*) Le Raccolte, e. I, ott.=' 31. 

•^) » » e. I, ott.« 33-34. 

3J Sulle relazioni del Baretti coi Trasformati vedi Custodi, Nuove Me- 
morie (Idia vita di G. Baretti, premesse agli Scritti scelti inediti o rari di G. 
Baretti, Milano, G. B. Bianchi, 1822 (I, p. 57 e segg.) ; e Cardccci, L'Acca- 
demia dei Trasformati e Giuseppe Parmi, in iV", ^n^,l" maggio 1891, pp. 5-8. 



78 Li. Ferrm'i 

veva fare? Mise insieme anch' egli una raccolta per la nascita del- 
l' arciduca d'Austria, che fu poi Giuseppe II, alla quale coopera- 
rono molti dei futuri Trasformati ^); e nei tre anni che si trattenne 
a Milano, attese alle traduzioni in versi sciolti dei Kimed} d' Amore 
e del De Arti amandi di Ovidio ^). Cominciava col razzolar male: a 
predicar bene aveva ancora tempo. 

Stabilitosi a Cuneo, di là fino alla sua partenza per l'Inghil- 
terra (1751), egli mantenne viva corrispondenza cogli amici mila- 
nesi, specialmente con casa Bicetti ^); prese parte alle raccolte fatte 
da essi '^), e appunto a causa di una di queste {le Lagrime in morte 
di un gatto), per aver persuaso il Balestrieri a non ammettervi 
" un ladrissimo sonetto „ del dott. Biagio Schiavo, si procurò la 
nota contesa. L'amicizia continuò anche durante il suo soggiorno 
in Inghilterra, quantunque in quegli anni il Baretti deponesse a 
grado a grado molte delle opinioni condivise coi Trasformati, 
come la predilezione del genere bernesco e l'amore delle raccolte: 
e durò il carteggio; per modo che, quando, di ritorno dall'Inghil- 
terra, egli cercava ove allogarsi, gli amici di Milano lo chia- 
marono tra loro nella fiducia di procurargli un impiego presso 
il Firmian, giunto da Vienna nel giugno del 1758 in fama di 
protettore dei letterati. È noto come queste speranze non si com- 
pissero, e come il Baretti, costretto a cessare la stampa delle Lettere 
familiari ai fratelli per puntigli del ministro di Portogallo, si 
rifugiasse a Venezia, dove, stretto dal bisogno, prese a pubblicare 



*) Orazione e Poesie recitate in una pubblica Radunanza in Milano per 
lo faustissimo nascimento dell'Arciduca d'Austria. la Milano, s. d. t. 

') Vedi Piccioni, Il Baretti traduttore, in Studi e ricerche intorno a Giu- 
seppe Baretti, Livorno, Giusti, 1899, p. 89. 

3) Scr. scelti, ed. cit., II, pp. 7-18. 

*) Vedi il Catalogo delle Opere di G. B. in Scr. se. cit., I, p. 16. Del Baretti 
sono cinque sonetti e una nenia a pag. 2 e pp. 192-7 delle Lagrime in morte 
d'un Gatto (Milano, Gius. Marelli, 1741) e una canzone a pag. 36 della Eaccolta 
pubblicata dal dott. A. T. Villa per le nozze di Donna Laura Giulini con Don 
A. Giuseppe Tomielli conte di Loyolo (Milano, 1746). 



Del « Caffè», lìer iodico milanese del secolo xvni 79 

la Frusta. In quell'occasione i Trasformati non gli furono avari 
di incoraggiamenti e di aiuti. A lui il Carcano inviava la Lettera 
di Fille dal biondo crine ^), che Aristarco pubblicava nella Frusta ^; 
e il Balestrieri alcune sue Capricciose stanze ^): e a lui ugualmente 
gli Accademici milanesi fecero pervenire gli almanacchi del Verri 
e il giornale dei loro nemici, perchè ne facesse degna recensione. 
Contro il Verri il Baretti aveva forse particolari motivi di 
antipatia e di disgusto; ma le dottrine del nuovo periodico per se 
sole erano tali da commuovere potentemente la sua bile e sugge- 
rirgli alcune delle sue bizzarre e piacevoli invettive. Chi parlava 
di rinunzia alla pura favella, chi non aveva parole di lode, se non 
pegli stranieri e j)el secolo di Luigi XIV, e adorava i filosofi francesi 
ed il Voltaire, chi esaltava PAIgarotti e il Bettinelli, e sopratutto 
chi scriveva come scrivevano i Verri e i loro compagni, doveva 
apparire degnissimo della sferza, ad Aristarco che, senza essere un 
bigotto della Crusca, era però un devoto della forma, ed univa 
l'orrore delle nuove dottrine irreligiose e rivoluzionarie al culto 
delle nostre tradizioni letterarie. E le frustate non mancarono; 
e furono sonore. La Frusta durava dal 1° ottobre 1763, quando, 
per istigazione di Carlo Gozzi specialmente e dell'Accademia dei 
Graìielleschi '^) , il Baretti fu indotto ad assalire il Goldoni; e prese 
a scrivere i noti articoli contro il commediografo veneziano, che 
sono e resteranno sempre una vergognosa taccia pel critico pie- 
montese. Il 1° art., che trattava della commedia il Teatro comico, 
compariva nel n. 12, il 2° sulla Bottega del Caffè nel n. 14, il 3° 
sulla Pamela nubile nel n. 17 ^), Ai violenti attacchi del Baretti 



^) Baretti, Scr. se. cit, II, 38. 

2) Frusta, I, n. 10, pp. 243-4. 

3) Fnista, II, n. 21, pp. 123-29. 

*) Vedi G. Sanesi, Baretti e Goldoni, in Rassegna nazionale., fase. 16, febbr. 

1893, p. 669. 

5) N. 12 (15 marzo 17G4), ed. cit., I, 243-55, n. 14 (15 aprile 1764), I, 287-96, 

n. 17 (1« giugao 1764), II, 25-35. 



80 L. Ferrari 

il Goldoni lontano, né si adirò ^), né rispose; ma non mancò chi 
volle rintuzzare la petulanza di Aristarco, tra gli altri P. Verri, che 
già altra volta aveva sostenuta la causa del Goldoni, e questa 
l'assmise con tanto maggior impegno, perché, sotto specie di difen- 
dere il giusto, sperava veiidicare sé stesso. Aristarco infatti, " per 
" compiacere a certa persona, piuttosto che per voglia „ , nel mede- 
simo numero che conteneva il terzo articolo sul Goldoni, aveva par- 
lato di un almanacco satirico del Verri come " di cosa affatto misera 
" e spregevolissima „, chiamando l'autore " uno di quei scioperati, 
" che vogliono scrivere ad onta della natura, da cui furono formati, 
" perchè consumino pane^ e non perchè scrivano „ ^). Nessuna mi- 
gliore occasione per prendersi una rivincita sul Baretti, che combat- 
terlo nelle critiche fatte al Goldoni; e queste appunto ribatteva P. 
Verri, senza pronunziare il nome del Baretti, in un articolo, intitolato 
La Commedia ^). Lo stesso giorno, in cui il Caffè usciva con questo 
scritto, la Frusta recava il seguente annunzio ^): "^ Aristarco prega 
" il suo amico di Milano a non gli mandare gli ulteriori fogli del 



*) « Io sono c[iiello che sono », scriveva all' Albergati il 16 aprilo 1764. 
« Vaglio quello che vaglio. Buono, cattivo o mediocre eh' io sia, il Baretti 
<i non può darmi né togliermi nulla » [Lettere del Goldoni cit., p. 249). « Tutt'al 
«più», soggiungeva il 28 maggio 1764 allo stesso, «se fossi stato in Italia, 
« avrei provato a metter in commedia il Baretti » (Misi, Fr. Albergati, la vita 
e i tempi e gli amici, Bologna, Zanichelli, 1878, p. 157) 

«) Frusta, TI, 40. 

3) Caffè, n. 4-5 (1° luglio e 10 luglio 1764), I, pp. 38-41. Se tutte le ottanta 
e più commedie dell'avv. Goldoni, dice il Verri, non sono pregevolissime, « in 
«tutte però è posto un fondo di virtù vera, d'umanità, di benevolenza, d'amor 
« del dovere »: tutte sono tali da piacere all'universale. Ora « gli uomini, di let- 
« tere e i filosofi veramente tali sono giunti a scoprire questa grande verità, 
«che le regole e le leggi d'ogni cosa dipendente dal sentimento sono stabilite 
«unicamente, perchè sono credute necessarie per produrre l'effetto a cui si de- 
« stina l'opera qualunque ella sia; in conseguenza, qualora l'opera ottiene il 
«suo effetto, in vece di trovarla cattiva per le regole che vi si trasgrediscono, 
« ragion vuole che si trovino tante regole inutili quanto sono le trasgredite ». 

*) N. 19 (lo luglio 1764), II, p. 89. 



Del « Caffè»^ periodico milanese del secolo xvm 81 

" Caffè, perchè quel pi*imo è una delle più magre buffonerie che si 
" possano leggere. Se l'autore di tale opera non sa terminare nep- 
* pur il primo foglio senza ricopiare la storia del caffè dalle Me- 
" morie dell' Acc. reale delle Scienze di Parigi, sta fresco davvero. 
" Chi vuole intraprendere di questa sorte di opere bisogna che abbia 
" un ampio capitale di sapere, d' ingegno e di giudizio, e Fautore 
" del Caffè non ha alcuna di queste cose, neppure in grado me- 
" di ocre „. 

La guerra era dichiarata da ambe le parti, e continuò con una 
serie di scaramuccie. Alle accuse di plagio il Caffè rispondeva 
difendendosi ^), e alle ingiurìe contrapponeva ironiche discolpe e 
proteste di rispetto nel Memoriale ad un rispettatissimo nostro mae- 
stro 2). Né da parte sua Aristarco tacque all'articolo Sulla Commedia. 
Non solo l'amico milanese, che egli pregava a non mandai-gli più 
i numeri del Caffè, e che era D. Francesco Carcano, non aveva 
obbedito ^) ; ma altri ancora aveva fornito materia all'ira del Baretti : 
ed era uno dei fermieri, ai quali P. Verri aveva mossa guerra 
nel principio del 1764 col Bilancio del commercio dello Stato di Mi- 
lano, il Greppi, di cui l'autore della Frusta era da lungo tempo 
amico. Per raccomandazione del Tanzi il Greppi aveva ospitato il Ba- 
retti a Mantova nell'inverno 1760-61 ^), e, quando egli fu costretto 
a lasciar Milano, gli era stato nuovamente largo di aiuti, pei quali 



*) I, n. 11, p. 94. 

2) I, n. 12 (20 sett. 1764), pp. 99-101. 

^) Vedi le lettere del Baretti a Francesco Carcano 16 giugno, 7 luglio e 20 
ottobre 1764, in Lettere e frammenti mediti 6ìq\ Baretti (Piccioni, Shtdi e ri- 
cerche cit. pp. 448-51). Nella lett. 7 luglio il Baretti scrive all'amico: «Del 
« Caffè non mi mandate altri fogli, che non monta il pregio il leggerli. Ve 
« lo dico anche in istampa nel N. XIX. Mi pare che sia il conte Verri Tau- 
« tore di quel Gaffe ». E nella seguente invece scrive allo stesso ( 20 ott. ) : 
« Avrò cari quei fogli del Caffè. Né il conte Verri né altri non fanno paura » : 
parole che fanno sospettare fortemente di nuove istigazioni. 

■*) Arch. stor. lomh, 18, 1886. Lettere inedite di G. Baretti «(? Ant. 
Greppi, pubb. da Achille Neri, lett. 27 marzo 1762, p. 645. 

B. Se. Nomi, fl 



82 L' Ferrari 

il critico piemontese attestavagli gratitudine eterna ^). I Fermieri 
avevano combattuto, è vero, il Bilancio e colla confutazione del 
march. Carpani e con sonetti e col Bilancio del senat. Muttoni ^) ; 
ma un buon paio di frustate di Aristarco non erano da disprez- 
zare, e il Greppi inviava al Baretti il Bilancio del Commercio, per- 
chè ne parlasse nel suo giornale 3), Nel n. 21 (1° agosto) della Frusta 
usciva infatti una recensione del Bilancio, nella quale non si rispar- 
miavano beffe air * anonimo sacciutello „ ; che co' suoi " calcoli 
bestiali „ aveva scoperto, che lo stato di Milano aveva avuto un 
commercio passivo di dieci milioni circa di lire milanesi Tanno " per 
" lo spazio di questi ultimi vent' anni *) „. L' articolo finiva consi- 
gliando l'autore del libro " (s'egli è giovane, come ho ragione di 
" sospettare) a studiare tuttavia V Aìmahle Vainqueur o qualche 
" altra danza francese, e a rinunziar per sempre alla filosofia, 
" avendo avuto dalla natura un buon paio di calcagna da ballerino, 
" e non una testa da politico e da filosofo „ ^). 

Questa per conto del Greppi; per conto proprio poi il Baretti 
applicava al Verri una frustata anche più sonora nel riprendere 
le critiche al Goldoni (n. 22, 15 ag. 1764 ^) ). Nell'esame della Pa- 

i) Lett. 15 nov. 1762, p. 651. «Il mio caro sig. Antonio», scrivevagli il 
Baretti, «il mio cordiale, il mio generoso, il mio magnanimo sig. Antonio 
«che ha fatto tanto, e che ha procurato di far tanto per me, che bisogne- 
« rehbe eh' io fossi il più insipito e il più mostruoso uomo del mondo a non 
« essergli legato con eterna catena di tenerezza e di gratitudine ». Lo stesso 
ripete nella successiva del 29 genn. 1763 (p. 653). 

«) Vrrri, Scr. in. cit., I, 178-9. 

3) Vedi lett. 21 luglio 1764, p. 659, e 2 agosto 1764, p 6.58. Che i Fermieri 
aizzarono il Baretti contro di sé sapeva il Verri, e lasciò scritto nelle sue lettere 
{Scr. in., I, 178. IV, 11, 144). 

*) Frusta, II, 130. I Fermieri al bilancio del Verri avevano opposto quello 
del Muttoni, secondo il quale ogni anno erano invece 11 milioni di avanzo: 
ambedue inesatti, poiché un terzo bilancio, compilato nel 1765, «per superiore 
comando », dal Verri e dal ilaraviglia sui dati ufficiali dette un passivo di un 
milione e mezzo. 

5) Frusta, II, 131. 

6) Frusta, II, 135-144. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xviu 83 

mela maritata egli trovava modo di introdurre una invettiva pia- 
cevolissima contro quello " spietato ammiratore e panegirista „ del 
Goldoni, ch'era "il nuovo filosofo di Milano,,, che sa rinunziare 
alla Crusca ed ha "intenzione e modo d'italianizzare parole fran- 
" cesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, e schiavone per ren- 
" dere le sue idee meglio. Renderle „, soggiungeva, " per di sopra 
" per di sotto? Eh signor Pamela maschio, vi vuol altro che 

* un nano come sei tu, per aggiungere all'altezza di scrittore pe- 
" riodico; vi vuol altro che i tuoi bilanci, e i tuoi Zoroastri, e i 
" tuoi Caffè, e il tuo cianciar di pittura, di musica, e di poesia e 
" di commercio, e d'arti e di manifatture, rubacchiando tutti gli 
" autori francesi che tu leggi; vi vuol altro che abbandonarti al 
" sentimento, chiamar pedanti, e ignoranti arditi que' che ti possono 
" ancora condurre a scuola cento anni! Vendica l'amore de' tuoi 
" probocomici a tua posta, caro il mio bellimbusto, ma lasciati o 
' colle buone o colle cattive porre sulla dritta strada, e china ri- 
" spettosamente quella tua testa piena di farfalle dinanzi a chi ti 
" vince troppo in virtù ed in sapere lascia far il critico e il 

* filosofo a chi lo sa fare, altrimenti io ti renderò tanto ridicolo, 
" che ti farò da buon senno maledire chi ti ha insegnato a cono- 
" scere le lettere dell'alfabeto, che molto meglio per te sarebbe, se 

* non le avessi mai conosciute „ ^). 

La minaccia non ebbe effetto, perchè la Frusta fu sospesa 
prima che vi trovasse luogo la " scardassatura , promessa al 
giornale milanese ^) : ed il Caffè alla nuova sciacquata di capo ri- 
spose indirettamente e in termini assai moderati ^), quando il gior- 
nale di Aristarco aveva cessato le sue pubblicazioni. E tutto appa- 



*) Frusta, II, 140-41. 

*) Un articolo intero contro il Caffè era già approntato e doveva apparire 
nel numero IP dell'anno 1765 (XXVP della Frusta): vedi lett.* del Baretti 
a G. B. Cbiaramonti 29 die. 1764, pubblicata da L. Piccioni, G. Baretti e 
G. B. Chiar amonti, in Studi e Ricerche cit., p. 323. 

') Nell'art di P. Verri, I tre seccatori, n 30, pp. 240-41. 



84 L. Ferrari 

rentemente fu finito. Ma rimase nell'animo dei due contendenti tale 
un livore, da serbar l'odio per tutta la vita e manifestarlo l'un contro 
l'altro ad ogni più piccola occasione. Nel Baretti specialmente lo 
sdegno fu così costante e profondo, che, come narra il Custodi ^), 
" sempre, e perfino negli ultimi anni della sua vita, non potea parlare 
" di tale oggetto, anche nell'intimità dell'amicizia, che colla più 
" viva commozione e col più pronunciato risentimento „. Dopo la 
pubblicazione della Frusta egli era uscito, è vero, dalla via, che, ad 
onta del progresso compiuto dalle lettere, si ostinavano a seguire 
i più degli Qx.- Trasformati, ed aveva proceduto così arditamente, 
che gli antichi amici, come avvenne ad es. pel suo Discorso nello 
Shakespeare, non riuscivano più né ad accordarsi con lui né a com- 
prenderlo ^). Tuttavia il Baretti, che ora non esitava a chiamare 
cattive le poesie piacevoli e le raccolte dei Trasformati, " perchè 
" in poesia secondo me tutto il mediocre è cattivo „ ^), aveva man^ 
tenuta ad essi fedele amicizia, e cordiale inimicizia ai nemici 
loro. Nelle lettere ai milanesi , che lo tenevano informato 
delle novità cittadine, continuò a chiamare Pietro Verri, an- 
che quando " era portato dalla goffa sorte sul più alto pinna- 
" colo, una bestia piena di albagia come d'ignoranza „ '^), e " uno 
" scioccone senza ingegno „ ^); e seguitò a dir male di tutti i libri 
del Beccaria, che il Carcano gli regalava ^). Non solo; ma in ogni 
opera che stampava non dimenticò un accenno ai Socj dei Pugni; 



*) Baretti, Scr. se. cit., I, p. 113. 

«) Vedi lett. a Fr. Carcano 12 agosto 1778, Scr. se, II, 295. 

3) Lettera a D. Frane. Carcano 25 genn. 1771, Scr. se. cit., II, 213. Al- 
trove (II, 325) diceva, che il troppo leggere il Passeroni aveva guastato il 
Balestrieri, il Carcano e molti altri; «perchè la poesia non debb' esser fatta 
« così alla presta, così alla disperata » 

*) Baretti, Scr. se., II, 296. 

5) Ibidem, II, 32. 

6) Il Baretti chiamava (lì, 189), non senza ragione, il libro Dei delitti e delle 
pene « una cosaccia scritta molto bastardamente »: e dell'opera Dello Stile dava 
il seguente giudizio: « Ho veduto a' dì passati un libro del Beccaria, che ci 



Del « Caffè » , jjeriodico milanese del secolo xYin 85 

non nel Discorso sopra lo Shakespeare ^), ne in quella scelta di let- 
tei-e pubblicate a Londra ad uso degli studiosi di lingua italiana 2), 
e neppure nella difesa degli Italiani ^), quando cercò coprire di un 
pietoso velo i mali della patria e dimenticare le ire private di fronte 
alle offese straniere. 

Da parte sua il Verri accomunava il Baretti " coi Fachinei 
" e simili scarafaggi „^), ne tralasciava di chiedere al fratello Ales- 
sandro, quando si recò a Londra nell'inverno 1766-67, del " signor 
" Scannabue nobilissimo „ ^). E Alessandro rispondeva: " il nostro 
" caro Baretti è qui insieme di (sic) tant'altra canaglia che disonora 
" la nostra nazione „®). Senonchè, se gli scrittori del Caffè non si 



« vuole insegnare a scrivere con buono stile senza saper egli stesso un'acca né 
« di stile né di lingua. Il pover uomo s'è lambiccato il cervello per esprimersi in 
« modo da non essere inteso, se non forse da quell'altro cervello bujo del co. 
«Verri» (II, 208, lettera a Fr. Carcano 19 genn. 1771). 

*) Vedi il passo citato dal Ccstodi, Memorie cit., I, p. 112. 

2) È la quarta di quelle ripubblicate dal Morandi {Voltaire contro Shake- 
speare e Baretti contro Voltaire, Roma, Sommaruga, 1882, pp. 179-85); e si finge 
scritta da Gfius. Visconti a Sebastiano Franci, due della società del Caffè. In 
questa lettera il Baretti, venti anni dopo la contesa del Branda e più di tre- 
dici dopo la pubblicazione del Caffè, si prende beffe dei nemici maggiori dei 
Trasformati, il p. Onofrio Branda e Pietro Verri, l'uno « cruscaio » e l'altro « anti- 
« cruscaio », dei quali fa una pittura piacevolissima. Il Verri è rappresentato « iu 
« quella bottega male scopata di messer Demetrio », mentre nomina « il Dit- 
« tamondo insieme con molt' altri Toscani, a' quali cento scrittori milanesi hanno 
« dato cento volte il gambetto », e dice « agli attenti circostanti, come nello 
« scrivere i nostri libri non importa le nostre parole s'abbiano un ette di più, 
« un elle o un eife di meno del bisogno », e altre simili asinerie. « Il conte 
« Pietro Verri non ne dice una mai, a cui il conte Alessandro Verri, suo fra- 
« tellino mosciolino piccin piccino, non faccia subito eco, e non la pigli su con 
< due dita, e non la mostri come si mostrerebbe una delle perle di Cleopatra ». 

^) Gli Italiani o sia Relaz. derfli usi e costumi d'Italia, Milano, Pirotta, 
1818, p. 42. 

•») Verri, Scr. in., II, 120. 

5) Verri, Scr. in., II, .21. 

«) Verri, Scr. in., II, 83. 



86 L- Ferrari 

dimenticarono così facilmente di Aristarco, finirono assai presto 
di parlare di lui. Altre cure più gravi occupavano Pietro ; e l'Ales- 
sandro Verri di Roma non era più quello di Milano. 

Un altro tenace difensore delle tradizioni cinquecentistiche e 
trecentistiche, e propugnatore dell'italianità dei generi e dello 
stile, dementino Vannetti, volle fare, come sembra, una rivendi- 
cazione postuma dei nostri classici vilipesi e della lingua vituperata 
dai Socj dei Pugni in uno dei suoi dialoghi, intitolato: La scuola 
del buoti gusto nella bottega del Caffè ^). Personaggi sono l'ab. Buon- 
naso, l'Eremita (che è il Vannetti), Fabrizio padrone della bottega, 
e il co. Russone; che ha bensì dei tratti comuni col Verri, come 
quello di gridare : " l'onore d'una nazione consiste nell' industria 
" e nel commercio, non in queste bazzecole ^) „ [i libri], ma nel re- 
stante è uomo quasi illetterato, non un filosofastro alla francese. 
Si legge e si commenta burlevolmente dalla compagnia un libro 
intitolato: La crisi benefica del Gusto ovvero Dettagli e quadri d'' elo- 
quenza e poesia per gli Italiani del secolo iUuminato, i cui principi 
fondamentali si avvicinano d'assai alle massime divulgate dalla 
scuola milanese. Basti ricordare i sommarj, del capitolo 2°: * Le 
" parole non sono che segni di convenzione a spiegar le idee. 
" Dunque l'eleganza è una chimera fuor di moda^) „, e del capi- 
tolo 4° : " Essendo l' eloquenza e la poesia egualmente figlie delle 
" passioni, e trovandosi queste nel cuor d'ogni uomo, si rende su- 



*) I Dialoghi del Vannetti furono editi dapprima in dodici almanacchi 
annuali, che si stamparono a Rovereto dal 1783 in poi. Quello, di cui trat- 
tiamo, è il 5<> dell'ed. di Venezia (Opere italiane e latine del cav. Cl. Van- 
netti, Alvisopoli, 1826-31, voi. I, pp. 53-74): sicché sembra doversi assegnare 
all'anno 1787. Ma forse l'ordine dei dialoghi fu mutato nella edizione delle opere 
complete. Se il dialogo infatti fosse da riportarsi al '90 o ad anni successivi, 
potremmo metterlo in relazione con ciò, che ci dicono due lettere del Vannetti 
al pr. Fontana; in una delle quali il Vannetti chiede una copia del Caffè 
(9 genn. 1790, in Lettere inedite d' ili. it., ed. cit., p. 464), e nell'altra (3 marzo 
1790, p. 465) ringrazia dell'invio del giornale. 

2) Opere cit., I, p. 55. 

') Opere cit., I, p. 56. 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvni 87 

" perfluo il ricorrere ai modelli consecrati dal tempo. Danni perciò 
" dell'imitazione, inutilità dei precetti, e bando necessario di tutti 
" gli antichi autori, che sono i tiranni dell'ingegno ^) „. La satira 
è acuta, ma priva di quella vivacità, che viene dall'ispirazione del 
momento, e di quel calore, che nasce, per così dire, dall'attrito 
delle circostanze presenti. 

Finora del Caffè abbiamo visto i nemici e i detrattori; dobbiamo 
adesso vederne i lodatori e i fautori. E questi troveremo non in 
Italia soltanto, ma ancora in paesi stranieri; il che contraddice 
l'affermazione di molti, che il Caffè fosse disconosciuto dai suoi 
contemporanei. Il periodico ebbe quella diffusione che poteva, 
in quei tempi in che, a confessione del Baretti stesso, a Roma gli 
associati della Frusta ^) erano sol tre, ed a Firenze e a Napoli 
pochissimi i lettori : ma visse più dell' Osservatore e più della Fru- 
sta, e cessò le sue pubblicazioni, non già come affermò il Cantù, 
" per mancanza di lettori „ ^); ma per la dipartita di Alessandro 
Verri e del Beccaria. 

Il giornalismo letterario fece al Caffè assai benevola acco- 
glienza. La Minerva a sia Giornale dei letterati d'Italia, che si 
stampava a Venezia dal 1762 al '67 per opera del p. Angelo 
Calogerà e dell'abate .Jacopo Rebellini *) {VAdelasto Anascalio no- 
minato dal Baretti insieme con Pietro Verri tra gli " invincibili 
ignoranti „ difensori del Goldoni ^)), faceva gli elogj del Caffè e ne 



*) p. 57. E del capo 3" la tesi è questa (pp. 56-7): « II linguaggio degli 
«affetti è il medesimo in tutti i popoli, ed è una pedanteria la distinzione 
« fra '1 genio grammaticale e '1 gonio rettorico d' un idioma. Dunque libertà 
€ di voci e di sintassi straniera in ogni idioma ». 

«) I, p. 137. 

3) Il Parini e la Lombardia ecc., ed. cit. p. 209. 

*) Piccioni, Op. cit., p. 103. Per notizie particolareggiate sul Calogerà e 
sul Rebellini vedi Piccioni, Studi e ricerche intorno a Giuseppe Baretti cit., 
pp. 270-7. Nella stessa opera (p. 280 e segg.) sono ampi ragguagli sulle con- 
tese che il Baretti ebbe col Rebellini o colla Minerva. 

5) Frusta, II, 135. 



88 L. Ferrari 

prendeva le difese contro Aristarco, cui rinfacciava " d'essersi espo- 
* sto, parlandone con disprezzo sopra il primo foglio, a comparire 
" o di non intendere^ o d'esser portato alla maldicenza, o d'aver qual- 
" che passione contro i rispettabili autori di quel foglio, nato dall'u- 
" nione di alcuni valentuomini „ ^). A Venezia pure un altro periodico, 
il Corriere letterario (sorto il 13 die. 1765 e che durò un anno solo 2) ), 
ripubblicava molti degli articoli del Caffè accanto a discorsi tolti 
dall' Enciclopedia francese e dalle Novelle letterarie di Firenze. 

In Francia la Gazette littéraire, che si pubblicava dall' Arnaud 
e dal Suard, non solo dette relazione delle opere filosofiche dei 
SocJ dei Pugni, per es. delle Meditazioni sulla felicità ò\ Pietro Verri 3), 
ma nell'S" volume ^) riportò tradotti alcuni pochi discorsi del 
Caffè. Altri, come lo scritto di Alessandro sui Difetti della letteratura 
italiana^ il Suard trasportò in francese ed inserì in quella raccolta 
di articoli suoi, dell'ab. Arnaud, del Devaisne e d'altri, che pubblicò 
nel 1768 sotto il titolo di Variétés littéraires ^). In Germania la 
Gazzetta letteraria di Gottinga nel n. 126-28 (ott, 1766) aveva per la 
prima annata del Caffè parole di elogio ^): e, come ci informa l'Ugo- 
ni "'), ventitre discorsi del Caffè erano tradotti in tedesco e stampati 
in Zurigo. D'oltre Alpi vennero pure gli incoraggiamenti dell' Hol- 
bach, del Morellet e del D'Alembert, coi quali i Socj dei Pugni 
avevano stretta amicizia e iniziata corrispondenza per mezzo del 
Frisi al tempo del viaggio del Morellet e del duca de la Roche- 
foucauld a Milano *) ; e dalle Alpi scese la lode del Voltaire, dit- 



*) N. 31 del 1764 : anche nei n. 36 e 41 si combatte in prò del Caffè. 

^) Piccioni, Op. cit., p. 166. 

3) Scr. in., II. Questa recensione fu fatta dal p. Jacquier, professore di 
matematiche nel collegio romano e corrispondente della Gazette dall' Italia. 

'») Scr. in., II, 164, I, 264. 

5) Variétés littéraires, t. Ili, p. 332, sotto il titolo di Réflexiotis sur l'esprit 
de la littérature italienne. 

«) Verri, Scr. in., II, 199. 

') Ed. 1821, voi. n, p. 273. 

8) Veeri, Scr. in., U, 10 e 35. 



Del « Caffè», lìeriodico milanese del secolo xvin 89 

tatore della letteratura cosmopolita: " Fècole de Milan fait des 
grands progrés „ ^). 

In Italia primo ad applaudire ai novatori fu il p. Saverio Betti- 
nelli, lodato a più riprese nel Caffè, come pochi autori italiani ^). 
Al tempo della pubblicazione di questo giornale il Bettinelli at- 
traversava uno dei momenti più difficili della sua vita: duravano 
tuttora le polemiche e lo scandalo sollevato dalle Lettere virgiliane 
e le dicerie ed i sospetti pel recente suo viaggio in Francia, per 
la visita fatta al Voltaire e per le occupazioni e le amicizie cor- 
tigiane, strette durante il soggiorno al collegio dei nobili di Parma, 
che egli aveva dovuto mutare colla solitudine claustrale del casino 
di esercizj di Avesa, presso Verona. Avversato e combattuto co- 
m'era da ogni parte, e incapace a continuare da solo la lotta 
iniziata colle Lettere virgiliane ^), il Bettinelli non potè non ralle- 
grarsi vedendo continuata dai giovani lombardi quell'opera di cri- 
tica discussione, di cui egli aveva dato esempio, e sperò trovare 
in loro un appoggio. Scrisse adunque al Beccaria, ch'egli aveva 
conosciuto in collegio a Parma, per porgergli " una sincera con- 
" gi-atulazione sopra i fogli del Caffè e insieme un ringraziamento 
" per l'onorata menzione che in un foglio si fa delle Lettere di 
" Virgilio „ . Intanto egli coglieva l'occasione di offrire " per certa 
" prova della sua riconoscenza, anzi pure di nuovo coraggio ispi- 
" ratomi da quei fogli, qualche coserella propria dell' intento del 
" periodico e degli scrittori „ . La proposta di collaborazione fu 
accettata*): e il Bettinelli prometteva pel Caffè l'apologia delle 



1) Verri, Scr. in., II, 209. 

2) A. Verri nel discorso citato Dei difetti della Letteratura e di alcune 
loro ragioni (p. 99) loda le Lettere virgiliane al pari del Parallelo degli an- 
tichi co' moderni del sig. di PerrauU, come « opere veramente pregevolissime e 
scritte con ima illuminata libertà ». 

=") Lett. del Bett. al Beccaria, 10 ag. 1765, riferita dal Cantù, Beccaria ecc., 
pp. 181-82. 

*) Lettere d' ili. it. ecc., ed. cit., p. 34, lett. del Bett. a P. Verri, 6 die, 
1766. 



90 L. Ferrari 

Lettere virgiliane e il secondo codice dei novatori, le Lettere Inglesi. 
" Una canna di piti all' organo che fa roraore in favore del buon 
" senso da introdursi nelle nostre contrade ,, scriveva Pietro Verri 
al fratello ^). 

Per tal modo, una viva amicizia si stringeva fra l'abate e Pietro 
Verri e il Beccaria, tenuta desta da frequente corrispondenza. Il 
Verri e il Bettinelli si confortavano a vicenda a proseguire sulla 
via impresa animosainente. Padre Saverio chiamava i Socj dei 
Pugni " i suoi migliori amici, suoi fratelli „ ^), si augurava di poter 
insieme concorrere a * toglier quelle molte che ancora nianent ve- 
" stigia ruris , ; e fissava " un pellegrinaggio a Milano per la 
" prossima estate „ ^). Le Lettere Liglesi, condotte a fine troppo 
tardi, non poterono inserirsi nel Caffè, che aveva cessato frat- 
tanto di uscire; ed apparvero invece a Venezia in una ristampa 
degli sciolti e delle Virgiliane ^). In compenso, in un nuovo gior- 
nale milanese VEstratto della Letteratura Europea, nel quale ve- 
dremo arer parte alcuni fra i Socj dei Pugni, il Verri faceva 
un' ampia recensione di quest'opera così salutare per la lettera- 
tura, ripetendo e confermando i giudizi irriverenti pronunziati dal 
Bettinelli contro i classici nostri, e spingendo anche più oltre 
le audaci afl^ermazioni del Gesuita.^). Poco dopo la pubblicazione 



i) Sa: in., I, 347. 

^) Lettere d' ili. ecc., Lettera cit., p. 34, 

3) Ibidem, Lettera a P. Verri, 31 gennaio 1767, p. 36. 

■*) Venezia, Pasquali, 1766. 

^) Vedi Estratto della letteratura enroi^ea "per Vanno 1767, t. 2», Yverdon, 
estr. 2°: continua in Estratto ecc. per V anno 1767, t. 3°, estr. 11« e in Estratto 
per l'anno 1768, t. 1", estr. 1°. Il Verri chiama l'opera del Bettinelli «uno 
« dei pochi libri che possiamo presentare agli oltremontaui per discolparci 
« dall'accusa d'esser sempre mediocri e imitatori nelle Belle lettere » (t. I, p. 30); 
e si ripromette, che se esso sarà « tanto letto e conosciuto, quanto ei merita di 

« esserlo, colla generazione presente sarà perfettamente distrutto anche in 

€ Italia il regno dell'impostura nella liberissima repubblica delle lettere». 
{Estratto ecc. 1768, t. I, p. 15). Il Verri ribadisce il giudizio, che di Dante 



Del « Caffè-», periodico milanese del secolo xnn 91 

delle Lettere Inr/Jesi, nell'estate del '67, il Bettinelli faceva il 
viaggio progettato a Milano. Pei nuovi insulti a Dante e per le 
nuove eresie letterarie i guaj erano cresciuti al gesuita. Da Ve- 
rona, ove abitava, il Torelli aveva scherzato in un opuscolo sulla 
conoscenza del cuore femminile e sulla galanteria, dimostrate dal 
mantovano nelle Lettere a dame; ed aggiungendo sarcastici com- 
menti sulle voci sparse dal p. Saverio e dai suoi amici circa il 
non essere egli autore delle Lettere Inglesi^ non avea risparmiato 
l'onore stesso della Compagnia ^). Era di piii accaduto, che la re- 
pubblica veneta sopprimesse il casino di esercizj di Avesa, cui era 
preposto il Bettinelli ^). Amareggiato per l'avversione mostratagli 
da molti letterati veronesi, incerto della sua destinazione, e irato 
per dover contenere lo spirito battagliero e rinnegare le proprie 
opinioni, egli aprì col Verri l'animo suo, e a lui si raccomandò, 
perchè in qualche modo lo traesse d'angustia e gli procurasse 
comodi e libertà maggiori. E il Verri, " glorioso „ di poter solle- 
vare " un uomo di lettere illustre e benefico „, come il Bettinelli, 
fece pratiche per lui presso il co. Firmian, " Son pochi giorni „ , 



aveva dato il Bettinelli, « giudizio ottimo e disappassionato ». « Dante, egli 
afferma, « è un codice da conservarsi per l'erudizione che ci dà de' suoi 
« tempi. Ma per un poeta sarebbe utilissima cosa seguire il consiglio del no- 
« stro ingegnoso e saggio autore. Una cosa è ben però che si stabilisca ed è, 
«che per giungere alla mediocrità in un secolo barbaro vi vuole un uomo 
« sommo, e tale forse è stato il Dante ; ma quel Dante medesimo se ora ri- 
« sorgesse, cancellerebbe forse tutto il suo male organizzato poema. È molto 
«verisimile anche il credere, che se Dante dovesse giudicare fra l'autore di 
« queste lettere e i Dantisti, abbraccierebbe l'ingenuo autore e secolui si ride- 
« rebbe degli adoratori del vecchio informe suo caos di versi » [Estratto ecc., 
1767, t. Ili, p. 166). 

*) AlVautors delle Lettere Virgiliane P. Paladinozzo de' Montegrilli, gen- 
tiluomo Veronese (stampato a Verona nel 1767 e a Venezia nello stesso anno, 
premettendovi la Lettera del Bettinelli a Miladi Vaing-Reit, e riprodotto 
in Opere varie in verso e in prosa di Gius. Torelli Veronese per cura di 
A. Torri, Pisa, Capurro e Comp., 1833, I, 27 e segg.). 

2) Vedi Napione, Vita dell' ah. S. Bettinelli, in Vite ed elogi d' illustri ita- 
liani, Pisa, Capurro, 1818, III, p. 194. 



92 L. Ferrari 

scriveva nel marzo del 1768 ^) al Bettinelli, ritornato a Verona, 
" che ho parlato di lei con S. E. il sig. conte Firmian. Ho detto: è 
" un peccato che un uomo di quel merito si trovi imbarazzato come 
* deve attualmente essere per il vestito che ha in dosso ; abban- 
" donare la società non è in mano sua: restandovi, son duri assai i 
" trattamenti ai quali è esposto, e difficilmente potrà dormir bene le 
" sue notti. S. E. è meco convenuta ed ha mostrata molta sensi- 
" bilità. Io sono andato piti avanti e gli ho detto che, mentre il 
" P. Bettinelli era a Milano, in un discorso che ebbe meco conve- 
** nimmo, che S. E. avrebbe potuto onestamente cavarlo d'impiccio 
" col procurargli una Lettura o a Pavia o anche a Brera, caso che 
" i Gesuiti dovessero sloggiarne „. Il Bettinelli non ottenne poi 
ne la lettura a Pavia, ne il trasferimento a Milano ; ma passò a 
Modena, dove per un anno fu lettore d' Eloquenza in quella Uni- 
versità. E il Verri, che non aveva potuto far di meglio, curò col 
Lambertenghi e sostenne con alcuni amici le spese della stampa 
dell' Entusiasmo delle Belle Arti., che il Bettinelli, per suggerimento 
dell'amico, dedicava " al Mecenate delle belle arti ,, il co. Firmian 2). 
Riconoscente degli aiuti concessigli, il Bettinelli nella prefa- 
zione àeW Entusiasmo additava all'italiana gioventù, come esempio, 
l'operosità dei giovani amici milanesi, " eletti per molto ingegno 
"e studiosi per molto amore dell'ottime discipline, cioè dell'utili 
" insieme e delle ornate e liberali „ ; per merito dei quali egli auspi- 
cava un risorgimento delle lettere italiane e prevedeva " un se- 



^) Lettera di P. Verri al Bettinelli, 19 marzo 1768, in Epistolario Betti- 
nelliano. Biblioteca Comunale di Mantova. 

^) Il Bettinelli, nel viaggio tatto a Milano, aveva portato seco il mano- 
scritto deW Entusiasmo, e, per facilitarne la stampa, pensò dedicarlo al co. 
Firmian. Ma questi, non ostante lo studio di apparire amico e protettore di 
letterati, si degnò appena di accoglierne la dedica , e non volle sostenere le 
spese della pubblicazione che si fece a Milano presso il Galeazzi {Dell' Entu- 
siasmo delle belle arti, In Milano, 1769, appresso Gius. Galeazzi), concorrendo 
alle «pese il Verri, il march. Recalcati e il march. Marliani ( lettera del Verri 
al B., 1 ott. 1768, in Epistolario BettintUiano). 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvni 93 

" colo luminoso filosoficamente rinnovellato „. Senonchè, ne il se- 
colo luminoso della scienza economica brillò per buon gusto, né le 
" chiare imprese „ della scuola filosofica furono sole a risollevare 
le decadute lettere italiane. 

E il mutevole p. Saverio fu uno dei primi a riconoscerlo 
e ad avvisare gli altri delPerrore, che era stato anche suo. Pochi 
anni dopo, quando, ammaestrato dal tempo e dalle contrarietà, e 
convertito dall'amicizia del Vannetti e dal Cesari, il B. si era fatto 
difensore delle buone tradizioni e del buon gusto, e da versisciol- 
taio era retrocesso a sonettista e poeta d'occasione, nel 1780, egli 
scriveva in un Discorso sopra la poesia italiana, che è il perfetto 
opposto delle prime sue opere di critica letteraria, queste parole ^): 
" se al lor confronto (del Castiglione, Davanzati ecc.) chiamiam 
" tante opere anche applaudite in verso e in prosa di moderni 
" scrittori e le piti gradite del secolo, sopra il Commercio, i Delitti 
" e le pene, la Felicità, anzi su lo Stile, su l'Eloquenza, sul Buon 
" gusto e simili argomenti, quale resisterebbe alla critica giusta, 
" qual veramente scritta in italiano? E ciò non dico già per cen- 
" surarli amaramente, ma prendo anzi la parte loro, avvisandoli 
" amichevolmente del lor pericolo, perchè debbon sapere anch'essi, 
" die uìC intera nazione non itigannasi a lungo andare, che non p)uò 
" cambiarsi la natura e l' indole della lingua ^) „. Che savie massime 
in bocca allo scrittore delle Lettere Virgiliane, che parole d'oro 
da un Saverio Bettinelli! Né basta: che p. Saverio, pochi anni dopo 
aver aderito alla Società dei Pugni, ha concepito un dubbio sulla 
verità e sulla bontà delle loro dottrine. " Chi sa che volendo 
" evitare un estremo non diamo sul contrario, e che fuggendo i 
" i ceppi grammaticali non abusiamo d' una libertà ancor più fu- 
" nesta? „ ^). Il dubbio prende forza, e il Bettinelli grida ancora 



*) Discorso sopra la poesia italiana, pubblicato dapprima nelle Opere del 
Bettinelli (Venezia, Zatta, 1779-82, t. V) e nuovamente, con correzioni ed 
aggiunte, nell'ediz. Cesare (Venezia, 1799-1800, t. I). 

2) Bettinelli, ed. Cesare, t., I., p. 24. 

") Ibidem. 



94 L. Ferrari 

una volta contro un inganno. Non è più l'inganno di stimar troppo 
gli esempj antichi, né d'usare una retorica e un'educazione 
aristotelica, né di sprezzare gli stranieri: è un altro errore che 
" per pigrizia o per ignoranza ha preso piede tra noi; quel di 
" credere indifferente il mescolamento di linguaggi, se pur non giun- 
" gasi a prenderlo ad ornamento e a vezzo, o a riputarlo una ricchezza 
• aggiunta alla patria ^) „ . Non é forse questa una vera confu- 
tazione delle dottrine sostenute dal Caffè? 

A compire la trattazione della parte letteraria resta, che noi 
brevemente studiamo, se e quale efficacia ebbero le teorie svolte 
dal Caffè sulle opinioni linguistiche e critiche dominanti nella 
letteratura milanese del primo quarto del nostro secolo, dal Monti 
alla società del Conciliatore e al Manzoni: e resta, che esami- 
niamo le relazioni corse tra il Caffè e il Foglio azzurro, che già 
rUgoni ^) disse " similissimo a quello negli estensori e nello scopo „, 
e il Piergili chiamò " una continuazione „ del giornale dei Verri ^). 

Che molti dei letterati milanesi, anche in seguito, abbiano par- 
tecipato cogli scrittori del Caffè il disprezzo alla Crusca e la non- 
curanza della lingua, che, così il Monti e i classicisti, come il Fo- 
scolo e i neoclassici abbiano ripetuta qualche osservazione o opi- 
nione già espressa dai Socj dei Pugni, sono fatti, che nuli' altro 
significano, a nostro parere, se non questo: che quegli scrittori, 
al pari degli estensori del Caffè, foggiarono le loro dottrine a 
seconda dell'indole lombarda, amante del semplice e del popo- 
lare, nemica di fronzoli e di agghindature, prosecutrice dell'utile, 
devota al vero_, e si conformarono alla tradizione dei paesi sub- 
alpini, avversi alla Toscana ed alla Crusca. Queste tradizioni 
erano state accettate anche dal Parini e dai Trasformati, e dal 
Baretti; così che il Monti, ad es., potè dire la sua Proposta " co- 
" mare e buona comare „ della Frusta ^). Nel campo avverso ai 



^) Bettinelli, ed. Cesare. I, p. 41. 
») Op. cit., ed. 1856, II, 132-33. 

3) Il Foglio azzurro e i primi Romantici, in N. Aìit., 1.° settembre 1886. 
*) Vedi il Dialogo di V. Moxti, I poeti dei primi secoli della lingua ita- 
liana, in Opere varie, voi. Vili, Milano, Soc. tip. dei classici italiani, 1827, p. 43. 



Del « Caffè •>•>, yar iodico milanese del secolo xvni 95 

novatori, ove militava il Parini, le cui opere educarono alla poesia 
il Foscolo e il Manzoni giovinetti, sono adunque da ricercarsi le 
origini di tali opinioni. Sicché a torto si affermerebbe l'assoluta 
efficacia delle dottrine degli scrittori del Caffè sul Monti e sui 
neoclassici; come a torto, ci pare, quelle si sono annoverate dal 
Buccellati ^) tra le fonti, onde trasse le sue teoriche il Manzoni; 
congiunto, è vero, da vincoli di sangue con alcuni Socj dei Pugni, ma 
lontano dai giudizj avventati, dalle negazioni recise, dalla ribellione 
aperta e non ragionata di quelli, e che venne componendo il proprio 
sistema per intima e profonda convinzione formata coli' esperienza 
propria e colla lunga meditazione. Vi è però un momento nella 
storia della letteratura milanese, in cui del Caffè si ricercò l'esempio, 
e si ravvivò lo spirito stesso: e fu, quando i giovani scrittori del 
Conciliatore si fecero banditori all' Italia delle nuove teoriche, che 
si dissero del Romanticismo primo o lombardo. 

Del romanticismo italiano, non si può dire che le origini siano 
state ancora indagate compiutamente ^). Certo è, a giudizio co- 
mune dei critici, che esso andò di assai debitore alla letteratura 
settecentistica; la quale, colle opere dell' Young e del Rousseau 
dette i primi esemplari di sentimentalismo fantastico e ideali- 
sta, colla tragedia borghese insorse contro i generi imposti dalle 
regole aristoteliche ed accademiche, coli' Ossian e colle Voci dei 
Popoli dell'Herder aprì una fonte nuova di ispirazione e di motivi 
poetici, che fu la poesia popolare e tradizionale delle nazioni. Né 
meno dovette alla critica del sec. XVIII, la quale aveva dati nu- 
merosi eserapj di avversione al convenzionale e all' antico, di ribel- 
lione alle dottrine aristoteliche intorno al dramma e all'epopea, 
di rinunzia a tutto ciò, che, quanto a forma e a materia, si può 



*) Buccellati, Manzoni, ossia il progresso morale, civile e letterario, Mi- 
lano, tip. editrice lombarda, 1873, voi. II, p. 79 e segg. 

^) Il Mazzoni, nel suo articolo Le origini del romanticismo (N. Atit., 1° ot- 
tobre i-i93), volle solo ricordare alcuni fatti, che precedettero l'apparire del 
romanticismo nella storia delle letterature nostra e straniera, e comunicare al- 
cune vedute originali intorno al modo, col quale le dottrine romantiche vanno 
considerate rispetto al corso intero della nostra critica letteraria. 



96 L. Ferrari 

comprendere sotto il nome di mitologia; avversione, ribellioni, ri- 
nunzie che furono in vario modo e in diverso grado d' ogni tempo 
e d' ogni popolo, ma nelle quali consiste sostanzialmente il ro- 
manticismo. 

La questione intorno alla prevalenza degli antichi sui mo- 
derni, già accesa in Italia nel 600 col Tassoni ^), e combattuta 
in Francia nei primi del 700, aveva sminuita la venerazione per 
gli antichi ; mentre l' uso delle " belle infedeli „ , introdotto ancor 
esso dapprima dagli Italiani coli' Eneide travestita del Lalli e col- 
V Iliade ridotta da Frane. Malipiero, avtva favorito l'allontanarsi dalla 
storia e dall'arte classica. Contro i comandamenti assoluti dei legi- 
slatori poetici avevano alzata la voce il Becelli, nel libro Delia 
Novella Poesia 2), dicendoli a nulla utili, se non ad impedire ed 
opprimere i nobili intelletti, e il Buonafede in due suoi scritti no- 
tevoli ^). Questi, preanunciando la dottrina manzoniana, che la forma 



*) Vedi L. Ambrosi, Sopra i pensieri diversi di Aless. Tassoni, estratto 
dalla Rassegna nazionale. Roma, Loscher, 1896. 

^) Della Novella Poesia, cioè del vero genere e particolari bellezze della 
poesia italiana, libri tre. Verona, 1732. Di questo e di altri scritti del Be- 
celli, nei quali sono espresse dottrine assai nuove e vicine alle romantiche, ha 
trattato il Bertana in un articolo intitolato Un precursore del Romanticismo, 
in Giorn. st. d. leti, it, XXVI, 114-140. 

3) Un' Orazione per le tre arti, recitata nelV Istituto di Bologna (pub- 
blicata dapprima negli Opuscoli di Agatopisto Cromaziano, Venezia, G. B. 
Pasquali, 1797) e una Epistola della libertà poetica, preposta ai Versi liberi 
d' Agatopisto Cromaziano, editi a Cesena nel 1766 e nuovamente nel 1797 
(Venezia, Pasquali. — Vedi Elogio storico, letterario di Agatopisto Croma- 
ziano scritto da Agatopisto Cromaziano giuniore, Venezia, 1795). Questa let- 
tera, che il Buonafede dirige ad Eleuteria Lacedemonia, è un'invettiva con- 
tinua contro le grammatiche, le logiche e le retoriche, a cominciare dalla 
Epistola di Orazio ai Pisoni, « le cui leggi o sono vulgari e note ad ognuno, 
« e non abbisognano di molte ammonizioni, o sono arbitrarie ed ambigue, e 
« non vogliono astringer veruno ad ubbidienza » (ed. di Venezia, 1797, p. 9). 
Si tocca nella Epistola dell'uso delle favole greche e della questione delle tre 
unità con non comune libertà di giudizio. « Disputano, scrive il Buonafede, 
« se le favole greche e romane bene st'eno ne' gravi e costumati poemi, di 
« che disputando fauno il medesimo che litigare, se i Poeti possano cantare 



Del « Caffè » , jìcr iodico milanese del secolo xvni 97 

dovesse uscire dell'intimo stesso dall'opera, non essere prestabilita 
e applicarsi meccanicamente all'opera d'arte, scriveva, che mentre 
gli eruditi " definiscono il poema epico, la tragedia, la commedia, 
" r ode, tante vorrebbero essere le definizioni, quanti per avventura 
" sono i componimenti e gli autori ^) , . La legge delle due unità, 
di luogo e di tempo, che la Biblioteca italiana, nel 1817, affermava 
essere la cagione principale della discordia fra romantici e classici, 
era stata sconfessata più volte da critici italiani nel '700: dal Be- 
celli-), dal Baretti^), dal Metastasio*), dal Buonafede^), e dal Carli ^). 



« seriamente quelle fantasie, di cui giustamente i Filosofi ridono, oppure se 
« la domanda vuol ridursi ad essere insulsa, pìr che vogliano dubitare, se sia, 
«siccom'è veramente, una frenesia condur Proteo a dir vaticinj al Presepio, 
«e un Evangelista a tenere discorsi con l'Ippogrifo (p. 96).... Disputano 
« delle tre unità; e intanto che alfri nello spazio di tre ore e di poche scene 
« rappresentano venti grandi azioni fatte da venti uomini in venti anni in 
« venti paesi, e le genti corrono venti volte ad udirgli e far plauso, altri 
« comandano che un uomo solo con una sola azione in un sol luogo signoreggi 
« alla brigata, e faccia egli tutto, e tutto sia fatto per lui » (p. 18). 

^) Epistola ad Elenteria cit., p. 13. 

^) Della Novella Poesia cit, p. 145. 

') Nel noto Dìscoìd-s sur Shakespeare et sur Monsleur de Voltaire, intorno 
al quale vedi Mor.a.ndi, op. cit. 

■*) Il MoRANDi (op. cit., p. 83 e II Metastasio critico e prosatore, in Fan- 
fulla della Domenica, 1882, u. 15), per assicurare al Metastasio, sopra il Les- 
sing e il Baretti, la priorità nel combattere le due unità, ne cita varie let- 
tere posteriori al 1750. Potevasi notare, come già nel Giustino il Metasta- 
sio, consigliato a ciò dal Gravina (parrà strano, ma lo dice egli stesso nel- 
V Estratto della -poetica di Aristotile, Gap. V, 10} abbia fatto uso di frequenti 
mutazioni di scena: e nella dedicatoria della prima stampa del Giustino- 
stesso abbia recato argomenti, per mostrare essere impossibile « recedere dal 
« comune uso delle mutazioni della scena a chi voglia comporre per il teatro 
« presente e non per la sola gloria » {Dedicatoria delle Poesie [ed. Napoli, 
1717] a D. Auralia d' Este Gambacorta Duchessa di Limatola, riprodotta 
in Carducci, Lettere disperse ed inedite di P. Metastasio, Bologna, Zani- 
chelli, 1883, p 10). 

^) Epistola ad Eleuteria cit., p. 18. 

^) Dell' Indole del teatro tragico antico e moderno, in Opere (Milano, S. 

B. Se. Norm. 7 



98 L. Ferrari 

Ed anche intorno alPuso del maraviglioso mitologico e di ar- 
gomenti, epiteti, imagini tratte dalle favole e dalla storia antica 
si era disputato dai letterati settecentisti, recando contro la mitolo- 
gia argomenti non dissimili da quelli usati poi dai romantici. La 
questione, che aveva preso le mosse, non altrimenti che al tempo del 
Tasso ^), dalla ricerca, se le favole mitologiche fossero conveniente 
ornamento al poema epico o didascalico, fa trattata in libri appo- 
siti ^) , e proposta come quesito di accademie^). E dai critici 



Ambrogio, 1787, t. XVII, pp 5-191). Questa dissertazione noa citata dal Mo- 
randi, che trascura anche il Buonafede, contiene oltre una breve ma dotta storia 
della tragedia italiana, alcuni capitoli destinati a « far conoscere essere incon- 
« ciliabili col moderno costume e modo di rap^iresentare, le maniere e le forme 
« usate dagli antichi nelle loro tragedie ». Citiamo il cap. VII intitolato: Nella 
diversità di circostanze fisiche e morali, in cui noi siamo per rispetto a gli 
antichi, non doversi abbracciare gli argomenti, che non e' interessano, e il XII : 
Belle leggi non osservate da gli antichi, sull'unità di luogo, e di tempo. La 
dissertazione, già edita nella Raccolta di Opuscoli scientifici e filosofici del 
Calogerà (t. XXXV, p. 146 e segg.), fu, come avverte l'autore nella prefa- 
zione, letta nel 1744 a Venezia ; ed ebbe origine da contese sorte intorno alle 
leggi della tragedia fra il Carli e « il celebre abate Conti, il padovano Giu- 
« seppe Salio, e il conte Gasparo Gozzi », addetti « alla setta peripatetica ». 

*) Vedi il suo dialogo il Cataneo, ovvero degli Idoli, in Tasso, I dialoghi 
a cura di Cesare Guasti, Firenze, Lemoonier, 1859, III, p. 210 e segg: 

2) Il dantista veronese Lodovico Salvi (intorno al quale vedi V Elogio 
scrittone dal Pindemonte, in Elogi, Verona, Gambaretti, 1826, II, p. 149 e 
segg.) pubblicò, nel 1745 circa, una dissertazione contro L'uso dell'antica mi- 
tologia nelle poesie moderne, già da lui letta nell'Accademia degli Aletofili. Al 
Salvi rispose il co. Jacopo Antonio Sanvitale, il mecenate degli arcadi parmensi 
e del Frugoni, e autore del Poema parabolico, dando alle stampe un Parere sopra 
la dissertazione del sig. Luigi Salvi intorno all' uso dell' antica Mitologia co- 
municato per lettera al Rev. Padre D. Gian Pietro Bergantini (pubbl. colla dis- 
sertazione del Salvi a Venezia, presso Pietro Bassaglia, 1746). Ricordiamo anche, 
come cosa curiosa, una Dissertazione sidla Mitologia aggiunta ad una disserta- 
zione contro la Religione naturale dell' arciprete Bernardino Rodolfi, Verona, 
Moroni, 1791), nella quale il buoa arciprete vuol dimostrare, che « non è senza 
«gran danno al buon costume lo iutralasciamento dalla Mitologia», perchè 
essa « è quasi un corso fisico di Morale ritormatrice ». 

^) Dall'accademia degli Orditi di Padova, fondata e sostenuta dall' ab. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 99 

del tempo si manifestarono opinioni non meno varie, che nelle 
future contese dei classici e dei romantici. Chi impugnò Fuso 
della mitologia, come gli scrittori dello Spectator ^), il Varano 2) 
e il Salandri 3), pensando essere cosa indegna di un cristiano 
" attingere le idee alle false e impui-e sorgenti delle gentilesche 
"deità,; chi lo assalì, come il Rezzonico '^) , facendosi forte 
delle parole dello Shaftesbury , del Ramsay e del Blackwell, che 
le favole mitologiche sono pei moderni prive di significato e 
di interesse; chi, come il Salvi °), mostrò " che ogni poetica 



Gennari (vedi Notizia intorno alla vita e opere délV ab. Gennari, premessa 
dal Gamba alle Lettere famigliari dell' ab. Gius. Gennari padovano, Venezia, 
Alvisopoli, 1829, p. 8) fu proposto a tema delle letture, per una seduta del 
mar^o 1743 il quesito « Se ad un cristiano poeta sia lecito adoperare le fa- 
« vole dei gentili » . Il Gennari vi lesse « una Dissertazione per la parte ne- 
« gativa, r arciconsolo [ch'era!' ab. Doni. Salvagnini] per l'altra. Vianelli 
« principe, nel decidere usò distinzione, e die ragione ad amendue » ( ett.^ del 
Gennari al dott. Fr. Vimena, in Lettere cit., p. 23). Molti anni dopo, nel 
1796, dall'Accademia Mantovana si proponeva, per un concorso a premio, il 
tema seguente: « Qualora si voglia esclusa dall' epopeja l'uso della mitologia 
« e delia magia, determinare qual sorta di grande e di maraviglioso vi si 
« possa sostituire » . 

*) Vedi la prefaz. del Varano alle sue Visioni. 

2) Vedi l'art. XLVII del voi. V (ed. cit., pp. 299-304): Coìitre les aiiteurs 
Chrétiens, qui mélent dans leur poesie les fàbles et les divinités du Paga- 
nisme. 

3) L'ab. Pellegrino Salandri, segretario perpetuo dell' Accademia di Man- 
tova e buon facitore di sonetti, speci ilmente sacri, recitò in un'adunan/a 
dell'Accademia (30 die. 1769) una dissertazione, fosse tuttora inedita, nella 
quale propugnava il concetto, che alle imagini ed ai concetti pagani si do- 
vessero sostituirne altri, tolti dalle Sacre Carte, e specialmente dai Libri dei 
Profeti (Dà qualche notizia dello scritto del Salandri G. B. Intra, Agostino 
Paradisi e l'Aecaiemia Mantovana, in Atti e Memorie deVa R. Accademia 
Virgiliana, Mantova, Mondovi 1885, p 57 n). 

*) Vedi il Ragionamento su la volgar poesia dalla fine del passato secolo 
fino a' nostri giorni, premesso al 1° voi. delle Opere poetiche dell'ab. C. I. 
Frugoni (Parma, Stamp. Reale. 1779), p. CLVII. 

5) Elogio cit., p. 152. 



100 L. Ferrari 

" composizione aver dee l'impronta del secolo a cui appartiene, 
" conforme presso i Grreci 1' ha ed i Latini, de' quali per con- 

* seguenza coloro vanno più lontani, die, valendosi delle favole, 

* credono anzi seguirli meglio „ . Alcuni, ad esempio il Salvi, non 
diversamente dal D'Alembert ^), dal Sulzer ^) e dal Marmontel ^), 
volevano bandita affatto la mitologia e dall' epica e da ogni ge- 
nere di poesia; e trovarono seguaci nel Lorenzi e nel Tirabosco, 
elle la esclusero dai loro poemi, la Coltivazione dei monti e la Vc- 
ceìlugione. Altri, come TAlgarotti *) e il Bettinelli ^), non osarono 
sconfessarla affatto e ne condannarono solo 1' abuso. Insomma, a 
cominciare dal Conti, che si faceva sostenitore presso M.™*" Ferrant 
del meraviglioso cristiano e orientale ^), si ebbe anche nella critica 
italiana quel Romanticismo avanti i Romantici ^), di cui, rispetto 
alla poesia, si vanno scoprendo sempre nuovi eseiiipj, non solo nel 
Cesarotti ^), ma nel Parini ^). 

A cotesto Romanticismo anticipato i SocJ dei Pugni avevano 
dato impulso non piccolo colla guerra mossa ai pedanti e alla reto- 



^) Mélanges de littérafure. Amsterdam, 1767, V, p. 437. 

^) Encyclo'pédle, art. Epopèe, Supp., t. II. 

3} Ibidem, art. Epopèe, t. V. 

■*) Algarotti, Lettera al cons. P.ecis, 4 febr. 1760, in Opere, XIV, 219. 

^) Bettinelli, Entusiasmo, in Opere, ed. cit., IV, p. 235. 

^) Lettre à Mad. la presidente Ferrant, in A. Conti, Prose e Poesie, t. I. 
Venezia, Pasquali, 1739, p. XCIV e segg. 

') Giustaraente l'Ugoni, parlando della Epistola cit. del Buonafede, fa pa- 
rola di uu « Romanticismo prima de' Romantici » (ed. 1820, I, 302); e il 
Tommaseo, giudicando delle Operette scelte del Rezzonico (in Antologia, 
T. XXVIII, nov. e die. 1827, p. 239, rilevava con piacere e chiamava notabile 
il modo, con cui « il co. Rezzonico, che alla fin fine non era altro che il co. 
« Rezzonico, e che viveva nel 1770, aveva ragionato intorno al talento mito- 
« logico de' poeti italiani » . 

^) Del quale potrebbesi ricordare persino un sonetto alla « candida lampa 
della notte bruna | madre di dolci idee, tacita Luna ( pubblicato in Antio 
poetico quinto, Venezia. Curtì, 1797, p. 13. 

^) Vedi la conferenza di G. Mazzoni, Gius. Parini, in Vita italiana del 
700. Letteratura, Milano, Treves, 1896. pp. 30-34. 



Del « Caffè-», j^eriodieo milanese del secolo xvin 101 

rica e colla critica spietata dei difetti della letteratura italiana: 
sicché, quando da una società di giovani amici si fondò per di- 
vulgare le nuove dottrine il giornale il Conciliatore, parve ad essi 
non inopportuno ricordare e rinnovare T esempio di compae- 
sani, che, sprezzati un tempo e osteggiati " con astio invere- 
condo „, allora, " morte essendo e seppellite le brutte invidie dei 
" loro contemporanei, ottenevano giusta venerazione ^) „. Assai 
somiglianza erano fra l'antica Società dei Pugni e questa, che 
si raccoglieva in casa Porro Lambertenghi a discutere sulle que- 
stioni vive d'arte e di utilità sociale: ancor essa era composta ad 
un tempo di economisti, di cultori di scienze esatte, di critici e di 
poeti, quali il Gioia, il Romagnosi, il Pecchio, Ermes Visconti, 
il Berchet, il Pellico ; giovani tutti, come i compagni dei Verri, di 
età e di spirito, schivi di ogni ossequio irragionevole, anelanti ad 
un risorgimento nelle lettere e, di più, ad un rinascimento politico 
ed economico della nazione, non coll'aiuto del dispotismo illuminato, 
ma coU'unità di stato indipendente, E simile fu l'intento, che si 
proposero gli autori del nuovo giornale: " dar l'ultimo crollo al- 
" l'edifìcio del pedantismo che già cominciò anche fra noi ad in- 
" chinarsi nell'ultima metà del secolo scorso verso la sua fiera cata- 
" strofe, 2); " benemeritare non solo della repubblica letteraria ma 
" della sociale pur anco, come fecero Addison e Steele, Verri e 
" Beccaria, Heeren e Bouterweck, Laharpe e Ginguené ^) „ coi 
loro " ottimi „ periodici. 



') TI Conciliatore, foglio scientifico-letterario, Milano, Ferrarlo, 1818-19, 
art. Sopra un manoscritto inedito degli ardori del foglio periodico il Caffè, 
n. 91, p. 368. Si finge dagli scrittori del Conciliatore di pubblicare in que 
sto articolo « un'elegia comico-seria e in prosa », lasciata manoscritta dai 
Socj dei Pugni e da essi ritrovata, narrando in essa le persecuzioni sofferte 
per opera della polizia austriaca. 

2) Conciliatore, n. 9, p. 33, recensione di Grisostomo alla Storia della 
poesia del Bouterweck. 

3) Introduzione al giornale. Ancho nell'articolo sopra citato (n. 91, p. 368) 
si dice, che « gli estensori del Conciliatore non vogliono paragonare sé stessi 
« agli illustri scrittori del Caffè: hanno bensì in coscienza di aver comune 
« con essi l' intenzione ». 



102 L. Ferrari 

Il Conciliatore, pur allontanandosi alquanto, per la forma, dal 
Caffè, e tenendo assai del giornale bibliografico, segue tuttavia lo 
stesso criterio dell'utilità nella scelta degli argomenti, ed offre uguale 
varietà nella materia: traduzioni dello Schiller accanto ad articoli 
sul vino e sulle bigatterie, esami di opere drammatiche e disser- 
tazioni sulle scuole, articoli di critica letteraria e notizie sull'arte 
di istruire i sordomuti e sugli stabilimenti penali. Questa cura del- 
l'utile e del progresso degenera ancora una volta negli estensori del 
Conciliatore in soverchio disprezzo dell'antico, che giudicano anti- 
quato ed inutile. Sicché di nuovo si grida da Grisostomo contro i 
cinquecentisti e " quelli eccellentissimi seccatori che si chiamano i 
" nostri novellieri ^) ,; e si propugna dal Di Breme, citando l'esempio 
di A. Verri, la libertà d'arricchire la lingua di nuovi termini ^); si 
lamenta l'indole litigiosa dei letterati italiani ^) e la mancanza 
di una letteratura femminile^), e si ripete " che l'Italia è addor- 
" mentata sulla filosofìa di Aristotile, e frattanto il pensiero è 
" andato avanti in Europa ^) „. Più articoli sono dedicati anche 
nel Conciliatore a combattere la plebe dei pedanti, " plebe congiu- 
* rata a fare in Italia stagnare e retrocedere l' incivilimento, rabbini 
" d'una vera sinagoga. Miserabili ! „, grida il Di Breme ^), " son 
" essi, che deturpano e fanno ridicola la bella patria nostra nel 
" cospetto dello straniero e dell' Muropa; essi che la tengono 
" isolata, immobile in mezzo all' universale energia, e alla gran- 
" diosa lega degli ingegni „. 

In tutte insomma le dottrine critiche negative del Conciliatore 
è qualche somiglianza con quelle propugnate nel Caffè, dal quale 



*) Conciliatore, n. 67, p. 272. 

2) Recensione di L. di Brejie alla Proposta del MoN"Tr, art. IV, n 109, 
p. 44). 

^) Recensione di Grisostomo all'opera, forse iraaginaria di X. Niemand, 
Kurzgefasste Uehersicht der ìiterarischer Streitigkeiten in Italien, n. 19, p 73 

*) Lettera di una ingenua, n. 10, p. 39. 

5) Recensione cit. alla Proposta del Monti, n 109, p. 439. 

*) Ibidem. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xvm 103 

sono derivati anche alcuni spedienti atti a deridere i pedanteschi 
adoratori d' ogni costumanza antica ^). Ma, come avviene nella 
storia d' ogni cosa umana, che, procedendo, sempre piìi si vanno 
distinguendo e determinando gli intenti, così negli scrittori del 
Conciliatore, che pure peccano dello stesso peccato che quelli 
del Caffè, d' essere più atti a distruggere che ad edificare, più 
chiara è la visione dei vizj della nostra letteratura e più sicuro 
e retto il giudizio intorno ai rimedj. A produrre quel rinnova- 
mento della letteratura italiana, che i Socj dei Pugni, errando 
grossolanamente, credevano ottenere solo col negare il passato, 
gli scrittori del Conciliatore, recano in mezzo un complesso di 
nuove teoriche critiche e nuovi motivi poetici, dei quali dettero un 
esposizione non del tutto ordinata il Berchet, G. B. De Cristoforis, e 
specialmente Ermes Visconti nelle sue Idee elementari sulla Poesia 
romantica. Per alcune somiglianze sarebbero adunque a notare 
molte e rilevanti differenze; delle quali, come ben note, ci passiamo. 

IV. 
Dottrine morali e sociali. 

Le dottrine letterarie esposte nel Caffè hanno procurato ad esso 
assai nemici e nome poco glorioso. Migliori sono le restanti due 
parti del giornale, gli articoli cioè di morale e di legislazione o 
di economia pubblica, nei quali i difetti di forma sono compen- 



') La Lettera dell' Ignorante I Conciliatore, n. 5, p. 20 ), nella quale si 
finge che uno sconosciuto si lamenti cogli scrittori del giornale, perchè da 
essi si minaccia il sud quieto vivere nell' errore, è ricopiata quasi dall' arti- 
colo del Caffè, Un Ignorante agli scrittori del Caffè (I, n. 3i, pp. 249-50). 
Il Singolare del Caffè (II, n. 1, pp. 10-12) ricompare nel Conciliatore (V. n. 32, 
p. 127); ove si ripetono pure alcune finzioni; usate nel Caffè sull'esempio del 
l'Osservatore. Citiamo ad es. il Dialogo tra %in Chinese e un Europeo (I, n. 12, 
p. 45), che ricorda il Ragionamento tra un Pedante e un Ottentotto del Caffè 
(I, n. 5, pp. 35-9). 



104 L. Ferra/i'i 

sati dalla vivacità dello stile e dalla bontà delle dottrine filoso- 
fiche, dall' importanza degli argomenti e dalla novità della 
trattazione. L' ultima parte anzi, nella quale si comprende quanto 
del Caffè si riferisce ai progressi delle scienze e alle migliorie 
dell'amministrazione, è tale da raccomandarne validamente la fama. 

I numerosi articoli (circa trenta), che spettano al costume, 
vanno distinti in tre categorie; giacche alcuni non contengono se 
non usuali precetti di morale, altri svolgono teoriche di psico- 
logia morale, ed altri ancora, obbedendo a quello che fu il 
canone fondamentale degli scrittori del Caffè, riformare quanto 
della vita pubblica e privata apparisse ingiusto o irragionevole, 
sono rivolti contro i vizj piti comuni del tempo. 

Non nuove, né del tutto concordi ed armoniche sono le dottrine 
svolte nei primi articoli dagli scrittori del Caffè: ma tutte segnate di 
quella nota di franchezza e di onestà, che, specialmente nei Verri, 
aveva impressa la rigida disciplina del padre conservatore e la 
onestà severa della vita famigliare milanese del tempo. Messi da 
parte gli " illustri delirj dei filosofi antichi intorno alla virtù „, le 
* entusiastiche declamazioni „ e le sottili astruserie, i SocJ del Pugni 
pongono a fondamento della loro dottrina queste massime: che 
" virtù ed interesse nostro siano per natura loro la stessa cosa „, 
e che " la vera strada di procurarci una vera e costante utilità sia 
" quella di essere uomo dabbene , ^); e ragionano nel modo che se- 
gue ^). Non vi è dubbio, che la maggior parte degli uomini " vedono 



') Art. di A. Verri, Alcune idee sulla filosofia morale, II, 204. E nell'ar- 
ticolo stesso il Verri scrive poco dopo (11,267): «I vizj tutti in fondo sono 
« vermi, che corrodono i fondamenti della società, e le virtù tutte in giro 
« recano vantaggio a tutti gli uomini, d'onde ne deriva che ciascun uomo 
«abbia un vero interesse di non dar l'esempio del vizio, e di dar quello di 
«seguire la virtù. Dall'omicidio fino alla menzogna si può provare che la 
« nostra costante utilità esige che non ammazziamo, e che non siamo bu- 
« giardi ». 

2) Queste dottrine si svolgono nell'articolo del Visconti intitolato, Intorno 
alla malizia dell'Uomo, II, n. 33, pp. 250-52. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xnn 105 

* ed approvano il bene ma seguono il male „; e che pochissimi sono 
i buoni, mentre infiniti sono i cattivi, dei quali i piìi non sanno 
d'essere tali. Donde ciò? La natura, dicono gli scrittori del Caffè, 
non produce gli uomini pervertiti e cattivi, né tali li renderebbe 
l'interesse, " se il bene o il male avesse attualmente lo stesso 
" vantaggio „. Perchè si scelga il secondo a preferenza del primo, 
conviene che se ne stimi maggiore il profitto, e che si giudichi 
erroneamente della natura della virtù e dell' utile, che sempre l'ac- 
compagna. Di questo giudizio errato qual'è la causa? I moralisti 
del Caffè la scorgono nelle condizioni artificiali ed ingiuste stabi- 
lite dalla civiltà progredita; poiché " naturalmente gli uomini sono 
" buoni, e cattivi diventano o per educazione, o per esempio, a 

* proporzione che i bisogni loro fattizj aumentano, o superano in 
" numero li pochi e semplici primitivi della natura „ ^). Uffizio 
della morale dev' essere quindi, da una pai-te ammaestrare gli uo- 
mini intorno ai " loro veri interessi „ e mostrar loro, " che li mag- 
" giori vantaggi stanno dalla parte della bontà, e li piti forti svan- 
" taggi dalla parte della malizia „, e dall'altra illuminarli sulle 
tristi necessità e sulle menzognere virtìi del vivere sociale. 

Così ad un principio di sana e ragionata morale, quale è quello 
che P. Verri aveva già svolto nel suo Discorso sulla felicità, che 
cioè " la felicità non è fatta che per l'uomo virtuoso ^)„, si uniscono 
l'utopia ottimistica della perfezione della natura e il paradosso, 
che il vivere sociale e la civiltà tutto abbiano corrotto e deturpato; 
e alla fede nel potere della virtù, legata coli' utile da vincoli in- 
dissolubili, si accoppia lo sprezzo della società civile. Tali dottrine, 
sviluppate in questi articoli di morale, che sono opera in massima 



1) Ibidem, li, 252 

*) Dei suoi scritti morali il Verri scriveva {Scritti varj cit., I, 5): « Forse 
« il solo merito loro è quello, che rappresentano le vere opinioni del loro au- 
« toro e i veri suoi sentimenti. Io penso che la sola virtù può farci godere 
« quel poco di felicità di cui siamo capaci, e che la sola coltura della mente 
« può farci conoscere in ogni caso la strada della virtù ». 



106 L. Ferrari 

parte di Alessandro Verri, ci danno, come è naturale, una mi- 
stura incomposta di massime semplici e moderate, e di altisonanti 
paradossi, di lodi entusiastiche della virtìi e dei suoi benefìzj, e di 
tristi considerazioni sulla iniquità ed imbecillità umana. Dal- 
l'ottimismo sereno del discorso intitolato, Alcune idee sulla filosofìa 
morale ^), si trascorre alle considerazioni misantropiche del Comnien- 
tariolo di nn galantuomo di mal umore che ha ragione (sic) sulla defi- 
nizione: l'uomo è un animale ragionevole ^): il quale non ha altro 
scopo se non di enumerare tutti gli errori, i mali, le aberrazioni della 
mente umana, per concludere, che "l'uomo è sempre imbecille,. 
Dall' insegnamento piano dei discorsi La Bugia ^) e L' Ingratitu- 
dine ^), nei quali si dimostra, che " la falsità è un vizio, che pu- 
" nisce chi lo possiede „; perchè " chi passa per bugiardo ha per- 
" duta la fede, e con essa tutti i vantaggi che ne risultano „, e 
che " intende male i suoi veri interessi chi corrisponde a' beneficj 
* coir ingratitudine „ , giacché " l'uomo ingrato non può essere be- 
" neficato piìi volte „, si passa alle massime paradossali dei Pensieri 
scritti da un buon uomo per istruzione di un buon Giovine ^), ove si 
espongono i mali della timidità e della soggezione. Si esaltano con 
una favola i Beni dell'insensibilità ^) ; che in una seconda favola, La 
prova del cuore ^), è combattuta come nemica d'ogni atto generoso. 
Dopo un'invettiva fierissima contro il Machiavelli e gli altri autori, 
che accomodarono la morale ai bisogni sociali ^), si traccia un fosco 
quadro della cosidetta Virtù sociale, in una lettera, che si finge 
scritta da un precettore ad un alunno, per congedarsi da lui e dar- 
gli insieme utili ammaestramenti per la vita ''). Mentre sino allora. 



*) Cap,ll, n. 27, pp. 203-210 

2) Caffè, II, n. 21-23, pp. 161-83. 

3) I, n. 13, pp. 107-8. 
") I, n. 13, p. 108. 

5) I, n. 17, pp. 133-39. 

6) I, n. 28, pp. 225-7. 
') II, n. 24, pp. 186-7. 

®) Di alcuni sistemi del pubblico diritto, articolo di A. Verri, II, 239. 
») II, n. 32, pp. 240-45. 



Del « Caffè » , periodico milanese del secolo xrni 107 

scrive il maestro al discepolo, lo ha educato all'amore puro della 
Virtù, ora deve ammaestrarlo " intorno alle virtù sociali, le quali 
" nello stato in cui siamo, non sono più semplicissime.... Un uomo 
■ ognor sincero, un uomo che ognora rendesse altrui esatto conto di 
" ciò che sia nell'animo suo, non potrebbe vivere fra gli uomini. 
" E necessario fare il gran passo di diventar prudente, cioè dissi- 
" mulatore.. . E necessario nascondere agli occhi degli uomini pro- 
" fani li sacri entusiasmi della virtù. Ogni grandezza è così vicina 
" al ridicolo, che facilmente vi cade ... Tu finora fosti sincero^ i tuoi 
" sentimenti non trovano niente di mezzo fra il cuore, e la bocca . . . 
" Ma gli uomini ti condannano a mentire. Dovrai soffocare gì' im- 
" peti d'un troppo robusto amor del vero... Tu sai quanto è dolce 

* l'amicizia: e la riponi fra i pochi beni disseminati fra i molti 
" mali ond' è sparso questo lampo di vita mortale . . . Ma tu non 
" conosci la seduzione... Poiché ti vedo destinato a' vortici della 
" società, o non sii (sic) maggiore degli uomini, o li fuggi. Io t'ab- 
" bandono. Questa è l'ultima dottrina che ti ho riserbata ,. 

A questa " tinta di misantropia „ , che Alessandro stesso ricono- 
sceva poi nei suoi scritti ^), e diceva nata dalle mortificazioni e an- 
gustie domestiche, fa riscontro il pessimismo teorico, al quale si 
informano alcuni dei pochi articoli di psicologia morale. P. Verri, 
del quale sono nel Caffè alcuni Pensieri sull'origine degli errori ^), 
degni, per acutezza e profondità di investigazione filosofica, del- 
l' autore delle Meditazioni sul piacere e sul dolore, svolge in due 
discorsi, imo Sul ridicolo ^) e l' altro Della buona compagnia *), al- 
cune particelle delle dottrine dell' Hobbes ; sostenendo, che buona 
compagnia è per ognuno " quella dove non resti offeso il suo amor 
" proprio „, e che " il riso è il segnale del trionfo dell'amor proprio, 

* quando ei fa qualche confronto di se stesso con un altro con 



1) Sor. in., Ili, 1. 

2) Cnp, II, n. 13, pp. 94-96. 

3) II, n. 15, pp. 110-15. 
*) II, n. 4, pp. 29-33. 



108 L. Ferrari 

" proprio vantaggio „. Non diversamente Alessandro, in certe Di- 
gressioni snWUomo amahile, sulla noja e suU'amor proprio ■^), defi- 
nisce per uomo amabile " quello, che piìi si piega alle nostre pas- 
" sioni, ed a nostri difetti, che conosce la natura del nostro amor 
" proprio, e che se lo tien sempre presente per non irritarlo ,. Né 
manca negli articoli di psicologia qualche paradosso, degno di un 
filosofo " illuminato „ ; anzi un gruppetto intero ne oflfre un 
Frammento siigli odori ^), nel quale Alessandro Verri studiando i 
piaceri, troppo trascurati, dell'odorato, augura un' arte, che scru- 
tando le segrete armonie degli odori, ne tragga profitto pel lusso 
e pel piacere ^). Alcunché di paradossale è pure nell'articolo del 
Beccaria sui Piaceri dell' imaginazione *), notevole ed ingenua con- 
fessione di un' indole fiacca, ma onesta. Senza disprezzare la natura 
umana e sé stesso, dice il Beccaria, egli non ha l' illusione di es- 
sere irreprensibile, né vagheggia un "modello ideale di perfe- 
zione „ ; ben sapendo che così troverebbe " in ogni evento un di- 
singanno „ . Fugge il delitto, ma per non essere tratto " dal timore 
" e dall'incertezza della sorte nel tumulto degli affari umani „; non 
soffoca le proprie passioni, ma ne divide le forze " in tanti piccoli 
" desideri che non amareggino „, e si riposa mollemente in " quella 
" illuminata indifferenza delle umane cose, che non gli tolga il pia- 



i) Cap, II, n. 26, pp. 196-202. 

2) Gap, I, n. 4, pp. 29-35. 

3) Alessandro scriveva scherzando (p. 33): «forse la combinazione fra odori 
« si raffinerà a segno di accompagnare i drammi colla musica degli odori, e 
« mi figuro, che saranno destinato le essenze di rosa, d'ambra, ecc. ai dia- 
« loghi amorosi, gli odori forti ai discorsi galanti e spiritosi, e gli odori seri 
«ai gravi e politici. Io non dubito punto che i nasi raffinati fabbricheranno 
«da qui a qualche milione d'anni una musica d'odori, come una di colori è 
«già stata imaginata». I milioni di anni non sono passati, e il secolo nostro 
ha veduto attuata la profezia da burla. Il Nordau nota fra i segni della de- 
generazione dell'età presente l'uso, di cui fu dato esempio a Parigi, di ac- 
compagnare una rappresentazione drammatica con profumi diversi ad ogni 
atto proiezioni luminose di vario colore. 

') Caffè, II, n. 7, pp. 51-54. 



Del « Caffè », periodico milanese del secolo -^xui 100 

" cere vivissimo d'essere giusto e benefico, e gli risparmi gli inutili 
" affanni, e le tormentose vicende di bene e di male „. "Da uomo 
" saggio che conosce quanto scarsi e brevi siano i piaceri, che le 
' fuggitive occasioni ci presentano, lascia correre ansanti e com- 
" battersi gli uomini per rubarsi i fisici piaceri sparsi qua e là nel 
" deserto dell'umana vita. Egli sa della piccola porzione, che gli 
" è toccata in sorte, per mezzo dell'imaginazione prolungarne la 
" durata e ampliarla „. 

Restano alcuni articoli di morale, assai pregevoli; perchè vi 
si palesa un intento, che invano si cercherebbe nei periodici di 
costume del tempo, ad es. waW Osservatore del Gozzi; opera di uno 
scrittore, nato in mezzo alla società più svigorita d'Italia^ poco 
esperto della vita, che non fosse veneziana, d' ingegno gentile e 
festivo, ma poco profondo, e costretto a far mercato delle proprie 
facoltà intellettuali ; sicché della frivola società d' allora, non dico 
si impinguava, ma viveva. Trattano dei vizj eleganti e delle vanità 
oziose di quella classe, nella quale era concentrata, si può dire, la 
vita sociale del tempo, e alla quale i Socj dei Pugni appartenevano, 
ma ribellandovisi; stimolati, e dal ricordo dell'educazione inumana 
e dell' istruzione pedantesca ricevuta, e da un senso, sortito da 
natura, di ripugnanza all' infingardaggine, alle frivolezze, all'accidia. 
La lettura degli enciclopedisti dal Voltaire al Rousseau, dal D'A- 
lembert all'Helvétius, non aveva che rafforzato e ingagliardite que- 
ste tendenze, istillando nei nobili giovani della Società dei Pugni uno 
spirito, se non di eguaglianza sociale, di filantropia, che li faceva 
arditi contro i pregiudizj aristocratici e gli usi dissoluti o irra- 
gionevoli del vivere nobilesco. 

Nello Scherzo sulle riverenze ^) Alessandro Verri si beffa assai 
graziosamente del cerimoniale, così curato nell'educazione e nella 
vita settecentistica, e che il Gozzi non solo compativa, ma van- 
tava come frutto della civiltà moderna ^). Pietro al vestire com- 



') Caff?^, I, n. 6-7, pp. 53-56. 

2) Osservatore, in Opere, ed. cit., II, 61-3. 



110 L. Ferrari 

plicato ed effemminato dei cicisbei contrappone la foggia orientale, 
semplice e costante ^), e nell'articolo sulla Buona compagnia deride 
l'uso delle conversazioni maldicenti e frivole ^). Contro il giuoco, 
che fu gravissima piaga della società italiana nel 700, il Beccaria 
scrive il discorso 11 Faraone ^); e Pietro Verri contro i sollazzi 
vani ed insipidi la Festa da ballo **). I vant;iggi Della solitudine ^), 
" che dà all'animo un non so qual vigore senza del quale non v'è 
' virtù „, si ricordano da Pietro opportunamente in un tempo, in 
che la vita della nobiltà era tutta occupata in spassi, in visite, 
in passeggi e ciancie: e non meno opportunamente si dimostrano 
da Alessandro i dannosi effetti di quello Spirito di società ®j, di 
cui il secolo XVIII menò tanto vanto, notando come esso giunga 
a distruggere colla cortesia la franchezza e colla officiosità l'ami- 
cizia vera; e possa "collo sparpagliamento degli affetti „ estin- 
guere lo spirito di famiglia. Né si tace dagli scrittori del Caffè 
della vita oziosa e dissipata, che menavano le dame, vaghe solo 
d'essere ammirate e riuscir piacenti, e sol curanti dell'abbiglia- 
mento e della passeggiata, del teatro e della conversazione. Giu- 
stamente essi si oppongono alla credenza allora comune, e profes- 
sata anche dal Gozzi ^), che alle donne convenga un unico uffizio, 
quello di lusingare e di piacere 5 e lamentano che troppo se ne tra- 
scuri l'educazione nella fanciullezza, e si abbandonino poi " a se 
" medesime in mezzo ad una truppa di frivolissimi giovinastri, 
" senza soccorso, senza presentar loro mai alcun nobile oggetto, 
" in cui possano esercitare utilmente il loro talento „, senza dar 



i) Caffè, I, 10. 

2) Caffè, II, n. 24, pp. 29-33. 

3) CafTe, I, n. 2, pp. 13-19. 
*) Caffè, I, n. 8, pp. 66-9. 

5) Caffè, II, n. 25, pp. 188-92. 

«) Caffè, I, n. 36, pp. 287-92. 

') Vedi Risposta alla questione: in qual forma si avesse a dare educa- 
zione alle giovani per coltivare loro l'ingegno, in Osservatore (Opere, ed. cit., 
n, pp. 116-29). 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvni 111 

loro " giammai una lezione al cuore di virtù e di forza „. Sino 
dalla prima giovinezza, raccomandano, si inculchi alle femmine, 
che l'ufficio ad esse appropriato è la cura dei figli, e che non ha 
" la natura legame da paragonarsi a quelli che uniscono una madre 
" amorosa ai fighuoli „. Si persuada loro, " che il maneggio e Teco- 
" nomia domestica è di loro ragione, e che il travaglio essendo una 
" necessità universale, conviene anche ad esse, di qualunque rango 
" siano „ ^). Anche contro le spese profuse inconsideratamente dai 
ricchi in conviti, in sontuosi equipaggi, in abiti sfarzosi, si leva 
la voce, ricordando quante opere di beneficenza o di arte potrebbero 
essere soccorse o sostentate mercè tali somme, e " quanti giovani 
" e uomini di talento tolti dall'angustia domestica „ ^). Infine l'ozio, 
il sommo, anzi il padre dei vizj, che affliggevano la vita patrizia 
del tempo, è combattuto nel Caffè, non solo con savie considerazioni 
morali^), ma con proposte concrete di riforma. Giacché Alessandro 
Verri impugnando U Opinione che il Commercio derogJii alla Nobi- 
ltà ^), e dimostrando quanto svantaggiosa sia allo stato " l'indolenza 



*) Vedi l'articolo anonimo intitolato Difesa delle Donne (Caffi, I, n. 22, 
pp. 174-181). In questo articolo gli scrittori del Caffè, sempre pronti a far 
propria ogni idea nuova, purché ragionevole, non solo propugnano gli studj 
femminili di scienze e bell'arti, intorno ai quali si discusse assai nel 700 (Vedi 
E. Bertana, Il Parini tra i poeti giocosi del 700, in P snjyplemenfo del Giorn. 
star. d. lett. it., 1898, p. 26), ma propongono l'impiego delle donne in uffizj 
commerciali, aderendo a principj che a noi, nati nel secolo XIX, sembrano del 
tutto moderni. «Il sedere ad un banco, scrivono (p. 178), per dirigere le op- 
« portune corrispondenze, ed il presiedere ad una manifattura non è fuori della 
« sfera d'una mente ben regolata d'una cittadina. Vi sono molte arti, le quali 
« essendo compatibili colla delicatezza delle femmine, potrebbero essere comu- 
ne nemente esercitate dalle plebee, senza pericolo che soffra alcun intacco la loro 
«beltà. Questo costume sarebbe d'un utile insigne allo Stato, perchè si for- 
« merebbero esse da sé la loro dote e soccorrerebbero nelle occasioni il marito 
« e la famiglia ». 

2) Sulla spensieratezza nella privata economia, I, n. 29, pp. 231-2. 

3) L'Ozio, I, n. 26, pp. 205-6. 
*) I, n. 23-24, pp. 189-95. 



112 L. Ferrari 

d'un numeroso corpo di cittadini „, incita i nobili ed applicarsi alle 
industrie e al grosso commercio, facendosi manifattori dei loro 
prodotti, e domanda che, " concessa ai nobili la mercatura „ ^), 
i grossi mercanti più non si escludano dall' ordine aristocratico. 

In un tempo, in che alla rettorica, al galateo, e agli esercizj ca- 
vallereschi era posposta l'educazione vera della mente e dell'animo, 
e così scarse erano le energie morali da aversi non virtù grandi né 
vizj tremendi, non passioni veementi né eroici sacrifizj, ma ozio, cici- 
sbeismo e cerimonie, utile era l' opporsi, sia pure incorapostamente, 
all'accidia viziosa e all'ignoranza indolente: nobile era l'aspira- 
zione, per quanto vaga, alla virtù, e a virtù " forti e coraggiose „ , 
e lodevoli gli sforzi compiuti per abbattere quegli infiniti piccoli 
ostacoli, che intralciavano il progresso civile. Tali pregi non man- 
cano in questi discorsi del Caffè ^ moderni e onesti nei principj, 
popolari e spigliati nella forma, se non garbati ed originali; 
tutti volti al fine nobilissimo di migliorare i costumi dei proprj 
concittadini. 

Un uguale amore del bene pubblico è il criterio, al quale ob- 
bedirono i Socj dei Pugni nella scelta degli argomenti di quella 
parte, che abbiamo chiamata sociale. Gli scrittori del Caffè non 
occupano di regola le pagine del loro giornale nell'esposizione par- 
ticolareggiata di principj teorici o in erudite dissertazioni scien- 
tifiche. Una sola eccezione si fa per scienze nuove o poco cono- 
sciute; come per la scienza economica^ della quale si espongono 
da Pietro Verri i principj elementari, secondo le note dottrine 
della scuola fisiocratica, negli articoli: Elementi del Commercio ^), 
Considerazioni sid Lusso ^) e Osservazioni sulla questione^ se il 
Commercio corrompa i costumi, e la morale^); per l'igiene, di cui 



*) « Lo statuto de' giureconsulti di Milano », testimonia il Cantù (L'abate 
Parini ecc. cit., p. 103^, « dichiarava scaduto il nobile, che attendesse al com- 
€ mercio. Carlo VI derogò questo statuto, ma poco valse ». 

«) Caffè, I, n. 3, pp. 24-29. 

3) CafTe, I, n. 14, pp. 109-114. 

<) Caffè, II, n. 24, pp. 183-97. 



Del « Caffè», periodico milanese del secolo xvni 113 

dà un saggio Giuseppe Visconti coi suoi utilissimi Precetti di 
sanità per gli abitanti del suolo milanese^); e per la agronomia, 
della quale tratta il Franci in un lungo Dialogo ^), descrivendo 
nuovi strumenti, proponendo usi migliori di coltivazione o nuove 
coltivazioni, dando conto dei progressi di questa scienza, già 
copiosa fuori d'Italia di cultori, di giornali e d'accademie. 

Né il Caffè ci offre trattazioni ampie ed originali dei problemi 
maggiori del diritto, dell'economia, della scienza sociale; al che 
sarebbero occorse una maturità e una profondità di studj, che 
i suoi autori, giovani come erano, ancora non avevano, e una 
franchezza ed indipendenza di giudizio, che mal si poteva ritrovarle 
in chi tutte le speranze proprie e della patria riponeva nei gover- 
nanti. Lungi dal farsi divulgatori di dottrine, volte a mutare 
radicalmente le condizioni politiche e sociali del tempo ^), essi si 
propongono solo, applicando il razionalismo appreso colla lettura 



1) Caffè, U, n. 8-10, pp. 67-90. 

2) Caffè, I, n. 5-6, pp. 44-53. 

2) Ne abbiamo un esempio nell'articolo già citato, Sulla opinione die il 
commercio deroghi alle nobiltà, nel quale A.. Verri, volendo dimostrare 
che alla nobiltà si converrebbe esercitare il commercio, ma solo all' in- 
grosso, «per via d'institori, e di commessi », cosi ragiona: «In qualunque 
« paese ove i Nobili siano il Seminario, da cui cavinsi i cittadini inservienti 
« alla spada, alla toga, ed a qualunque ufficio civile, militare, politico ... conviene 
« che la Nobiltà abbia un' educazione, e che l'abbia con tutti i comodi. Per 
«lo che s'ella al commercio di dettaglio discendesse, ed in ciò occupasse 
« molta parte della vita, ne seguirebbe che le arti cavalleresche, gli studj, ed 
« ogni altra cosa, che costituisce la educazione d' un nobile sarebbero iti ; e 
€ laddove cercassi o il giureconsulto, o '1 politico, o '1 militare, non vi trove- 
« resti che il piccolo mercante ; ed i piccoli mercanti non ponno governare la 
« Repubblica. Ma qui molte altre cose verrebbero forse in acconcio di dire 
«intorno alla Nobiltà; in che debba ella consistere; quali privilegi debba 
«avere; cosa debba chiamarsi Nobiltà; s'ella, com'è, sia necessaria in una 
< Monarchia ; s' ella sia utile ; se debba essere ereditaria ; per qual via si do- 
« vesse divenir nobile; ed altre importanti disquisizioni, che lascierò ch'altri 
« intraprenda. Io parlo della Nobiltà quaJe ella è a' dì nostri ; e tale quale ella 
« è, io sono di parere, che dovrebbe commerciare » (pp. 193-4). 



114 L. Ferrari 

degli Enciclopedisti, di esaminare al lume della ragione le con- 
suetudini e le leggi e quanto si appartiene alla vita pubblica, e 
riformare tutto ciò che ne sembri ingiusto o irragionevole, sebbene 
confermato da usi antichissimi. 

Onde questa parte del giornale non è che una serie di proposte 
d'ogni maniera, volte a migliorare istituzioni, a riformar leggi ed 
usanze, a toglier opinioni errate o abusi. Al pari degli estensori 
del Conciliatore, che propugnarono pei primi in Italia le scuole 
Lancasteriane e l' uso del battello a vapore, ed esperimentarono in 
casa del co. Porro e fecero nota la recente scoperta del Taylor 
sulla produzione del gaz illuminante, i Socj dei Pugni accolgono 
e divulgano qualunque novità, che sembri giovare alla felicità 
dello Stato o dell'uomo, e ne promuova il progresso morale o 
economico. Dall' Imiesto del vainolo, difeso da P. Verri in un lun- 
ghissimo articolo, facendo la storia della scoperta e delle sue 
applicazioni e provandone i vantaggi con abbondanti esempj e 
con statistiche ^), si passa alla Coltivazione del Tabacco 2), che il 
Secchi vuole introdurre nel Milanese, dimostrandone adatto il 
clima ed i terreni: e dalle stufe, poco usate in Italia, che il 
Verri raccomanda in una lettera agli scrittori del Caffè ^) , si viene 
al seme di lino del Baltico, che lo stesso propone sia sperimentato nei 
terreni lombardi*). Un anonimo (forse il Longo) dimostra con 
ricchezza di ragioni scientifiche, anche sovrabbondanti, esser da 
preferirsi all'orologio italiano, che variava col variar del tra- 
monto, quello straniero regolato costantemente a partire dall'ora 
meridiana ^). 



*) Sull'innesto del Vajuolo, II, n. 34-8, pp. 252-85. 

«) Caffè, I, n. 5, pp. 41-3. 

5) I, n. 26, pp. 211-12. 

*) I, n. 15, pp. 123-4. 

^) L'orologio odierno fu poi introdotto in Lombardia il 1° dicembre 1786; 
dopoché già l'avevano adottato il Piemonte, il ducato di Parma e Piacenza, 
il granducato di Toscana e lo stato di Modena e Reggio. Pietro Verri nella 
Memoria cronologica dei cambiamenti politici dello Stato di Milano ( 1750- 



Del « Caffè-», periodico milanese del secolo xvm 115 

Da veri enciclopedici gli scrittori del Caffè toccano molte parti 
dallo scibile, e penetrati appena per entro la superficie sanno ad- 
ditare difetti e proporre rimedj. Alessandro, che allora attendeva 
a studj di diritto, e alcuni anni dopo avrà dal governo austriaco 
l'offerta di una cattedra di giurisprudenza ^), combatte arditamente 
in un articolo ^) l'autorità delle leggi romane, che erano a quei 
tempj r unica norma in materia di diritto civile, mostrandone con 
esempi le " antinomie e le oscurità „. Egli sostiene doversi compilare 
un codice nuovo, che, obbedendo a principj generali sicuri, tolga 
le tante "ambiguità, contraddizioni e materie di dubbj „, renda 
inutile la " scienza difficile, e misteriosa „ dei commentatori e dei 
giurisperiti, e alla tradizione incerta sostituisca regole corrispon- 
denti ai bisogni presenti, * ed intelligibili ad ognuno „ ^). In 
un secondo articolo, ripetendo e ampliando le considerazioni 
intorno all'origine e alle cause " dell'attuale disordine „ delle leggi, 
traccia le linee fondamentali del codice novello *). Dal Lamber- 



1791 ), alla rubrica « abolito l' orologio italiano » annotava: < Questa novità 
« produsse il bene di render più regolare la vita, e accostare le ore del coro 
« e dei tribunali alle ore sociali degli altri uomini ». 

*) Allora Alessandro trovavasi da poco a Roma, e rifiutò l'offerta per non 
staccarsi dalla marchesa Eoccapadule {Scr. in., Ili, 96). 

2) Di Giustiniano e delle sue leggi, I, n. 16, pp. 125-132. 

^) « Succede a' dì nostri, scrive A. Verri (p. 132), quello, che si vede in 
« Roma antica quando il Collegio de' Pontefici faceva monopolio delle azioni, 
€ dette adus legitimi, riserbandosi a loro la scienza delle formolo dalle leggi 
« prescritte . . . Regna la Tradizione, chiamata Pratica, che è in mano di pochi 
« e partecipa dell'incertezza comune — Ne' paesi del Nord, che con sì rapidi 
«progressi, trascorsero l'intervallo che divide la oscurità dalla gloria, un sag- 
« gio Principe si provalse dell'opra di due illustri giurisperiti per fare un co- 
«dice: ha sbandita la cabala forense, tre piccoli volumi in ottavo stabilirono 
«la pubblica tranquillità. Imiteremo noi sì utile esempio?». 

*) Ragionamento sulle Leggi Civili, Caffè, II, n. 16-19, pp. 118-123. Di Ales- 
sandro Verri sono nel Caffè due altri articoli di giurisprudenza, assai dotti : 
il primo, Di alctmi sistemi del pubblico diritto (II, n. 31-2, pp. 231-41), nel 
quale si esaminano e si muovono giuste critiche alle dottrine del Grozio, del 
Puftendorfio e del Gravina, e ifsecondo intitolato, Di Cameade e di Grozio 



116 L. Ferrari 

tenghi con fortissime ragioni storiche e morali si combatte l'uso 
della tumulazione dei cadaveri in chiesa, che verrà pochi anni dopo 
abolito in Lombardia ^). Contro le ordinanze di Maria Teresa, che 
frenavano la manifattura ed il commercio dell'oro e dell'argento 
lavorato, e davano prescrizioni severe e minute suU' uso di tali 
oggetti di lusso, è scritto un articolo del Franai ; il quale, non diver- 
samente dagli altri giovani economisti suoi amici, sostiene che il 
lusso " non corrompe i costumi, né è un vizio politico, ma è pro- 
" fittevolissimo, e degno di promoversi dai saggi legislatori, per 
" l'umanità, la perfezione delle arti, lo splendore delle Nazioni ^) „. 
Le istituzioni dei Maggioraschi e dei Fidecommessi trovano nell'ab. 
Longo un valoroso nemico, che tutta ne pone in chiaro l'ingiu- 
stizia e gli svantaggi. A differenza, della Toscana, dove Pompeo 
Neri, per appianare la via alla totale abolizione dei fidecommessi, 
che fu poi compita da Leopoldo I, aveva accortamente pubblicata, 
sin dal 1747, una legge dii'etta a rallentare i vincoli della pro- 



(II, a. 29-30, pp. 212-228), nel quale l'autore, ponendo a raffronto le idee di 
Cameade sulla giustizia, che sollevarono tanto scandalo, e quelle del Grozio, 
che è considerato come il legislatore delle genti, cerca dimostrare, che le 
dottrine di questo sono più nocive e più oltraggiose alla virtù. 

^) II, n. 7, pp. 54-59. P. Verri nella Memoria cronologica agli anni 1785-90 
segnava {Scr. in., cit., Ili, 371 ) : « Abolita la tumulazione nelle chiese. — 
« Ragionevole e salubre provvedimento, ma reso odiosissimo dalla violenza. Al- 
« cune monache tennero occulte le morti delle loro suore. Altre cucirono le 
« vesti delle defunte e le resero con pece indurata in modo da non esporle 
« allo sguardo dei becchini che le trasportavano ». 

2) Caffè, II, n. 8, pp. 67-70. Con un dispaccio del 20 settembre 1749, scrive 
il Cantù (op. cit., p. 141), Maria Teresa proibiva «l'introduzione di drappi 
« stranieri, e di qualunque oro o argento lavorato, eccettuato i soli oriuoli da 
« tasca ; chi lo facesse, se è mercante, sarà, oltre la confisca di esse merci, 
« sottoposto ad una pena sensibile corporale ... Segue infinito treno di pre- 
« scrizioni.... Nelle livree signorili non v'abbia argento e oro, salvo il galene 
« sul cappello : non si indorino o si inargentino carrozze, pareti di stanze, 
«cornici: non s'importino gioje forestiere;... di gioje non traffichino che i 
«soli negozianti, e facendo pagamento in contanti; alle nozze non se ne re- 
« galino altre che gli anelli sposalizi >, e così via. 



Del « Caffè », periodico milanese del secolo xvm 117 

prietà fondiaria ^), in Lombardia essi non erano stati ancora né 
aboliti ne combattuti. E il Longo pel primo, in un articolo del 
Caffè, che è dei più notevoli "), dimostra con copia di argomenti 
e rigorosa dialettica essere i fidecommessi e i maggioraschi un osta- 
colo fortissimo al fiorire dell'agricoltura, fomite di malumori e di 
odio tra fratelli e parenti, incentivo all'ozio e fonte di un lusso 
sproporzionato, cagione principale della decadenza del commercio. 
Coraggiosi così e nuovi e moderni ci appaiono in questi di- 
scorsi i Socj (lei Pivjni; e tali li ha fatti la retta comprensione 
e la moderata applicazione del principio razionalistico, che alla 
autorità dell'uso e dell' antichità si debba sostituire quella della 
ragione. Un altro principio, fondamento della scienza moderna, 
che pure gli scrittori del Caffè avevano pensato e proclamato, 
(che cioè " chi ama la verità ha da essere indifferente nel rice- 
" vere o rigettare una opinione che gli venga proposta, sino a 
* che per mezzo di un accurato esame non venga a conoscere la 
" solidità dei fondamenti sopra dei quali esso si sostiene ,^) se si 
fosse da essi applicato alle matei'ie storiche o erudite, avrebbe 
dato frutti non meno utili e rilevanti. Buon saggio ce ne offre 
un articolo intitolato: Della precauzione contro le opinioni^), nel 
quale il Franci espone alcune sue osservazioni intorno agli 
storici antichi. I fatti riportati da questi, egli dice, sono di due 
specie: o si riferiscono agli agenti liberi, sopratutto alle azioni 
degli uomini riuniti a società (ciò che forma la storia della vita 
civile e dei costumi), o riguardano gli agenti naturali. " I primi, 
" devono esser esaminati colle circostanze dei secoli, dei luoghi, 
" dei costumi^ si ha da osservare l' eguaglianza, l'ordine dell' epoca 
** e la costanza delle asserzioni. Finalmente conviene assicurarsi 
" della probabilità, col sapere se 1' autore fu contemporaneo, od 
" almeno vicino al tempo, in cui i fatti medesimi avvennero „ . 



*) G. Rocchi, Pompeo Neri, hi Arch. stor. it., a. 3», voi. 24 (1876), p. 67. 

2) I, n. 11-12, pp. 82-94. 

3) CafTe, II, 193. 

*) Caffè, II. n. 25, pp. 192-96. 



IIS L. Ferrari 

I secondi devono essere verificati colla esperienza. Ora se appli- 
chiamo questi principj agli antichi, continua il Franci, " se li 
" sottoponiamo a quest' esame, bisognerà convenire che ci hanno 
" anch'essi regalate di molte falsità^ hanno troppo facilmente 
•^ adottati incredibili racconti, e si sono ciecamente ricopiati l'un 

* l'altro senza esame, senza critica e senza esperienza „. E di 
ciò egli reca a dimostrazione una serie di esempi tolti da Ari- 
stotile, da Plutarco, da Ctesia, da Plinio; concludendo che " ca- 
" rattere specifico degli antichi fu l'inventar ogni giorno favole, 
" colle quali hanno infettato lo spirito dei contemporanei e dei 
" successori, giacche questi hanno ricopiato ciecamente quanto 

* dai più antichi era stato detto „ . Non va piìi oltre la critica 
moderna. 



V. 
Fine della Società, dei Pugni — Conclusione. 

Col terminare del maggio 1766 il Caffè cessava le sue pub- 
blicazioni, ed aveva fine insieme la Società dei Pugni, che durava 
oramai da più che quattro anni. " La piccola società di amici, 
" che ha scritti questi fogli „ , avvertivano gli estensori del Caffè nel 
congedarsi, " è disciolta; alcuni hanno intrapreso un viaggio, altri 

* sono impiegati in affari; vuole la necessità che sì termini un 
" lavoro che secondo il progetto degli autori non doveva sì 
" presto chiudersi, e ciò accade nel tempo, in cui 1' accoglimento 

* del pubblico, più che mai invitava a proseguirlo „ . Grià nei 
primi del '66 il Frisi si era staccato dagli amici milanesi, recan- 
dosi a Parigi; a lui avevano tenuto dietro Alessandro Verri e 
il Beccaria, invitati dalla società dell' Holbach; poi anche il Longo 
si era allontanato da Milano ^) . La dipartita di Alessandro e del 
Beccaria, che, dopo Pietro, avevano dato al giornale gli scritti più 



i) Sor. in., II, 20. 



Del € Caffè ■>•>, periodico milanese del secolo xvni 119 

copiosi e migliori, impediva che si continuasse più oltre il gior- 
nale. Il Caffè cessò; ma, quel che è più, per il contegno puerile 
e scortese ^), tenuto dal Beccaria durante questo viaggio, dal quale 
Pietro si riprometteva la sanzione europea dell'opera comune^ 
cessò la cordialità e la concordia fra gli amici milanesi. Rattie- 
piditasi l'amicizia dei Verri col Beccaria, gli antichi Socj dei 
Piupii si divisero anch'essi in due schiere: da un lato col Bec- 
caria il Visconti 2), cui si aggiunsero V Odazzi e il Calderari ; dal- 
l' altro, con Pietro Verri, il Lambertenghi 3), il Secchi e il co. 
Biffi, tornato in quel tempo a Milano *) : e le gelosie e i sospetti 
fra le due parti durarono alcuni anni, 

Pietro Verri e gli ex-socj rimasti a Milano non avevano an- 
cora deposta la penna e dismesse le abitudini giornalistiche, 
quando dallo stampatore Galeazzi, che aveva preso a stampare 
a Milano uno dei soliti giornali accademici, \ Estratto della Let- 
teratura Europea, continuazione di un periodico dello stesso ti- 
tolo edito per l'innanzi a Berna ^), furono invitati a concorrere 
alla compilazione del foglio. Il Galeazzi non aveva parte nel 
giornale, se non per distribuire gli estratti agli scrittori e stam- 
parli raccolti in un volume bimestrale ; e poiché si era assunta 
l'impresa a solo scopo di lucro *'), chiamò a scrivervi quanti più 
potè dei letterati milanesi di qualche nome, senza riguardo a ini- 
micizie private o letterarie. Sicché n&W Estratto della Letteratura 
Europea accanto a scritti del Verri '^) si stamparono estratti del 



') Vedi Cantù, Beccaria ecc., cit., p. 100 e segg. 

*) Scr. in., II, 18. 

3) » » II, 221.. 

*) » » III, 71. 

^) Vedi su questo periodico Piccioni, op. cit., pp. 194-96, 

6) Scr. in., II, 263. 

'') Pietro Verri, che si dette anche a quest'opera, col vigore e l'attività 
in lui soliti, fu degli scrittori del giornale più diligenti. Basti dire, che di lui 
(vedine la testimonianza in Scr. in., II, 255) nel solo 1." volume dell'anno 1767 
sono tre recensioni : aii un Discorso recitato all' Accademia Francese dal sig. 



120 L. Ferrari 

Parini ^), e presso a recensioni del Beccaria ^) scritti degli amici di 
Pietro, del Lambertenglii, del Biffi e dell'abate Isidoro Bianchi; 
come accanto agli elogj del Bettinelli e all' apologia delle Lettere 
Virgiliane ed Inglesi apparvero le lodi del Baretti ^) e del Pas- 
seroni *). 

\j Estratto della Letteratura Europea visse dal 1767 al '69; 
e fu l'ultima opera o intrapresa, alla quale gli amici milanesi 
parteciparono in comune. Pietro Verri, è vero, non aveva ancora 
deposto il pensiero di un nuovo periodico da scriversi insieme 
coi socj rimastigli fedeli; e nel 1767, quando Alessandro dopo 
il viaggio in Inghilterra tornò in Italia, aveva sperato di poter 
riassumere col Longo, col Lambertenghi e col fratello la com- 
pilazione di un foglio letterario, che " facesse vedere all'Italia 
" come si debba imparzialmente giudicare delle produzioni let- 
" terarie •'') „ . Ma Alessandro, venuto a Roma, vi rimase sta- 
bilmente. Pietro dovè deporre la speranza di " riedificare la Ge- 
rusalemme 6) „ , e la Società dei Pugni fu sciolta per sempre. 

Da quanto abbiamo detto sparsamente nella nostra trattazione, 
facile ci sembra trarre ora un giudizio complessivo intorno all'opera 
maggiore della Società, il quale risponda alle domande e risolva 
i dubbj in sul principio propostici. Perchè tale giudizio sia equo, 



Thomas, alla operetta dell'ab. Ferdinando co. d'Adda: Considerazioni sofra lo 
scritto che ha per titolo « Dei pregiudizi del celibato », e ad un Discorso 
Sull'amministrazione delta Giustizia criminale dell' avv. Serman. 

*) Il Parini, come si rileva da una lettera al Bettinelli (pubblicata dal 
Bertana, Sei lettere inedite del Parini, in Rassegna, hibl. d. lett. it, VI, 3-4. 
p. 83), scrisse fra gli altri per L'Estratto della Letteratura Europea (anno 1767, 
T. II, p. 24 e segg.) un estratto dell'opera del cav. di Méhégan intito- 
lata : Quadro dell' Istoria Moderna della caduta dell" Impero di occidente alla 
pace di Westfalia. 

2) Vedi Scr. in., II, 26S. 

3) Estratto ecc. per l'anno 1769, I, 218. 

*) Estratto ecc. per l'anno 1768, III, 122-37, estratto 9". 
6) Scr. in., II, 108. 
6) Scr. in., II, 107. 



Del « Caffè-», periodico milanese del secolo xvm 121 

utile è, piuttosto necessario, che si faccia una distinzione, già 
piti volte accennata nel corso di questo scritto, tra il valore sto- 
rico e il pregio intrinseco, che nelle dottrine degli scrittori del 
Caffè noi riscontriamo. Esse, abbiamo veduto, ebbero ragione di 
reazione: le sociali contro le ingiustizie del regime d'allora, le 
morali contro i vizj della società, le critiche contro i difetti della 
letteratura. E come tali, sebbene incompiute ed eccessive, asso- 
lute e manchevoli, cooperarono efficacemente a restaurare la col- 
tura del popolo italiano, a ridestarne la coscienza, a snebbiarne 
l'intelletto: più, forse, che non quelle di ogni altro giornale del 
tempo; giacché la Frusta ci liberò dalle pastorellerie arcadiche 
e dalle vanità accademiche, mentre il Caffè da queste insieme e da 
parecchi pregiudizj morali e sociali. 

Ma, se togliamo il Caffè dalle condizioni, in mezzo alle quali 
sorse ed ebbe vita, se ne consideriamo in sé e per sé le teoriche, 
molta parte di valore scompare. Le massime morali non mancano 
di contraddizioni e di errori, e sono espresse con troppo poca arte, 
perchè non si preferisca 1' Osservatore ; e la parte letteraria non 
solo non ci offre una serie ordinata di critiche e di precetti, ma 
ci palesa audacie così irragionevoli e pazze, da non apparire 
degna di studio, se non come testimone degli eccessi dei no- 
vatori. 

Con tutto ciò non vogliamo aggravar troppo la mano. Ab- 
biamo veduto, che i Socj dei Pugni non si proposero col Caffè 
di fare opera d'arte o di fantasia, ma di scienza e di coltura; 
ed effettivamente il Caffè, che fu il primo giornale didattico ita- 
liano, come r Osservatore il primo di costumi, e la Frusta di cri- 
tica letteraria, onora se non la lingua e la letteratura, il pen- 
siero italiano. Un' aura di modernità spira dall' opera dei giovani 
economisti milanesi. Da un lato poniamo la perfetta opposizione, 
ch'era tra il pensare dei Socj dei Pugni e quello dei padri loro, 
dall'altro la concordanza colle loro di molte idee nostre; forse 
che buona parte delle nostre opinioni non possono esser frutto 
del seme gettato da essi? 



122 L. Ferrari 

Il difetto capitale degli scrittori del Caffè fu quello, che il 
Manzoni con acuta, quanto geniale sentenza, rimproverò al Bec- 
caria, e noi possiamo ripetere di tutti i Socj dei Pu^/nl: " eb- 
" bero tutte le illusioni de' giovani e smisurata convinzione nel 
" trionfo di tutto ciò che a loro pareva verità. E verità parve 
" loro ciò che contraddiceva a quel che avevano imparato alla 
" scuola ^) „ . 



') Epistolario raccolto e annotato da Giov. Sforza, Milano, Carrara, 1879. 
Lettera a Cesare Cantù (1862), II, 304. 






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